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direttore Paolo Pagliaro

ORO: IN USA E GIAPPONE
PROPRIETA’ DELLO STATO

ORO: IN USA E GIAPPONE <BR> PROPRIETA’ DELLO STATO

In tre dei principali Paesi industrializzati – Stati Uniti, Regno Unito e Giappone – le riserve auree ufficiali risultano formalmente di proprietà dello Stato e non delle rispettive banche centrali. È quanto emerge da un’analisi realizzata dal Centro studi di Unimpresa, che mostra modelli differenti da quello italiano ed europeo, dove l’oro è contabilizzato nei bilanci delle banche centrali. Una analisi che interviene così a commento dell’attuale frizione tra Banca centrale europea e Parlamento italiano sull’emendamento relativo alle riserve auree di Bankitalia. Negli Stati Uniti la disciplina è definita dal Gold Reserve Act del 1934, che trasferì l’intero stock d’oro al Dipartimento del Tesoro. L’oro federale, oggi oltre 8.000 tonnellate, è registrato come “U.S. Treasury-owned gold”, mentre la Federal Reserve, compresa la Fed di New York che custodisce lingotti anche per Stati esteri, non ne è proprietaria né può disporne. Alla banca centrale spetta esclusivamente la custodia tecnica e la gestione operativa su mandato del Tesoro, senza alcun potere decisionale sulla vendita o l’utilizzo delle riserve. Schema analogo nel Regno Unito, dove le riserve auree appartengono a HM Treasury e non alla Bank of England. La banca centrale britannica, che possiede solo due lingotti per ragioni storiche, svolge una funzione di deposito sicuro e di amministrazione tecnica dell’oro, senza alcun diritto di proprietà. Le decisioni su eventuali operazioni di vendita o riallocazione spettano unicamente al governo, come avvenuto tra il 1999 e il 2002 con la nota campagna di dismissione voluta dal Tesoro. In Giappone la titolarità delle riserve auree ufficiali fa capo al Ministero delle Finanze, che le contabilizza nello “Special Account for Foreign Exchange Funds”. La Bank of Japan può detenere oro a fini tecnici nei propri attivi, ma l’oro che costituisce la riserva sovrana è un asset statale e le operazioni ufficiali sono decise dal governo. La banca centrale agisce come agente esecutivo, non come proprietaria. In tutti e tre i casi la proprietà statale delle riserve è accompagnata da norme che preservano l’indipendenza della banca centrale, mantenendo una separazione netta tra la titolarità dell’oro e le decisioni di politica monetaria. Secondo il Centro studi di Unimpresa, l’attuale frizione tra Banca centrale europea e Parlamento italiano sull’emendamento relativo alle riserve auree di Bankitalia può essere compresa pienamente solo inserendo il caso italiano in un quadro comparato. L’oro delle banche centrali, ovunque nel mondo, è in ultima istanza patrimonio della collettività, ma i meccanismi giuridici attraverso cui questo principio viene tradotto in assetti proprietari e poteri gestionali sono profondamente diversi e rispondono a logiche storiche e istituzionali non sovrapponibili.

 

La domanda cruciale non è tanto “a chi appartiene formalmente l’oro”, quanto “chi può prendere decisioni operative su quell’oro” e con quali vincoli. È questo il punto su cui la Bce interviene con decisione: qualsiasi modifica legislativa che, anche implicitamente, sembrasse avvicinare l’oro di Bankitalia alla disponibilità diretta del governo italiano rischierebbe di essere letta come un vulnus al principio cardine dell’indipendenza delle banche centrali sancito dai Trattati europei.

 

“Ciò che emerge dal confronto internazionale è che la proprietà dell’oro può essere del Tesoro o della banca centrale, e che entrambe le soluzioni sono compatibili con un sistema avanzato e credibile. A fare la differenza non è la formula giuridica, ma la profondità del sistema di garanzie, l’indipendenza effettiva della banca centrale e la distanza istituzionale che separa le riserve monetarie dalla disponibilità diretta del potere politico. Dal confronto tra modelli emerge con chiarezza che la divisione tra proprietà formale dell’oro e gestione tecnica non è né insolita né, di per sé, problematica: al contrario è un meccanismo utilizzato da economie mature come USA, Regno Unito, Giappone - tutte con grandi riserve auree e sistemi finanziari complessi. In questi casi, la separazione legale consente di ridurre il rischio che le riserve vengano “usate” come strumento di bilancio statale, lasciando alla banca centrale un ruolo chiaro di custode e garante della stabilità monetaria” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.  Per comprendere perché la formulazione proposta in Parlamento abbia generato una reazione così netta da parte dell’Eurotower, occorre partire dai tre casi internazionali più rilevanti: Stati Uniti, Regno Unito e Giappone. In questi tre Paesi le riserve auree ufficiali non appartengono alle loro banche centrali, ma allo Stato, cioè ai rispettivi ministeri del Tesoro. Si tratta di modelli consolidati, in cui la separazione tra la proprietà formale dell’oro e la gestione della politica monetaria è chiaramente definita da norme molto precise e da una prassi istituzionale sedimentata. Nel caso degli Stati Uniti, il Gold Reserve Act del 1934 stabilisce che tutto l’oro ufficiale sia di proprietà del Dipartimento del Tesoro, non della Federal Reserve. La Fed di New York custodisce fisicamente lingotti per conto del Tesoro americano e, contemporaneamente, per altri governi e banche centrali estere, ma non ne possiede neppure un’oncia. L’oro del governo americano è contabilizzato come “U.S. Treasury-owned gold”: è dunque un attivo statale, non della banca centrale. Questo assetto, però, non compromette l’indipendenza della Federal Reserve, perché esiste un quadro normativo estremamente rigido che impedisce al governo di utilizzare liberamente l’oro per finanziare deficit o operazioni straordinarie senza passaggi formali molto impegnativi. La distinzione tra proprietà e controllo operativo è chiara, stabile e protetta. Un modello analogo vive nel Regno Unito, dove le riserve auree sono formalmente proprietà di HM Treasury. La Bank of England, famosa per ospitare uno dei caveau più grandi al mondo, funge in realtà da semplice custode: possiede solo due lingotti “da museo”, a fini simbolici. Tutto il resto dell’oro che si trova nei suoi depositi è di terzi, incluso lo Stato britannico. L’oro ufficiale del Regno Unito, quindi, appartiene al Tesoro, mentre la banca centrale ne gestisce gli aspetti tecnici e operativi. Anche qui, l’indipendenza della Bank of England non è messa in discussione, perché il quadro legislativo distingue nettamente tra proprietà dell’asset e strumenti di politica monetaria, evitando qualunque ambiguità sul possibile utilizzo delle riserve a fini di finanza pubblica. Il Giappone rappresenta un terzo modello in cui una componente significativa delle riserve ufficiali – incluso l’oro – è riportata in un conto speciale del Ministero delle Finanze denominato “Special Account for Foreign Exchange Funds”. È dunque il governo a controllare formalmente tali risorse. La Bank of Japan può a sua volta detenere oro all’interno del proprio bilancio come riserva tecnica, ma la parte fondamentale delle riserve ufficiali resta sotto la titolarità statale. La banca centrale giapponese agisce come agente esecutivo del Ministero, senza che questo comprometta la sua autonomia nel definire la politica monetaria. Anche in questo caso la distinzione tra la proprietà dell’oro e la gestione operativa è definita con chiarezza e non apre spazi per interpretazioni politiche estemporanee.

Accanto a questi tre modelli basati sulla proprietà statale, vi sono Paesi in cui l’oro è invece formalmente di proprietà della banca centrale nazionale. È il caso della Germania, dove la Bundesbank iscrive l’oro direttamente nel proprio bilancio e lo considera un suo attivo. Anche quando una parte dell’oro è custodita all’estero – come presso la Federal Reserve di New York o la Bank of England – la Bundesbank sottolinea che la proprietà resta sua e che l’oro è giuridicamente protetto persino in caso di insolvenza del depositario. Qui l’indipendenza della banca centrale è molto forte e la tradizione giuridica tedesca attribuisce grande importanza al fatto che le riserve monetarie non siano nella disponibilità diretta del governo federale. Un altro caso simile è la Svizzera, dove la Banca nazionale svizzera (BNS) detiene l’oro come parte delle proprie riserve valutarie e dove la Costituzione federale prevede esplicitamente che una quota delle riserve debba essere mantenuta in oro. La BNS è un’istituzione con una natura giuridica peculiare, una società per azioni a maggioranza pubblica, ma con un mandato preciso di politica monetaria e forte indipendenza operativa. La proprietà dell’oro è chiaramente attribuita alla BNS, ma si tratta di un’istituzione la cui funzione pubblica è regolata in modo tanto puntuale da evitare che la proprietà “tecnica” dell’oro possa essere oggetto di dispute politiche. L’Italia, dal canto suo, appartiene al modello europeo continentale: l’oro è iscritto nel bilancio della Banca d’Italia e ne costituisce una parte rilevante (circa 2.452 tonnellate). La banca centrale, come componente del Sistema europeo delle banche centrali (SEBC), è vincolata dai Trattati europei, che definiscono in modo molto rigoroso l’indipendenza delle banche centrali e proibiscono qualunque utilizzo delle riserve monetarie per finanziare la spesa pubblica o ridurre il debito dello Stato. È per questo motivo che la Bce interviene con tanta decisione. Non contesta il principio astratto secondo cui l’oro, in ultima analisi, è patrimonio della collettività, principio valido ovunque. Contesta invece il fatto che un Parlamento nazionale tenti di ridefinire via legge la “titolarità” politica delle riserve di una banca centrale che opera dentro un sistema sovranazionale basato su regole stringenti e su un equilibrio estremamente delicato tra sovranità economica nazionale e autonomia monetaria europea.

 

Negli Stati Uniti la questione è regolata da una legge storica, il Gold Reserve Act of 1934, varata durante la crisi degli anni ’30. Quella legge trasferì all’allora governo federale (il Dipartimento del Tesoro) la proprietà di tutto l’oro ufficiale — comprese le riserve che la banca centrale (la Federal Reserve) deteneva. Di conseguenza, l’enorme stock aureo degli USA — spesso indicato come la più grande riserva d’oro al mondo (oltre 8.000 tonnellate secondo dati recenti) — figura come attivo del Tesoro. La Federal Reserve non “possiede” oro in proprio: dal punto di vista legale, la sua funzione è solo di tesoriere, custode e gestore tecnico-contabile. Questo assetto ha radici in un regime giuridico e monetario che negli anni ’30 prevedeva una stretta correlazione tra moneta e oro, e che venne riformato radicalmente con il Gold Reserve Act, che eliminò la convertibilità del dollaro in oro e tolse alla Fed la titolarità delle riserve auree. Negli Stati Uniti quindi la proprietà dell’oro è dello Stato – tramite il Tesoro –, e la banca centrale svolge esclusivamente un ruolo tecnico di custodia e amministrazione. Questo schema consente al Tesoro di detenere un patrimonio importante, ma garantisce formalmente che la politica monetaria resti separata e che la Fed mantenga, almeno normativamente, la sua indipendenza su altri strumenti non legati all’oro.

 Nel Regno Unito la situazione è molto simile per logica all’Italia-USA: le riserve auree ufficiali sono di proprietà del governo britannico, cioè di HM Treasury. La Bank of England (BoE) ospita fisicamente l’oro nei suoi caveau, ma agisce come custode per conto di HM Treasury: la banca possiede solo due lingotti, mantenuti per ragioni storiche/museali, non come parte delle riserve ufficiali. Questo significa che l’oro britannico — circa 310 tonnellate secondo fonti recenti — non è iscritto come attivo della Banca d’Inghilterra, ma appartiene formalmente allo Stato. Storicamente, dal punto di vista della politica economica, BoE funge da “magazzino sicuro”: custodisce fisicamente l’oro, garantisce la custodia, l’integrità, la gestione tecnica (spostamenti, trasferimenti, operazioni di deposito, eventualmente prestiti), ma non decide — in quanto proprietario — sull’utilizzo o sulla vendita dell’oro. Queste decisioni rimangono prerogativa dello Stato, che ne detiene formalmente la proprietà. Il Regno Unito in passato ha venduto una parte significativa delle sue riserve (nel periodo 1999–2002) per perseguire strategie di diversificazione delle riserve valutarie. Quella operazione fu gestita da HM Treasury, confermando il principio che l’oro è un asset statale, non della banca centrale. In sintesi, anche a Londra — come negli Stati Uniti — la proprietà dell’oro è dello Stato, la custodia e l’amministrazione tecnica è affidata alla banca centrale, in un rapporto di sorta fiduciario. Ciò consente al Regno Unito di avere un grande patrimonio aurifero sotto controllo governativo, mantenendo però il centro di custodia della Bank of England. Nel caso del Ministry of Finance (Japan) (MoF) il modello è analogo: le riserve auree ufficiali del Paese sono gestite dal Tesoro giapponese, non dalla banca centrale. Secondo le statistiche ufficiali riportate da fonti internazionali, le riserve auree del Giappone sono pubblicate come patrimonio del governo.  In particolare, gli archivi ufficiali mostrano che il MoF fornisce le cifre relative alle riserve auree, che rappresentano un elemento delle riserve valutarie del Paese.  La Bank of Japan (BoJ) può detenere nel suo bilancio oro come attivo tecnico o riserva, ma l’oro che viene considerato “riserva ufficiale” del Giappone — quello usato come garanzia, asset di riserva statale etc. — è formalmente del Tesoro. Tale assetto consente al governo giapponese di mantenere il controllo su una quota delle riserve ufficiali in oro, separando però la gestione monetaria e la politica monetaria dalla titolarità dell’asset. In un Paese come il Giappone, spesso esposto a pressioni economiche internazionali e mercati valutari complessi, tale distinzione può rappresentare un elemento di stabilità e garanzia per eventuali interventi macroeconomici o di bilancio. (4 dic - red)

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