“QUASI FARCELA”, IL TENNIS RACCONTATO DA CONOR NILAND
A sedici anni, Conor Niland è stato scelto per allenarsi con Serena Williams alla celebre accademia di Nick Bollettieri. Conor, numero uno tra gli juniores irlandesi, aveva nostalgia di casa. Serena, anche lei sedicenne, una casa la possedeva già, proprio accanto a quei campi. Con questo memoir, “Quasi farcela. La dura realtà del 99% dei tennisti professionisti” (in libreria dal 13 gennaio per Mondadori) Conor Niland ci introduce nel mondo esclusivo del tennis professionistico: un universo in cui poche decine di top player super-ricchi – che viaggiano scortati da grandi entourage – dividono la scena con il restante 99% dei giocatori: tennisti che vivono il circuito in solitudine e i cui guadagni a malapena coprono le spese. Niland sa cosa significa trovarsi nello spogliatoio quando entra Roger Federer (“Ciao, bonjour, hello!”) e ha assaporato la sensazione terribilmente sublime di affrontare Novak Djoković nello stadio di tennis più grande del mondo. Non è riuscito a raggiungere la vetta, ma durante gli anni trascorsi nel circuito ha vissuto esperienze e raccolto storie che nessun cronista sportivo potrebbe mai raccontare. Il risultato è un ritratto inedito del circuito tennistico professionistico, delle dinamiche sociali ed economiche su cui si regge, e delle tante zone d’ombra tra scommesse, doping e sacrifici spesso senza ricompensa. Pagine divertenti e a tratti dolorose che offrono uno sguardo privilegiato e autentico sull’ambiente spietatamente competitivo del tennis, ma anche una riflessione sulle occasioni mancate per un soffio. Conor Niland è cresciuto a Limerick ed è stato per molti anni il miglior tennista irlandese, sia da juniores che da professionista. Da giovane ha battuto Roger Federer – e conserva ancora gli appunti del suo allenatore su quel match. La sua carriera ha raggiunto l’apice nel 2011, quando è entrato nel tabellone principale di Wimbledon e dello US Open. Vive a Dublino con la moglie e i due figli ed è il capitano della nazionale irlandese di Coppa Davis. Con questo libro nel 2024 ha vinto il premio “William Hill Sports Book of the Year”. (Roc)
“IMMAGINI DI UN MONDO IN FRANTUMI” DI NELLO BARILE
Dalla solitudine mediatica del Papa in una piazza San Pietro deserta durante il lockdown alle influencer russe che bruciano le loro borse Chanel all’indomani dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, fino al carnevale psichedelico e sedizioso di Capitol Hill: ci sono immagini iconiche che segnano le crepe di un mondo interconnesso, e che raccontano il tramonto della globalizzazione meglio di qualsiasi analisi economica. Nel suo nuovo libro “Deglobalizzazione – Immagini di un mondo in frantumi”, Nello Barile, sociologo dei media e docente all’Università IULM di Milano, costruisce una mappa visiva del presente: un atlante che attraversa crisi, simboli e linguaggi per capire come la globalizzazione si sia frantumata, trasformandosi in un sistema di frammenti, disuguaglianze e nuovi poteri. La deglobalizzazione, scrive Barile nel saggio edito da Egea, non è un semplice arretramento della globalizzazione, ma un processo culturale e simbolico: la disgregazione di un immaginario comune. Ogni grande crepa – dall’11 settembre alla guerra in Ucraina, passando per la crisi finanziaria, la Brexit, la pandemia – ha prodotto non solo conseguenze economiche e politiche, ma anche nuove immagini del mondo. In queste rappresentazioni, che oscillano tra realtà e finzione, si leggono i sintomi di un’epoca post-globale: il ritorno dei confini, la dissoluzione delle ideologie, la spettacolarizzazione del potere. Nel saggio Barile intreccia sociologia dei media, filosofia politica e cultura visiva, mostrando come la globalizzazione abbia progressivamente consumato se stessa. La promessa di una rete globale e inclusiva si è trasformata in un mosaico di bolle comunicative e tribalismi digitali, in cui la tecnologia connette e allo stesso tempo isola. L’autore ricostruisce il percorso della deglobalizzazione attraverso cinque snodi storici. L’11 settembre, che segna la fine dell’innocenza globale e inaugura la politica della paura. La crisi del 2008, che dissolve la fiducia nei mercati e apre la stagione del populismo economico. La Brexit e l’emergenza migratoria, che riportano al centro il tema dei confini e delle identità. La pandemia, che mostra la vulnerabilità del sistema globale. La guerra in Ucraina, che unisce religione, propaganda e tecnologia in un conflitto che è insieme materiale e simbolico. In questo percorso, la globalizzazione non scompare: si decompone e si replica in nuove forme di potere. Le piattaforme digitali, le grandi corporation tecnologiche e i regimi autoritari ibridi diventano i nuovi centri di controllo dell’immaginario mondiale. Barile descrive una realtà attraversata da due grandi forze: il paradigma globalista, erede dell’utopia progressista e cosmopolita, e quello identitario, fondato su radici, confini e comunità chiuse. Tra questi poli si muove una politica ridotta a spettacolo, dove il dissenso diventa intrattenimento e la verità si misura in like. È l’epoca della polarizzazione emotiva, in cui ogni opinione si traduce in un’immagine virale, ogni crisi in una narrazione estetica. Nella “guerra metafisica” tra visioni del mondo – quella secolarizzata dell’Occidente e quella spirituale e autoritaria che la sfida – la deglobalizzazione si manifesta come scontro di immaginari, prima ancora che di economie o ideologie. In questo senso, il saggio si spinge oltre la geopolitica per indagare la dimensione culturale della deglobalizzazione. La cultura popolare diventa un campo di battaglia tra modelli opposti: la Netflix Society e la Retrotopia, la Cancel Culture e i nuovi nazionalismi religiosi. O, in ultima istanza, il pensiero Woke – progressista e inclusivo, spesso ad ogni costo – e la reazione che gli si oppone, nostalgica e difensiva, che cerca rifugio nel mito del passato se non nelle ideologie suprematiste. Che si tratti di una marcia forzata verso il futuro o della fuga in un passato idealizzato, la corsa sembra comunque condurre all’interno di prigioni in cui rinchiudere un mondo che ha smarrito il suo equilibrio. In questo scenario conflittuale, la rete non connette ma isola: moltiplica le voci ma dissolve la comunità, trasformando l’individuo in un nodo autoreferenziale di un sistema che alimenta sé stesso. È l’universo di “The Young Pope” e di “Stranger Things”, dove la solitudine del potere e la paura dell’ignoto diventano metafore di un’umanità iperconnessa ma incapace di comunicare davvero. Parallelamente, la contro-cultura viene svuotata e convertita in spettacolo. La ribellione diventa estetica, la critica un marchio: l’immaginario della protesta – dai graffiti di Banksy ai mural di Jorit – è assorbito dalla macchina mediatica che trasforma ogni gesto di dissenso in contenuto condivisibile. La Silicon Valley, un tempo simbolo del progresso libertario, è oggi l’emblema del nuovo feudalesimo digitale: dal progressismo utopico della rete, insomma, al feudalesimo delle piattaforme. Il potere non è più solo economico o politico, ma cognitivo, esercitato attraverso algoritmi, sorveglianza e persuasione invisibile. È il preludio alla società artificiale, dove l’intelligenza artificiale e le tecnologie predittive diventano la nuova metafisica del potere: un sistema che promette efficienza e sicurezza in cambio di autonomia, immaginazione e libertà critica. Neanche fossimo in una puntata di “Black Mirror”. "Riflettere sulla deglobalizzazione non vuol dire certo assecondare i partiti sovranisti e populisti nel loro approfittare delle grandi crisi per fare incetta di voti”, scrive Barile. “Vuole dire in primis ripensare il modello della globalizzazione che ha tradito molte delle sue promesse, ma vuole anche ammonire sui possibili rischi di una transizione verso un nuovo ordine globale dominato da megaorganismi e poteri autocratici, o meglio tecnototalitari, che tenteranno di far sopravvivere pezzi di globalizzazione funzionali al proprio tornaconto". (Roc)
NORWICH, “STORIA DI VENEZIA. DAL 1400 ALLA CADUTA DELLA REPUBBLICA”
“Storia di Venezia. Dal 1400 alla caduta della Repubblica”, edito da Sellerio (traduzione dall'inglese di Aldo Sparagni) è il secondo volume di uno dei libri più amati di John Julius Norwich. L’apogeo e la fine della Serenissima in un’opera esauriente, ricca di dati e di analisi, mai asfissiante, scritta con la passione erudita e l’immancabile humour inglese che i lettori di Norwich conoscono. La storia che l’inglese John Julius Norwich ha dedicato a Venezia è un’osservazione ammirata propria di chi è stato toccato dall’incanto della città, capace di scovare i particolari più rivelatori. L’autore punta soprattutto a illustrare al lettore il dinamismo di una città, quasi miracoloso per l’armonia che riuscì a realizzare, per l’equilibrio nella libertà che riuscì a mantenere. Mentre nel primo volume ha descritto l’ascesa fino al pieno splendore della metropoli, in questo secondo descrive il lento affievolirsi della sua magnificenza, dall’apogeo nel XV secolo alla caduta della Serenissima per mano di Napoleone nel 1797. E in entrambi i volumi il racconto è concentrato su tre punti di vista: lo sviluppo artistico attento a una visione urbana complessiva, il sistema di governo equilibrato da una costituzione aristocratica ma fondata su contropoteri e rigorosi controlli elettorali, la civiltà della vita sociale ricca della laboriosità di artigiani e artisti capaci di divertimento quotidiano. Ciò che accadeva a Venezia era in tutto attraversato dal vento della storia: l’epoca dei grandi condottieri, le alleanze per il predominio in Italia, la lotta tra Francia e Spagna, la prevalenza dell’asse atlantico dopo la scoperta dell’America, la caduta di Costantinopoli, l’apertura della via per le Indie, il Mediterraneo tra Impero ottomano e Impero spagnolo, Lepanto, i sonnolenti anni del Sei e Settecento, infine l’età di Napoleone che porta alla caduta della Serenissima. Una piega del destino dovuta ai tempi nuovi ai quali il sistema-Venezia non era più adeguato, ma facilitata da due germi che da tempo ne accompagnavano la vicenda: il dualismo di interessi mare-terraferma, la chiusura oligarchica del suo sistema politico. L’autore di questa Storia di Venezia ha sempre dichiarato di non essere uno storico di professione. Però il trasporto appassionato per il suo oggetto e il piglio di narratore che dà una tinta personale al resoconto non sono mai separati dal rigore dell’oggettività e dalla completezza della documentazione. Ragion per cui John Julius Norwich è stato davvero l’inventore di una originale forma di divulgazione storica, di una attualissima storia-racconto. John Julius Norwich, visconte di Norwich (il suo vero nome era John Julius Cooper, 1929-2018), lasciato il corpo diplomatico per dedicarsi alla scrittura, è stato storico, curatore di mostre, autore di molti documentari per radio e tv, e ha presieduto diverse associazioni di beneficenza e di difesa del patrimonio artistico. Ha scritto decine di libri di storia, occupandosi, oltre che di Normanni e di Sicilia, di Venezia, dell’Impero bizantino. Questa casa editrice ha pubblicato Breve storia della Sicilia (2018), Il Mare di Mezzo. Una storia del Mediterraneo (2020), I normanni nel Sud. 1016-1130 (2021), Il regno nel sole. 1130-1194 (2022), Storia di Venezia. Dalle origini al 1400 (2024) e Storia di Venezia. Dal 1400 alla caduta della Repubblica (2025). (Roc)
CHIARA FRUGONI CI PORTA IN UNA LONTANA CITTA’ MEDIEVALE
Mura turrite, piazze, case, chiese: architetture, immagini e simboli parlano della nascita del sentimento cittadino, di come uomini e donne del Medioevo hanno vissuto, rappresentato e raccontato lo spazio urbano. Armata della consueta finezza di indagine, Chiara Frugoni in “Una lontana città. Sentimenti e immagini nel Medioevo” (Il Mulino) ci accompagna attraverso la cultura figurativa, le cronache e i testi coevi in un viaggio alla scoperta della città medievale e del suo immaginario: un luogo costruito prima di tutto per difendersi da ciò che è fuori? il pericolo, i nemici, il caos, la natura selvaggia. Se le mura segnano il confine tra disordine e civiltà, gli edifici religiosi, protetti da muri sacri, diventano simbolo di una difesa delle anime. Quali emozioni e sentimenti suscitava la città nei suoi abitanti, quali messaggi spirituali trasmetteva il suo assetto materiale, quale società si rifletteva in quell’agglomerato fatto di palazzi, chiese, statue, case, vicoli e piazze? E quando gli «abitanti» diventano «cittadini»? Dalla città di pietre alla città di uomini il percorso si compie attraverso trasformazioni profonde, mentre una nuova coscienza urbana prende forma, più laica, legata alla rivalutazione delle arti, al lavoro, al brulicare dei mestieri, allo sviluppo della vita pubblica e associativa. Da Milano a Napoli, da San Gimignano a Firenze, Perugia, fino a Siena e al grande affresco del Buon e del Mal Governo di Ambrogio Lorenzetti: ovunque la città è teatro di potenti tensioni ideali e politiche. Chiara Frugoni (1940-2022) ha insegnato Storia medievale nelle Università di Pisa, Roma e Parigi. Tra i suoi numerosi libri per il Mulino: «Donne medievali. Sole, indomite, avventurose» (2021), «A letto nel Medioevo. Come e con chi» (2022), «Il presepe di San Francesco. Storia del Natale di Greccio» (2023), «Due papi per un giubileo. Celestino V, Bonifacio VIII e il primo Anno Santo» (2024). (Roc)
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