Un calendario "dedicato al volto – spesso silenzioso ma sempre determinato – delle donne che, con coraggio e resilienza, rompendo con il passato o sfidando la cultura mafiosa, hanno scelto la via della legalità". Sono le parole del direttore della Direzione investigativa antimafia, il generale Michele Carbone, che oggi presso la Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto ha presentato il calendario Dia dedicato al "volto femminile" nella lotta alle mafie, ospite della presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo: "Quello che emerge - sottolinea Colosimo - è un volto molteplice, un volto dove viene fuori una ferocia femminile, quella delle boss che stanno avanzando in questi ultimi periodi e dall'altra invece il volto materno delle donne di 'Liberi di scegliere', delle figlie, delle sorelle, delle vittime di mafia che con il loro rigore, con la loro fragilità ma anche con la loro forza ci raccontano che combattere la criminalità organizzata si può". “Un'occasione straordinaria che il direttore della Dia, generale Carbone, ha voluto dedicare alle donne dell'Antimafia ed è una scelta che ci trova partecipi e ci trova soprattutto come protagoniste. È una scelta importante, l'occasione per la divulgazione di un'Antimafia dal volto femminile, perché l'Antimafia si fa anche e soprattutto con le donne: mogli, mamme, figlie, sorelle che vivono in contesti istituzionali ma che devono portare un messaggio alle donne che vivono in contesti mafiosi, e questo secondo me è un'occasione unica e straordinaria”: così Lorena Di Galante, vicedirettore operativo della Direzione investigativa antimafia. Lia Sava, procuratore generale presso la Corte d’appello di Palermo, è la prima donna a ricoprire tale incarico: “Il concetto di contrasto al crimine organizzato al femminile ha una duplice valenza: da un lato dobbiamo contrastare, lo abbiamo detto oggi in questo momento di riflessione, una presenza femminile all'interno delle organizzazioni che non è più marginale ma che tende a diventare operativa. Abbiamo ormai donne che prendono in mano l'organizzazione e, al di là del fatto che i compagni o i mariti o i padri siano in carcere, diventano esse stesse punti di riferimento attivi dell'organizzazione. L'altra faccia sono le donne dell'Antimafia, che sono tante ormai, non soltanto magistrati ma anche funzionari e operatori delle forze di polizia e poi soprattutto c'è quell'Antimafia sociale fatta di donne, di professoresse, di gente impegnata al femminile nel sociale che cerca di contrastare l'offerta deviante del crimine organizzato e offrire delle alternative di legalità delle quali abbiamo tanto bisogno”. “E poi – aggiunge - il terzo aspetto che secondo me è molto importante: molte più donne potrebbero dedicarsi al contrasto al crimine comune e organizzato, e anche dare una mano al contrasto alla criminalità minorile se ci fossero delle strutture sociali che potessero davvero aiutare le donne ad uscire fuori dalla casa, quindi non essere puramente e semplicemente legate al focolare, dedicandosi più attivamente alle professioni e al sociale. Questa è la sfida della quale dobbiamo farci portatrici, cioè che ci siano delle strutture che consentano a tutte le donne di essere attive nelle professioni e quindi anche nel contrasto al crimine. Soprattutto adesso che abbiamo questa grande emergenza del crimine giovanile, credo che la presenza femminile, sia davvero importante” conclude il procuratore. Elena Ferraro, imprenditrice del trapanese, la mafia l'ha guardata dritta in faccia: “Posso testimoniarlo con la mia vita, che è ormai sotto gli occhi di tutti: quando un imprenditore decide di opporsi al sistema mafioso può benissimo farlo, deve rivolgersi alle forze di polizia, alla magistratura come ho fatto io, senza indugio e non rimane mai da solo. Quindi è falso quando gli imprenditori nel mio territorio quantomeno continuano a sostenere che lo Stato li lascia soli, e quindi questo è il motivo di evitare di denunciare. Posso testimoniare che non è così, non sono mai stata lasciata da sola, ho avuto sempre il sostegno della magistratura, delle forze di polizia, anche di una parte della società civile, perché devo dire che adesso dopo l'arresto e la morte di Matteo Messina Denaro anche nella mia città si registra un cambiamento della coscienza antimafia” afferma l’imprenditrice del trapanese nota per essersi opposta alle richieste estorsive di Cosa Nostra. “Quando mi sono trovata al cospetto di un cugino di Matteo Messina Denaro – racconta - che si presentò appunto dicendo ‘sono Messina Denaro, sono il capo di tutto, comando io’ e soprattutto quando mi voleva imporre di sottostare ad un affare di riciclaggio di denaro, quindi di infiltrarsi nella mia società, io non ho avuto nessuna riserva e non ho avuto nessun indugio a dire quel ‘no’, un ‘no’ che poi ho pronunciato in maniera istintiva e che poi, subito dopo averlo pronunciato, non doveva restare soltanto una parola detta che non produceva nessuna reazione: mi sono messa in macchina, sono andata alla Squadra mobile e ho denunciato tutto. Quindi non basta semplicemente fare una scelta di legalità, ma bisogna mettersi in movimento affinché questa scelta produca anche degli effetti”. A chiudere i lavori Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, che ribadendo la centralità delle donne nella lotta al crimine, ha auspicato: "Spero di essere l'ultimo maschio nel mio ruolo, almeno per un po'". (Roc)
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