di Paolo Pagliaro
Le esportazioni non si vedono, non incidono subito sulla vita quotidiana, non producono effetti immediati su salari, tasse o prezzi. Forse per questo non ha avuto l’attenzione che meritava la notizia che l’Italia ha superato il Giappone, conquistando la quarta posizione tra i principali esportatori mondiali, preceduta solo da Cina, Stati Uniti e Germania.
Tanta ritrosia nel divulgare una notizia positiva si può forse spiegare col fatto che gran parte dell’export italiano viene non da grandi multinazionali con uffici stampa potenti ma da un tessuto di 27 mila piccole-medie imprese, con organici che vanno dai 50 ai mille dipendenti, distribuite in 160 distretti specializzati. Si distinguono per una diversificazione che non ha uguali: l’Italia è il Paese che esporta la più ampia varietà di prodotti verso il maggior numero di destinazioni.
Analizzando le ragioni del successo, il quotidiano economico francese Les Echos si sofferma sul piano “Industria 4.0”, avviato nel 2016 da Renzi e Calenda. Incentivando gli investimenti digitali e l’automazione attraverso misure fiscali straordinarie, l’Italia ha modernizzato il proprio apparato produttivo. Gli investimenti in macchinari sono così aumentati del 59%, raggiungendo il 7,3% del PIL e superando Germania e Francia.
L’economista Marco Fortis, della Fondazione Edison, fa notare che l’Italia è l’unico Paese europeo ad aver tenuto testa alla Cina negli ultimi dieci anni. E anche in questo caso c’è il riconoscimento postumo dell’efficacia di un provvedimento. Il Superbonus del governo Conte, che verrà ricordato per le frodi del bonus facciate mentre in realtà – osserva Fortis - ha sostenuto l’occupazione, la produzione e il gettito fiscale.
(© 9Colonne - citare la fonte)



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