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Un governo prigioniero
delle sue prime donne

Un governo prigioniero <br> delle sue prime donne

di Paolo Pombeni

(13 giugno 2018) Quel che era prevedibile è avvenuto: dopo la sbornia delle propagande elettorali di vario conio ci si è dovuti misurare con le circostanze, cioè col mondo reale che continua ad andare per la sua strada e con cui bisogna fare i conti.
Il nodo del governo dell’immigrazione è arrivato rapidamente al pettine e ha mostrato una volta di più che farsi intrappolare a priori dalle affermazioni altisonanti non serve a nulla. La massa di disperati che dall’Africa preme sull’Europa e che è in mano alle speculazioni di molti, dalle bande criminali agli umanitari a buon prezzo, non può essere sciolta a colpi di spot, truci o buonisti che siano. Pongono sfide agli equilibri sociali europei, risvegliano paure ataviche e nazionalismi sopiti, preludono a cambiamenti nella geografia umana e politica: occorre farsene carico seriamente con la consapevolezza che sono problemi ingarbugliati.
Prendete per esempio il problema della cosiddetta “legge del mare” che impone, giustamente, di salvare chi rischia di perdere la vita. Ma questo significa anche che dopo averlo salvato bisogna accompagnarlo dove vuole andare? In astratto, vista la localizzazione di molti salvataggi, il porto più sicuro sarebbe il ritorno a quello di partenza, cosa che però, in concreto risulta difficile perché è un porto clandestino. Portarlo dove vuole andare per poi abbandonarlo lì ad un destino di emarginazione e sfruttamento è molto “umanitario”?
Sono domande scomode perché irritano i buonisti a buon mercato e possono essere sfruttate dai trucidi populisti che sono convinti che portino acqua al loro mulino. Invece dovrebbero essere il presupposto per un lavoro maturo di governo di un problema che continuerà a premerci addosso: perché mentre si riesce a mandare con grancassa mediatica una nave con più di 600 migranti in Spagna, un’altra ne arriva anche con qualcuno in più ed essendo “nostra” non la potremo rimandare indietro.
Ciò che rivela questa prima prevedibile emergenza è un governo prigioniero delle sue prime donne. Salvini imperversa, Di Maio prova a fare un po’ di controcanto, mentre né Conte né il ministro degli esteri riescono a rendersi visibili. Non è un bello spettacolo e soprattutto non giova alla nostra credibilità. Ovviamente chi sa le cose avverte che in realtà gli apparati lavorano e meglio di quanto non si immagini, ma in una società dello spettacolo non è abbastanza. Eppure qualcuno avrebbe dovuto accorgersi che è bastato che il ministro dell’economia Tria desse una sensata intervista al Corriere per mandare un segnale positivo subito accolto negli ambienti giusti come si è visto anche dal positivo andamento di Borsa e spread.
Non c’è però da sperare che passata la buriana dell’ennesimo test elettorale (passata poi per modo di dire perché ci sono ancora i ballottaggi) le acque si plachino. Anzi proprio l’andamento delle amministrative rilancerà le pulsioni populiste di tutti i partiti, perché nessuno è uscito veramente rinfrancato dalla prova. Neppure la Lega che pure ha avuto un successo indiscutibile, ma lo ha avuto nell’ambito di un contesto di centrodestra che da un lato è cosa diversa dalla attuale alleanza di governo e dall’altro è un terreno incerto perché stretto fra la deriva sempre più destrorsa radicale di FdI e la voglia di Berlusconi di tornare a scommettere sui “moderati”.
I Cinque Stelle sono quelli più indeboliti dal messaggio che arriva loro dalle urne, perché certifica che il voto a loro è un voto di protesta a trazione talk show, sicché dove questo fattore manca, come è nelle amministrative, gli restano solo i voti dei pasdaran, ben che vada la metà di quelli che li hanno fatti diventare il primo partito parlamentare.
Non è che vada benissimo neppure per il PD, che ha tenuto, anzi proprio per questo. La sua tenuta sui territori risponde al suo radicamento nei tradizionali equilibri socio-politici delle varie realtà, ma lo illude di poter ripartire, sicché non è sufficiente né a costringerlo a quel rinnovamento dei gruppi dirigenti che gli sarebbe necessario, né a mettere in crisi la sua struttura correntizia che lo tiene inchiodato alle dispute interne tra clan.
Insomma le circostanze uscite dal test delle elezioni amministrative si stanno sommando con le prove che impone il mondo che ci circonda. Presto si dovrà mettere mano ai conti per la manovra di bilancio e lì saranno problemi, a meno che qualcuno non creda alla favoletta per cui costringeremo la UE a darci più flessibilità. Ammesso e non concesso che ci si riuscisse, questo non ci metterebbe al riparo dalla reazione dei mercati, punto dolente per un paese che lì deve trovare le risorse per finanziare il suo debito pubblico.
E’ solo uno dei problemi che ci aspettano. Non si tiene conto per esempio che nel momento in cui andremo in Europa, già a fine giugno, ponendo, speriamo in modo non arrogante, questioni su migranti e flessibilità, perderemo possibilità di incidere sul progetto di riforma della UE che sarà decisivo per i prossimi decenni, perché sarà troppo semplice pagarci con qualche concessione su quei settori per escluderci dal grande gioco (ammesso che avessimo a quel tavolo qualche giocatore in grado di partecipare all’impresa).
(da mentepolitica.it )

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