Il 1° gennaio 2026 rimarrà impresso negli annali della politica statunitense come il giorno in cui New York, la capitale del capitalismo mondiale, ha ufficialmente aperto le porte del City Hall a un sindaco socialista democratico. Sotto un cielo gelido e davanti a migliaia di sostenitori accampatisi lungo Broadway, il trentaquattrenne Zohran Mamdani ha prestato giuramento come 112° primo cittadino della Grande Mela, segnando l'inizio di quella che si preannuncia come la presidenza municipale più radicale e trasformativa dell'era moderna. Se qualcuno tra i Democratici moderati o l'establishment economico sperava in uno spostamento del neosindaco verso posizioni più centriste dopo la vittoria, tali aspettative sono evaporate nel giro di pochi minuti: il discorso di insediamento di Mamdani è stato un manifesto di intransigenza progressista, privo di scuse e carico di una visione che mira a scardinare lo status quo politico.
"Sono stato eletto come socialista democratico e governerò come socialista democratico", ha proclamato con forza l'ex deputato statale, scaldando una folla imbacuccata per difendersi dalle temperature rigide. Mamdani ha voluto lanciare un messaggio inequivocabile non solo alla città, ma all'intero Paese: la sinistra ha vinto una battaglia cruciale e ora intende dimostrare che i progressive liberals possono governare efficacemente una metropoli complessa senza tradire i propri principi. Durante la cerimonia, Mamdani ha aspramente criticato quella che ha definito la "politica del compiacimento", accusando l'establishment di aver fallito nei confronti dei propri elettori a causa di una cronica mancanza di immaginazione e ambizione. "Non abbandonerò i miei ideali per paura di essere etichettato come radicale", ha promesso, sfidando apertamente le consuetudini del compromesso politico.
La solennità del momento è stata amplificata dalla presenza dei pesi massimi del socialismo americano. È stato il senatore Bernie Sanders a officiare il giuramento, definendo "non radicale" la lotta per rendere accessibili a tutti alloggi, cibo e assistenza all'infanzia. Al suo fianco, Alexandria Ocasio-Cortez ha pronunciato un discorso carico di significato strategico, sottolineando come New York debba diventare il laboratorio nazionale per le politiche della sinistra liberale: "Se ce l'abbiamo fatta qui, ce la possiamo fare ovunque", ha dichiarato la deputata, citando implicitamente l'inno della città per proiettare il modello Mamdani su scala federale. La cerimonia è stata arricchita dalle esibizioni di artisti del calibro di Lucy Dacus e Mandy Patinkin, che hanno contribuito a trasformare l'evento in una vera e propria celebrazione di popolo.
Tuttavia, dietro il fervore ideologico della giornata inaugurale, restano i nodi di una gestione che si preannuncia difficilissima. Mamdani eredita una città con sfide strutturali enormi e un panorama politico che, storicamente, tende a logorare anche i leader più convinti. Durante la campagna elettorale, lo stesso Mamdani aveva già dovuto affrontare i primi scogli del realismo politico, vedendosi costretto a fare concessioni e a prendere le distanze dalle sue precedenti posizioni più estreme, come la proposta di definanziamento del New York Police Department (NYPD). Ora, nel passaggio dalla retorica dei gradini del Municipio alla realtà amministrativa degli uffici comunali, il nuovo sindaco dovrà dimostrare se il suo socialismo democratico sarà in grado di tradursi in soluzioni concrete o se l'intransigenza manifestata nel gelo di gennaio si scontrerà con la complessa macchina burocratica ed economica di una delle città più ingovernabili del mondo. (2 DIC - deg)
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