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Coronavirus, l’esperta: Sulle donne la crisi peserà anche dopo la fase acuta

Coronavirus, l’esperta: Sulle donne la crisi peserà anche dopo la fase acuta

Il Coronavirus colpisce maggiormente gli uomini ma “se si tengono in considerazione le conseguenze sociali ed economiche di medio e lungo periodo, possiamo immaginare che l’impatto di questa crisi peserà probabilmente in modo più grave sulle donne”. A spiegarlo in un’intervista a 9colonne è Lucina Di Meco, esperta di Genere e Cooperazione Internazionale, laureata a Torino in Scienze Internazionali e Diplomatiche con un Master in Economia dello Sviluppo alla University of East Anglia (UK). Di Meco si occupa di diritti delle donne nella cooperazione allo sviluppo, dirigendo un programma per l’educazione delle bambine in Africa e Asia per l’ONG Room to Read e scrivendo su partecipazione politica femminile nel mondo.

Qual è la differenza rilevata tra uomini e donne?
“Innanzitutto rileviamo subito che in Italia sono stati infettati più uomini che donne e all’interno di questi la percentuale di uomini morti risulta più elevata rispetto a quella delle donne. È deceduto circa l'8% dei pazienti di sesso maschile rispetto al 5% delle pazienti di sesso femminile. Secondo un'analisi dell'Istituto Superiore di Sanità di Roma, su 25.058 casi riscontrati, le donne sembrano avere un sistema immunitario più forte degli uomini”.

E come si spiega questo divario?
“Diversi fattori di salute e comportamentali possono contribuire alla maggiore vulnerabilità degli uomini. Come ha spiegato in ambito più generale Kathryn Sandberg, direttrice del Center for the Study of Sex Differences in Health, Aging and Disease, della Georgetown University, gli uomini sviluppano malattie cardiovascolari e ipertensione in età più giovane rispetto alle donne e queste condizioni aumentano il potenziale di malattia grave. Inoltre, gli uomini fumano a tassi percentuali più alti rispetto alle donne. In Italia, ad esempio, quasi il 30 per cento degli uomini fuma, rispetto al 19 per cento delle donne. Qui negli Stati Uniti, invece, il divario nel fumo è minore: il 17,5 per cento degli uomini che fumano contro al 13,5 delle donne”.

Quindi dobbiamo immaginare che il Coronavirus provochi maggiori conseguenze negative sugli uomini rispetto alle donne?
“Non è proprio così, soprattutto se si tengono in considerazione le conseguenze sociali ed economiche di medio e lungo periodo. Sulla base delle esperienze di altre crisi, infatti possiamo immaginare che l’impatto di questa crisi peserà probabilmente in modo più grave sulle donne che sugli uomini, per una serie di ragioni tutte strutturali che hanno a che vedere con il ruolo delle donne nella società e trovano origine nella diseguaglianza di genere”.

Quali?
“Innanzitutto la violenza domestica che, purtroppo, aumenta sempre nei momenti di crisi. In parte legata alle condizioni di maggiore stress che attraversano le famiglie – e le cui vittime principali sono spesso le donne – e certamente profondamente esacerbata dall’isolamento e dal distanziamento sociale che porterà molte donne a dover convivere con il proprio abuser, senza poter trovare riparo e confronto presso quegli amici e parenti che, spesso, rappresentano una prima fonte essenziale di aiuto. Secondo la portata americana Axios, il numero di casi di violenza domestica denunciati alla polizia in Jingzhou, una città nella provincia di Hubei, epicentro della crisi cinese, è triplicato a febbraio rispetto all’anno precedente e gli attivisti affermano che questo è il risultato della quarantena forzata. Poi c’è il lavoro non retribuito. Le donne e le ragazze svolgono già la maggior parte del lavoro di assistenza non retribuito del mondo. In Italia, poi, svolgono quotidianamente 5,5 ore di lavoro non retribuito di assistenza e cura, mentre gli uomini solo 1,48 ore. Le donne quindi, si fanno carico del 74 per cento del totale delle ore di lavoro non retribuito di assistenza e cura. Man mano che i tempi dei sistemi sanitari si allungano (e si sono già allungati), molte persone con COVID-19 dovranno essere curate a casa, aumentando il carico complessivo delle donne e aumentandone il rischio di infezione. In Italia, il 21 per cento delle donne in età lavorativa dichiara già di non essere disponibile o di non ricercare lavoro attivamente a causa del lavoro non retribuito di assistenza e cura. La stessa percentuale si rileva per le donne svizzere, mentre in Francia solo il 10 per cento delle donne dichiara di essere fuori della forza lavoro a causa di lavori di assistenza e cura non retribuite. E i dati dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sono spietati in questa direzione”.

E il fermo delle attività lavorative influisce?
“Certo, non vanno sottovalutate le chiusure scolastiche. Queste colpiscono particolarmente le donne, perché gran parte della responsabilità della cura dei figli ricade ancora su di loro. Come il lavoro di cura dei malati. Le donne costituiscono in Italia il 78 per cento del corpo infermieristico. E i livelli di esposizione al contagio del corpo infermieristico sono più alti di quelli dei medici, come ha affermato anche la dottoressa Celine Gounder, medico, giornalista, specialista in malattie infettive ed epidemiologa alla New York University, perché ‘sono molto più coinvolte nella cura intima dei pazienti. Sono quelle che prelevano il sangue, quelle che raccolgono campioni’. Tale situazione si riscontra anche nelle case di cura, che sono state, ad esempio, l'epicentro delle infezioni nello Stato di Washington. Degli oltre 8.000 probabili casi di SARS in tutto il mondo nei primi anni 2000, tanto per citare qualche dato esemplificativo che fornisce il W.H.O., più della metà era formato da donne e circa il 21% dei casi totali si è verificato tra gli operatori sanitari. Per non parlare del personale, principalmente femminile, che si occupa delle pulizie degli ambienti e, fino a poco tempo fa, lo faceva senza mascherine o altre protezioni, quindi mettendosi a grande rischio”.

Uno scenario preoccupante.
“Già. E non è finito, perché c’è la precarietà del lavoro. Coloro che sono poveri, svolgono lavori di servizio che non possono essere svolti da casa e quelli senza un congedo retribuito sono particolarmente vulnerabili. Dal punto di vista economico, l'epidemia potrebbe avere un impatto sproporzionatamente negativo sulle donne, che costituiscono una grande fetta di lavoratori part-time e informali in tutto il mondo e in Italia. Questi tipi di posti di lavoro sono anche i primi a essere tagliati in periodi di incertezza economica. E durante le epidemie, quando le donne devono rinunciare al lavoro e alle entrate per restare a casa, spesso trovano più difficile tornare indietro dopo la crisi, come ha spiegato la dottoressa Julia Smith, ricercatrice di politiche sanitarie presso la Simon Fraser University, in Canada.

Come stanno reagendo a tutto ciò le donne e, in particolare, quelle italiane in California?
“Come spesso succede nei momenti di crisi, le donne trovano modi creativi per aiutare quante tra noi sono più vulnerabili o sole. Per esempio, in questa fase, scambiando informazioni utili attraverso gruppi Facebook e chat. Una cara amica ha iniziato una serie di ‘aperitivi e cinema virtuali’ tra italiani nella Bay Area, attraverso la piattaforma Zoom, per poter scambiare idee, frustrazioni, risate e, soprattutto, per sentirci più vicine. Una sorta di ‘balconate virtuali’. Il 18 marzo, il municipio di San Francisco si è illuminato in solidarietà con il popolo italiano, che sta affrontando incredibili perdite e difficoltà di fronte a questo virus e le immagini dell'edificio tricolore sono rimbalzate su pagine e gruppi Facebook di italiani nella Bay Area per commentarlo, incoraggiarsi, sentirsi comunità valoriale italiana in California e comunità di affetti vicina all’Italia”. (PO / Ema - 24 mar)

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