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direttore Paolo Pagliaro

Pasolini letto
da Tricomi

Libri
Ogni settimana uno scaffale diverso, ogni settimana sarà come entrare in una libreria virtuale per sfogliare un volume di cui si è sentito parlare o che incuriosisce. Lo "Speciale libri" illustra le novità delle principali case editrici nazionali e degli autori più amati, senza perdere di vista scrittori emergenti e realtà indipendenti. I generi spaziano dai saggi ai romanzi, dalle inchieste giornalistiche, alla storia e alle biografie.

Pasolini letto <br> da Tricomi

 

PASOLINI, CONFRONTARSI CON LUI SENZA IDOLATRARLO

 

"Vorrei capire cosa c'è di comune tra il mondo operaio di oggi e il mondo in cui lei ha inserito Medea, in cui secondo me prevale la dimensione individuale-psicanalitica su quella sociale e di classe. Anche la problematica delle civiltà primitive messa così in risalto ha ben poco di comune con una realtà popolare, primitivo non significa popolare e soprattutto non significa operaio”. In uno dei tanti confronti/scontri in tv che hanno costellato il suo percorso, Pier Paolo Pasolini rispondeva a questa domanda dopo l’uscita di Medea nel 1969, interpretato da Maria Callas.  “Ma il terzo mondo lei dove lo mette? – replicava Pasolini - Lei capisce che su tre miliardi di abitanti della terra almeno due appartengono al terzo mondo? Il film non è rivolto ma parla del terzo mondo, si rivolge alle persone intelligenti: io escludo che un operaio all'avanguardia non implichi tra i propri problemi i problemi del terzo mondo. Le pare possibile fare una scissione simile? È chiaro che se nessuno parla di questi problemi. . .  è un problema di conoscenza: c'è un sentimento del popolo che riassume tutto”. Quarantacinque anni dopo la sua morte, avvenuta a Ostia in modo tragico e ancora avvolto nel mistero la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975, la popolazione mondiale ha nel frattempo superato i 7 miliardi ma il corto circuito tra Pasolini e i suoi lettori (o spettatori) continua, anche dopo la scomparsa del poeta. Su questo rapporto, sulla complessa ricezione di un’opera che si è costruita e si presenta come un work in progress, contrassegnata da soluzioni sperimentali talvolta estremistiche, prova a far luce il saggio di Antonio Tricomi “Pasolini”, pubblicato da Salerno editrice, più che proporre “un qualche canone nuovo interno all’opera di Pasolini”. “Da viscerale ‘dittatore mite’ quale in Petrolio si descrive, li ha insomma presi in ostaggio Pasolini stesso i propri interpreti – sottolinea l’autore del saggio - Chiedendo loro una fedeltà alla sua opera da intendersi, però, non già come idolatrica celebrazione di essa e del vieppiù disilluso autore civile capace di darle forma, ma come intenso, disinibito, se necessario finanche livoroso corpo a corpo con tale sterminata messe di pagine e fotogrammi, di umori e persino dipinti: con lui”. Perché il solo modo di rispettare i maestri, ci ricordava lo stesso Pasolini in “Uccellacci e uccellini”, è “mangiarseli in salsa piccante”. “Renderne cioè controversa, e appunto così farne rivivere, la lezione – spiega Tricomi - non certo venerarne con fanatico o remissivo zelo la memoria”. Rifiuto e venerazione, in fondo, sono due facce dell’incomprensione. Secondo l’autore “se si vuol essere i lettori o gli spettatori auspicati per sé da Pasolini, tocca impegnarsi periodicamente, anche in conflitto con pur invincibili tendenze critiche di segno opposto”, a smitizzare quell’autore che Sciascia avvertiva come “fraterno e lontano”. “E questo non per negare la testardamente generosa, benché in ultimo umoristicamente disperata, capacità dei suoi libri, dei suoi film di cogliere la realtà senza tuttavia arrendersi ad essa, cioè continuando sempre a pensarla anche solo in minima parte modificabile – afferma Tricomi - Viceversa, per non condannare le sue opere a quella paradossale forma di illeggibilità cui le destina chi di fatto si esima dal vagliarne i precisi significati accontentandosi di giudicarle profetiche, e non magari satiricamente utopistiche pur quando esse si dichiarino impotenti”.

 

LE LUCCIOLE. Il saggio di Tricomi ripercorre tutto il percorso umano e intellettuale di Pasolini: dal suo potenziale antifascismo tutto culturale alla morte del fratello Guido (partigiano nella brigata azionista Osoppo, ucciso da altri partigiani che auspicavano un’adesione del Friuli alla Jugoslavia di Tito), dalla scoperta di Gramsci al comunismo eretico e al tema della Resistenza tradita delle “Ceneri”, esplorando quella “mania delle origini” (così come la definisce Walter Siti) dal dialetto friulano, al sottoproletariato romano, al terzo mondo. Dall’entusiasmo creativo degli anni Cinquanta fino alla disperazione dei Settanta, Pasolini non va inteso come un profeta: “Diversamente da quanto affermano gli Scritti corsari, negli anni Settanta le lucciole non erano affatto scomparse, né del resto si sono estinte oggi”, sottolinea Tricomi, spiegando che con questa metafora Pasolini non “ambiva a pronosticare chissà quale evento. Piuttosto, intendeva convertire in un’immagine assolutamente lirica la percezione di una catastrofe storica – l’eclissi del mondo contadino, il tramonto della civiltà umanistica – per l’autore già consumatasi e, infatti, da lui esplorata maniacalmente nei propri lavori tutti. E sondata, in ciascuno di essi, traslitterandone poeticamente gli esiti tragici, se compito di un artista è appunto tradurre ‘nella giusta forma’, e rendere in tal modo ineludibili, quelle verità del presente che i contemporanei, pur avendole sotto gli occhi, si ostinano a misconoscere”. Un poeta civile e uno scrittore-intellettuale, citando Romano Luperini,  tra coloro “che non restano nei limiti dello specialismo, conoscono la grande cultura occidentale – storia, politica, filosofia – e le sue principali letterature e ricercano i nessi fra etica e società, leggendo in quelle e in questi i segni di un destino storico che si sforzano di interpretare e di influenzare non solo con un’attività di tipo giornalistico e saggistico, ma anche con l’opera narrativa e poetica e anzi proprio attraverso l’intersecazione di questi settori d’intervento”.

 

PETROLIO. Poeta civile che al contempo sente inevitabile l'eclissi di questo status, che “ama raffigurarsi prossimo al decesso o addirittura defunto”, non preconizzando la sua tragica morte ma alludendo metaforicamente al “radicale processo di delegittimazione culturale patito dalla letteratura, e dunque alla consapevolezza della propria crescente, in ultimo assoluta, marginalità civile di poeta e intellettuale”. Il suo “testamento” è Petrolio, “bulimico anti-romanzo, dalla vigorosa vocazione saggistica, che intende sondare i travestimenti identitari operati dal potere nei primi trent’anni di storia della repubblica italiana, nonché i mutamenti sociali intercorsi nell’Occidente tutto nello stesso arco di tempo”. Petrolio esprime nel segno del paradosso un tentativo di “letteratura-azione” che ammette nello stesso tempo l’“inutilità della poesia”. “E allora – sostiene l’autore del saggio - quanti pensano che i mandanti dell’omicidio di Pasolini siano da rinvenire non – idealmente – in quell’omofoba, incrudelita società italiana più volte accusata di barbarie dal poeta stesso, ma – realmente – nel Palazzo, si rifiutano di prendere alla lettera queste o altre ammissioni di sterilità intellettuale frequenti nei suoi lavori”. In conclusione, riflettendo sul modello di intellettuale incarnato da Pasolini, Tricomi sottolinea come la sua legittimità fosse fondata “su quel prestigio sociale della letteratura, e dello scrittore in quanto erede di un’intera storia culturale, che egli stesso riteneva però ormai incrinato e che il presente addirittura ammette di non voler più riconoscere. E poiché Pasolini non si è rivelato che questo, uno degli ultimi classici naturalmente politici consegnatici dalla letteratura del ‘secolo breve’, va da sé che si percepisca qualcosa di fin troppo artificioso, e persino di inconsapevolmente caricaturale, nei lavori, o nelle proposte ermeneutiche, di quanti rimodulano nei loro testi, o solo invitano ad attualizzare, specifici tratti della sua opera, della sua poetica”.

 

 

 

 

 

MASSIMO BONELLI RACCONTA LA MUSICA ATTUALE

 È disponibile in tutte le librerie e in formato e-book “La musica attuale. Come costruire la tua carriere musicale nell’era digitale” (RoiEdizioni) il primo libro di Massimo Bonelli, produttore discografico, manager e direttore artistico del Concerto del Primo Maggio di Roma. Il libro scatta una fotografia nitida e dettagliata del momento che sta vivendo la musica italiana e dell’evoluzione del mercato musicale rispetto a tutti gli stravolgimenti che l’epoca digitale ha portato, a partire dal boom delle piattaforme di streaming. Bonelli ha deciso di raccogliere in queste pagine il frutto delle tante ricerche, delle esperienze dirette e delle conoscenze acquisite nel corso della sua carriera di oltre vent’anni nel mondo della musica italiana. “Ho deciso di scrivere questo libro perché sono stato anch’io un musicista affamato di informazioni, ma anche e soprattutto perché non ho trovato nessun testo simile scritto in italiano e riferito alla nostra scena nazionale – dice Massimo Bonelli – Niente che affrontasse a tutto tondo l’evoluzione com­plessiva di un settore che, negli ultimi anni, ha vissuto una rivoluzione senza precedenti”. Da ex musicista e esponente di spicco del mondo della discografia italiana, Bonelli raccoglie in questo libro tutte le sue competenze e conoscenze acquisite nel corso della sua carriera nel mondo della musica, confezionando un perfetto manuale d’uso per gli artisti emergenti che desiderano costruire una carriera musicale di successo. L’autore di questo volume è dal 2015 il Direttore Artistico e l’organizzatore del Concerto del Primo Maggio di Roma. Produttore, manager e consulente musicale, ha fondato e dirige iCompany ed è l’ideatore e coordinatore di Casa Siae al Festival di Sanremo, oltre che l’attuale organizzatore del Premio Fabrizio De André.  È stato recentemente incaricato della direzione artistica della Numero 1, la storica etichetta fondata da Mogol e oggi linea editoriale di Sony Music. Nel 2019 ha coordinato Faber Nostrum, il progetto discografico tributo dell’indie italiano a Fabrizio De Andrè.

 

 

 

 

 

PACI RACCONTA IL CUORE GHIACCIATO D’EUROPA

 Oberland bernese. Il luogo dove tutto è cominciato. “L'Orco, il Monaco e la Vergine” di Paolo Paci (in libreria dal 21 maggio) è un viaggio tra cime, valli, villaggi e personaggi della Belle Époque alpina: cent’anni di sorprendente sviluppo economico e sociale, dalla metà del XIX alla metà del XX secolo, che hanno radicalmente mutato la percezione delle Alpi svizzere, facendone la locomotiva dell’industria turistica internazionale. Dalle prime spa ai grandi alberghi, fino all’invenzione di uno “stile alpino” artificiale che è diventato standard in tutto il mondo. E soprattutto con l’alpinismo, vero carburante di questo sviluppo, dalle conquiste della Golden Age alla corsa alle pareti nord degli anni Trenta. Nel nostro itinerario incontreremo i personaggi veri e di finzione, che sono stati protagonisti di questa storia: Leslie Stephen, J.R.R. Tolkien, James Bond, Mark Twain, Winston Churchill, Sherlock Holmes, Paul Klee, Tartarino di Tarascona, Richard Wagner, Baden Powell e tanti altri che, con i loro talenti, aspirazioni, visioni, hanno rimodellato il cuore ghiacciato d’Europa. Paci è nato a Milano nel 1959. Per qualche decennio è stato giornalista di viaggio, oggi si dedica in esclusiva alle sue passioni: scrittura, giardinaggio, alpinismo. Tra i suoi libri ricordiamo 365 giorni sulle Alpi, Evitare le buche più dure, Il deserto dei non credenti, Il respiro delle montagne e, pubblicati da Corbaccio, oltre a L'Orco, il Monaco e la Vergine, Caporetto andata e ritorno e 4810. Il Monte Bianco, le sue storie, i suoi segreti (Premio Bancarella Sport 2019).

 

ALBERT EINSTEIN, MILEVA MARIC: LETTERE D’AMORE

Albert Einstein conosce Mileva Maric nel 1896, al Politecnico di Zurigo, dove entrambi studiano fisica. È l’inizio di un sodalizio umano e intellettuale tra due giovani aspiranti scienziati che presto sfocia in un’appassionata relazione e, nel 1903, nel matrimonio. Alla compagna di studi “forte e indipendente” il giovane scienziato confida sogni, progetti, speranze e disillusioni; sono le tappe, spesso sofferte, di una maturazione emotiva e intellettuale che lo porterà alle grandi scoperte del 1905, vere “rivoluzioni concettuali” del nostro secolo. Mileva, lungi dall’essere quella pallida ombra tramandataci dalle biografie di Einstein, non è certo estranea alla straordinaria progressione creativa del compagno, con il quale condivide molti interessi scientifici, aiutandolo come lui stesso ammise a risolvere i suoi “problemi matematici”. Dalle lettere – che coprono l’arco di tempo che va dal 1897 al 1903, poco dopo il loro matrimonio – emergono anche i conflitti con gli altri scienziati, le costanti preoccupazioni per la ricerca di un posto di lavoro e le difficoltà incontrate dalla coppia che culmineranno con la nascita della figlia illegittima Lieserl e indeboliranno progressivamente il legame tra i due. Bollati Boringhieri le raccoglie nel volume “Albert Einstein, Mileva Maric. Lettere d’amore”, traduzione di Marina Premoli. Una testimonianza fondamentale che documenta un’intesa intellettuale e umana e che rivela un Albert Einstein sconosciuto al grande pubblico, per una volta ottimista, fiducioso nella vita, colto nel pieno degli anni giovanili, poco prima di diventare il genio iconico e il patriarca della fisica del xx secolo.

 

 

 

 

 

JOHN LANCHESTER E IL MURO NELLA GRAN BRETAGNA DI DOMANI

 

 

 

Un muro lungo centinaia di chilometri è stato innalzato attorno alla Gran Bretagna. Serve a tenere fuori gli Altri, le moltitudini che arrivano dal mare a caccia di un lembo di terra asciutta, al riparo dal cambiamento climatico che ha modificato la geografia del pianeta. Sul Muro, a pattugliare le coste, ci sono i Difensori, giovani uomini e donne in servizio obbligatorio. Nessuno può sottrarsi alla difesa del paese. “Il Muro” è il titolo del libro di John Lanchester, edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Federica Aceto. Kavanagh, il protagonista di questa storia, ha appena iniziato il suo periodo di sorveglianza. Se è fortunato, se niente va storto, durerà due anni, 729 notti. Se tutto va bene e sopravvive non dovrà mai più vedere il Muro in vita sua. Eppure ogni notte qualcosa può accadere, gli Altri possono arrivare, e per ogni invasore che supera il Muro un Difensore sarà abbandonato in mare. I diritti e le libertà individuali sono stati sacrificati in nome dell’interesse e della paura: tutto è diventato prezioso, l’acqua, l’aria, il cibo, ogni tipo di risorsa energetica. Il mondo è stato portato all’esaurimento, e ora bisogna proteggere la civiltà, o meglio la propria civiltà, a ogni costo. Sul Muro la vita di Kavanagh sembra immobile, al contrario è tesissima e adrenalinica. Nel corso di quelle notti, nell’attesa di un fantasma e di un nemico, si aprirà per lui lo spazio del riscatto e della libertà, assieme al sogno di un destino diverso. John Lanchester è autore di romanzi realisti e di saggi economici di grande successo. Qui tratteggia già dai primi capitoli, con esemplare asciuttezza ed efficacia, una realtà che può sembrare aliena e invece è drammaticamente verosimile, e si misura con una tradizione tutta inglese che guarda alla società attraverso la lente dell’immaginazione, del paradosso, della preveggenza. Da Jonathan Swift a George Orwell, da Doris Lessing a Kazuo Ishiguro, questa è una strada maestra che non finisce mai di stupire. Contiene l’avventura, la speranza, la disperazione, il riscatto, il passato e il futuro, e ci mostra con forza il presente.

(© 9Colonne - citare la fonte)