Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

"Empire State", a Roma l'arte di New York

Mostre
Le grandi mostre in programma in Italia e quelle che hanno l'Italia, attraverso i suoi grandi artisti, come protagonista nel mondo. Lo "Speciale mostre" è un viaggio tra capolavori, opere d'avanguardia e sperimentali, pittura e scultura, memoria e identità, storia e filosofia, un tributo all'arte e ai suoi protagonisti e un modo per scoprire quanto di buono fanno le istituzioni nazionali e locali per il nostro patrimonio culturale e di creatività.

A ROMA L’ARTE DI NEW YORK

Fino al 21 luglio al Palazzo delle Esposizioni di Roma la mostra “Empire State. Arte a New York oggi” si propone di esplorare i miti e le realtà mutevoli della città di New York intesa come “la nuova Roma”. In mostra le opere di 25 artisti newyorkesi, tra emergenti e affermati, ciascuno dei quali presenta dei lavori inediti, qui esposti per la prima volta. Dai padiglioni a specchio di Dan Graham ad un nuovo ciclo di Jeff Koons, dalle foto di Michele Abeles, alla reinvenzione del monumentale baldacchino della basilica di San Pietro fatta da Keith Edmier seguendo il linguaggio vernacolare dell’antica Pennsylvania Station, pietra miliare della mitologia newyorkese. La mostra presenta inoltre - per la prima volta in un contesto internazionale - l’opera di Tabor Robak, la cui arte circola principalmente in rete. Il titolo della mostra fa riferimento da un lato all’inno hip-hop creato nel 2009 dal re del rap Jay-Z con la musicista Alicia Keys e dall’altro a Empire, un trattato sul capitalismo globale guidato dagli Stati Uniti, pubblicato nel 2000 da Antonio Negri e Michael Hardt. Inoltre, “Empire State” può per certi versi essere considerata la risposta del XXI secolo al celebre ciclo pittorico “The Course of Empire” di Thomas Cole, un artista americano nato in Inghilterra. Realizzate a New York tra il 1833 e il 1836, le imponenti tele di Cole raffigurano l’ascesa e il declino di una città immaginaria situata, proprio come Manhattan, alla foce di un bacino fluviale. (Red)

 

A SAN DIEGO LE STAMPE DI PIRANESI

Si tiene fino al 7 luglio, al San Diego Museum of Art della città californiana, la mostra “Piranesi, Roma e le arti del design” dedicata all’artista ed architetto Giovanni Battista Piranesi (1720-1778) le cui stampe di Roma hanno lasciato un’immagine della Città Eterna che rimane definitivamente scolpita nella storia. La mostra, progettata dal famoso architetto italiano Michele De Lucchi, è composta da 300 stampe provenienti dalla Fondazione Cini di Venezia. Con un approccio moderno, attraverso l'utilizzo di nuove tecnologie quali video, fotografia e modelli digitalizzati, l’esposizione riesce bene nel suo intento di comunicare la visione moderna di Piranesi e il suo spirito innovatore. L’esposizione rientra nelle celebrazioni dell’anno della cultura italiana negli Stati Uniti. (red)

 

 

LE CITTA’ ITALIANE DEL ‘600 NEI DISEGNI DI VAN WITTEL

Una storica occasione per esporre al pubblico, per la prima volta nella sua interezza, una delle più importanti collezioni di grafica in possesso della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma: la raccolta completa dei 52 disegni preparatori per le celebri Vedute del pittore olandese Gaspar van Wittel, naturalizzato in Italia con il nome di Gaspare Vanvitelli. I disegni, esposti fino al 13 luglio, acquistati nel 1893 dall’allora direttore della Biblioteca Nazionale Domenico Gnoli, costituiscono un punto di riferimento imprescindibile per tutti gli studiosi di Van Wittel, precursore del vedutismo settecentesco, nato nel 1653 ad Amersfoort ma trapiantatosi fin dal 1674 a Roma, dove morì il 13 settembre del 1736. Roma, i suoi scorci, i suoi dintorni, così come Venezia, Bologna, Firenze, Verona e Napoli, appaiono, attraverso i disegni di Van Wittel, come vedute e immagini indimenticabili, ancora più suggestive quando trasmesse dal tratto sottile e spesso incompleto, dalla luce impalpabile, dai tenui colori, in particolare da quella tinta celestina, il “color d’aria”, proprio della Roma del XVIII secolo, che rappresenta il fascino discreto trasmesso dai disegni della raccolta. (red)

 

DAMIEN HIRST: A MILANO OPERE MAI ESPOSTE PRIMA

La mostra “Go Through” di Damien Hirst espone le opere della collezione privata di Adriano e Marcello Conte, titolari della galleria Il Castello di Milano e acquistate per passione personale negli ultimi 5 anni. L’esposizione, fino al 18 luglio nella sede della galleria, indica i passaggi (tra i teschi evocativi) le soste (tra gli spot paintings) le seduzioni (le finiture in polvere di diamanti) le illusioni (gli armadietti di medicinali) e le trasformazioni (le farfalle) che nella mostra si trovano installati nel buio, ad accogliere i momenti di introspezione, e nella luce, a permeare l’azione vitale. In esposizione 19 pezzi mai mostrati al pubblico, tra cui 2 sculture, varie acqueforti acquetinte, serigrafie e serigrafie con polvere di diamante, che riguardano i temi più cari a Hirst.  (red)

LE FOTO “NOIR” DI WEEGGEE

Le ambientazioni notturne e i soggetti richiamano inevitabilmente alla memoria le immagini di molti film americani degli anni Quaranta e Cinquanta, in particolare il filone poliziesco di quel periodo, ma quella che si vede fino al 14 luglio alla galleria Photology di Milano è invece autentica vita vissuta: sono le foto di Weegee, al secolo Arthur Fellig, un mito della fotografia americana d’azione e di strada. Arrivato a New York ancora bambino con la famiglia d’origine ebraica, emigrata dall’Austria in cerca di miglior fortuna, Usher (registrato poi all’ufficio immigrazione americano come Arthur) scopre ben presto le durezze di quella realtà urbana, che diverrà protagonista assoluta delle sue fotografie. Gli anni di miseria vissuti insieme ai suoi nel quartiere di Lower East Side, l’abbandono precoce degli studi per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario, l’arrabattarsi fra mille lavori diversi, lo portano quasi naturalmente ad avvicinarsi alla fotografia attraverso il mondo del crimine; “Il crimine era la mia ostrica perlifera”, ebbe a dire in seguito. Diventa un “personaggio”: gli occhi scuri in perpetuo movimento, i capelli arruffati e troppo lunghi, gli abiti stazzonati con le tasche sformate da pellicole ed obiettivi, la macchina fotografica sempre in mano e un mozzicone di sigaro in bocca. E’ fotografo freelance, dopo anni di collaborazione all’United Press International Photos nelle vesti di stampatore, e sceglie come postazione strategica il quartier generale della Polizia di Manhattan (più tardi otterrà addirittura il permesso di installare sulla sua auto una radio della polizia) per accorrere sempre fra i primi sul luogo di ogni delitto. Le sue foto ritraggono i luoghi e i protagonisti della vita di strada, le loro tragedie e miserie, ma anche i loro momenti d’intimità e di svago, con curiosità e partecipazione, e con un profondo senso della teatralità in immagini altrimenti troppo crude. La mostra - promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani in collaborazione con International Center of Photography di New York e Gamm Giunti - propone così, attraverso le Vintage Prints dello stesso Weegee (spesso riportanti annotazioni di suo pugno) un perfetto spaccato della realtà quotidiana newyorchese di quel periodo, fatta anche di personaggi emergenti come Frank Sinatra e Louis Armstrong. Accanto ad esse costituiscono un particolare contrappunto le immagini dei più celebri paparazzi italiani della Dolce Vita (Tazio Secchiaroli, Franco Pinna, Pierluigi Praturlon, Lino Nanni), istantanee della realtà italiana degli anni del boom economico, e del suo ideale di vita “by night”, che trovava spunti nelle trame del cinema americano. (Red)

 

A MILANO OMAGGIO ALL’INDONESIA

L’Indonesia è un paese vastissimo che si estende per tre fusi orari, dalle isole più a ovest di rigorosa osservanza musulmana, a Bali, baluardo della religione indù, alle isole orientali verso l’Australia fino alla Papua occidentale dove è ancora radicato l’animismo con i suoi riti. Nei manufatti Indonesiani si leggono, con maggior evidenza che altrove, i sedimenti delle diverse civiltà e culture che si sono succedute in quelle regioni. Fino al 15 luglio il Museo Popoli e Culture di Milano presenta l’esposizione “Nusantara. Cinque storie indonesiane”, dedicata a cinque aspetti della vita e dell’arte di questo paese: i tessuti – dall’ikat al batik; i legni degli Asmat della Papua occidentale; il kris, patrimonio dell’umanità; il teatro delle ombre con le sue maschere e marionette; il lavoro d’intreccio e i decori femminili. Gli ikat, ad esempio, sono tessuti provenienti dal sud-est asiatico, luogo in cui rivestono da tempo immemorabile un ruolo importante nelle società tribali. Il batik è una tecnica usata in Indonesia - in particolare a Giava - per colorare i tessuti a riserva, mediante la copertura delle zone che non si vogliono tinte tramite cera o altri materiali impermeabilizzanti. Diventa il linguaggio attraverso cui si esprime la filosofia giavanese, fortemente simbolica, che ispira tutta la vita anche nei più piccoli particolari. Di tutte le forme artistiche dell’isola di Giava, il wayang kulit o teatro delle ombre, è senza dubbio il più vicino al cuore dei giavanesi. La chiave dello spettacolo è il dalang, il burattinaio e al tempo stesso artigiano, attore, imitatore, cantante, direttore d’orchestra, storico, comico, narratore. Il kris invece è l’arma per eccellenza di tutto l’arcipelago indonesiano e della penisola malese proclamato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2005. Infine, la cultura tribale degli Asmat (popolazione che vive in West Papua, estrema provincia orientale dell’Indonesia) è incentrata sul totemismo e il culto dei morti. I curatori dell'American Museum of Asmat Art dell'University of St.Thomas del Minnesota contestualizzano la scultura Asmat come parte della ritualità e della vita religiosa della comunità e gli oggetti come il punto di mediazione tra il gruppo sociale e gli antenati. (Red)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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