La grande mostra “Chagall, testimone del suo tempo” – che, aperta il 10 ottobre scorso, ha già raggiunto quasi 60.000 visitatori – racconta la biografia e i molteplici aspetti della produzione di uno dei più importanti e amati maestri dell’arte del Novecento attraverso 200 opere, tra dipinti, disegni e incisioni, realizzate in oltre mezzo secolo di attività, e due sale che consentono di ammirare in una dimensione coinvolgente e spettacolare suoi capolavori monumentali come la decorazione del soffitto dell'Opéra Garnier di Parigi e la serie di vetrate per la sinagoga dell’Hadassah Medical Center di Gerusalemme. Visitabile fino all’8 febbraio, il ricco e avvincente percorso espositivo, articolato nelle quattordici sale di Palazzo dei Diamanti a Ferrara, si chiude con un’opera emblematica ed eloquente, il grande dipinto a olio su tela intitolato La Pace, eseguito da Chagall nel 1949, dopo il suo rientro in Francia dal lungo soggiorno in America, dove si era rifugiato, otto anni prima, per sfuggire alla minaccia del nazismo. Dopo la tragedia della guerra e dell’olocausto, Chagall affida il suo messaggio di speranza a una colomba bianca, simbolo universale di pace. L’uccello, che traporta un libro aperto sulle cui pagine si leggono “La Vie” e “La Paix”, è macchiato di rosso, come il colore del sangue versato. In basso due innamorati, probabilmente l’artista stesso e la prima moglie Bella, e i tetti della mai dimenticata città di Vitebsk, dove era nato nel 1887, evocano temi centrali della sua poetica come l’amore e la memoria. Marc Chagall, che avendo vissuto in prima persona i conflitti del secolo scorso sapeva quanto la pace fosse preziosa e contempo fragile, disse: “Sento che il nostro problema oggi è soltanto uno: unirci. Radunare quello che resta di noi dopo il disastro, riempire i nostri cuori di propositi nobili”. Il suo straordinario dipinto, che parla del suo tempo e anche del nostro, dimostra come egli sia riuscito, come pochi altri, a trasformare l’esperienza personale in una potente riflessione condivisa, il dolore e la difficoltà in bellezza e gioia di vivere, l’immagine in emozione e poesia. (gci)
A BOLOGNA “THE WILL” DI SALLA TYKKA PER LA RASSEGNA PROJECT ROOM
Galleria Studio G7 di Bologna presenta “The Will”, secondo appuntamento della rassegna annuale Project Room promossa dal 2025 nei propri spazi espositivi. La mostra, a cura di Marinella Paderni, racconta il lavoro dell’artista finlandese Salla Tykka, alla sua prima personale in una galleria italiana. Il titolo del progetto attinge dall’ultimo lavoro dell’artista, “The Will” (2024), un’opera video costruita attraverso le immagini e i suoni che sin dagli anni Duemila Salla Tykka documenta attraverso un processo di osservazione dei dintorni del suo studio, situato in una zona industriale nella parte orientale di Helsinki. I paesaggi filmati sono i cortili industriali nelle vicinanze, le zone di foresta circostanti, le strade e i bordi stradali, come anche delle vedute degli interni. Nel suo complesso, l’opera filmica illustra il processo di formazione del valore, mettendo in luce i percorsi che collegano famiglia e casa, imprenditorialità e lavoro. Gli stessi scorci sono protagonisti delle opere fotografiche Contact 1–3 (2024), fotogrammi multipli della pellicola che decostruiscono la nozione di osservazione casuale. Le stampe a contatto evidenziano la natura soggettiva e ideologica dello sguardo, rivelando le scelte e il punto di vista dell'artista nell’atto dello scatto dell’immagine stessa. L’esposizione mette in luce come per Tykka l’immagine sia tutto, si tratta del luogo prediletto dove nasce quel processo di identificazione necessario ad attivare la memoria remota e con essa i ricordi, le fantasie, i sogni e le paure. I suoi racconti sono spazi soggetti a molteplici interpretazioni, e rivelano come sguardo e immagine non rimangono mai neutrali. Il valore dell’immagine determina la storia. È per questo che l’artista intreccia esperienze personali e dimensione pubblica, toccando questioni sociopolitiche e dando vita a metafore collettive che riflettono sui meccanismi del controllo sociale esterno e interno. Salla Tykka (Helsinki, 1973) lavora con il film, il video e la fotografia. Prima ancora di laurearsi all'Accademia di Belle Arti di Helsinki nel 2003, partecipa alla Biennale di Venezia nel 2001 su invito di Harald Szeemann. Espone in diversi spazi istituzionali, sia in Finlandia sia all’estero, tra cui: Sodertalje Konsthall, Sodertalje, Svezia, 2022; Waino Aaltonen Museum, Turku, 2019; Ludwig Museum, Budapest, 2018, M - Museum, Leuven, 2016; BALTIC Center for Contemporary Art, Newcastle, 2013; EX3 Firenze, 2011; Hayward Gallery, Londra, 2010; SMAK, Gent, 2006; Kunstmuseum St. Gallen, Svizzera, 2006; FRAC Basse-Normandie, 2006; Portikus, Francoforte, 2004; The Institute of Visual Arts, Milwaukee, U.S.A, 2003; Museo de Arte Carillo Gil, Mexico City, 2003; Kiasma, Museum of Contemporary Art, Helsinki, 2002; Kunsthalle Bern, Berna, 2002. Partecipa a diverse mostre collettive, tra cui si ricordano: Goteborgs Konsthall, Goteborg, 2015; MAXXI, Roma, 2014; Metropolitan Arts Center, Belfast, 2013; Musée Cantonal des Beaux-Arts, Losanna, 2013; Istanbul Museum of Modern Art, Istanbul, 2012; Turner Contemporary, Margate, 2011; 17a Biennale di Sydney, Museum of Contemporary Art, 2010; Momentum, Moss, 2010. I suoi film sono ampiamente proiettati nei film festival d’arte internazionali. (gci)
“SCIATUZZU MIU”: UN VIAGGIO CHE CELEBRA L’ARTE SICILIANA
La mostra “Visioni d’arte in Sicilia tra Ottocento e Novecento. Sciatuzzu miu”, curata da Mery Scalisi e organizzata da Mediterranea Arte presso il Castello Maniace di Ortigia, sarà visitabile fino al 12 aprile. Il percorso espositivo è concepito come un viaggio emozionale e visivo che celebra la grande arte siciliana attraverso due secoli: dalle luci poetiche dell’Ottocento alle avanguardie del Novecento. L’evento è promosso da Mediterranea Arte, realtà imprenditoriale attiva nella produzione, organizzazione e promozione di mostre ed eventi culturali. Al centro della sua missione vi è la convinzione che l’arte sia un patrimonio universale, capace di generare bellezza, ispirazione ed emozione. Mediterranea Arte promuove un approccio che valorizza il dialogo tra le opere e i territori, trasformando ogni esposizione in un’esperienza di scoperta, promozione e rigenerazione culturale. Il sottotitolo in dialetto siciliano, “Sciatuzzu miu”, ovvero, “respiro mio” racchiude un’intimità profonda, simbolo del legame viscerale tra l’artista e la sua terra: un rapporto fatto di amore, memoria e appartenenza. La mostra, articolata in due sezioni, una dedicata all’Ottocento e una al Novecento, restituisce alla Sicilia il suo ruolo di protagonista nella storia dell’arte italiana ed europea, raccontando come luce, paesaggio e tradizione abbiano generato un linguaggio artistico unico. Come afferma la stessa curatrice Mery Scalisi: “Questa mostra che si compone sia di opere pittoriche che scultoree è il mio modo di dire grazie alla Sicilia, una terra che ti prende e ti restituisce a te stesso, che ti fa sentire parte di una storia più grande”. Nell’Ottocento, la Sicilia dei contrasti vive nella pittura di Pirandello, Lojacono, Leto, Frangiamore, Pardo, Tomaselli, Rizzo: scene di vita rurale, ritratti e paesaggi immersi in una luce che trasfigura il reale. È l’epoca in cui la pittura diventa specchio dell’anima dell’isola, della sua natura e delle sue genti. Con il Novecento, gli artisti siciliani si aprono alla modernità, dialogando con le correnti europee e reinterpretando le avanguardie in chiave personale. Le opere di Fiume, Guttuso, Accardi, Greco, Guccione, Calogero, Modica esprimono una nuova coscienza estetica, in cui libertà espressiva e radici culturali si fondono in un linguaggio universale. Negli anni Ottanta, la pittura di Piero Guccione e l’esperienza del Gruppo di Scicli riportano al centro la luce mediterranea e il paesaggio, mentre il Gruppo Forma 1 rinnova il linguaggio del dopoguerra, coniugando astrazione e impegno ideologico. Il percorso si arricchisce di quattro “curiosità” dedicate a Pirandello, Guccione, Accardi e Guttuso che rendono dinamica la fruizione della mostra, fornendo ulteriori chiavi di lettura. Si pensi al rapporto tra Luigi e Fausto Pirandello, padre e figlio uniti da un legame profondo di arte e destino, evocato dal Dialogo immaginario di Luciana Grifi, interpretato da Giovanna e Pierluigi Pirandello. Al dialogo ideale tra Renato Guttuso e Leonardo Sciascia, due simboli di una Sicilia bella e ferita, che trasforma la verità in arte e la denuncia in poesia. Accanto a loro, la curiosità dedicata a Piero Guccione e al Gruppo di Scicli racconta come, dagli anni Ottanta, un gruppo di artisti siciliani abbia saputo trasformare la luce e il paesaggio dell’isola in linguaggio pittorico, fondendo realismo e modernità in una poetica di profonda introspezione. Infine, quella su Carla Accardi e il Gruppo Forma 1 ripercorre la nascita, nella Roma del 1947, di un movimento che unì marxismo e astrazione, affermando la forma pura come espressione di libertà artistica e intellettuale. “Visioni d’arte in Sicilia tra Ottocento e Novecento. Sciatuzzu miu” è un omaggio alla Sicilia, alla sua luce, alla sua memoria e alla sua forza creativa senza tempo: un percorso che invita il pubblico a immergersi nell’anima dell’isola, dove arte e vita respirano all’unisono. (gci)
ALLA REGGIA DI CASERTA ESPOSTE LE REGINE TRA NAPOLI E L’EUROPA
Da domani al 20 aprile la Reggia di Caserta presenta la mostra “Regine: trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa”, organizzata dal Museo Reggia di Caserta in collaborazione con Opera Laboratori con il patrocinio del Network of European Royal Residences, a cura di Tiziana Maffei e Valeria Di Fratta. Nella Gran Galleria del Palazzo reale saranno esposte oltre duecento opere provenienti da prestigiosi musei e istituzioni italiane ed europee. Il museo del Ministero della Cultura, sito riconosciuto Patrimonio UNESCO, chiude quindi il 2025 con un’esposizione dedicata alle sovrane che, tra Settecento e prima metà del Novecento, contribuirono in modo determinante alla costruzione, affermazione e diffusione di una cultura europea condivisa. Da Elisabetta Farnese a Maria Amalia di Sassonia; da Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, attraverso il decennio napoleonico di Giulia Clary e Carolina Murat, alla Restaurazione borbonica con Maria Isabella; da Maria Cristina di Savoia a Maria Teresa d’Asburgo-Teschen, fino a Maria Sofia di Baviera e alle sovrane dei Savoia – Margherita, Elena di Montenegro e Maria José del Belgio. Regine consorti, segnate dal destino. Furono considerate “pedine” dello scacchiere europeo, strumenti di alleanze e continuità dinastiche, figure centrali nei cerimoniali di corte che dovevano esaltarne, spesso, la funzione riproduttiva. Donne colte, educate al dovere e all’impegno, formate per sostenere le sorti dei regni cui appartenevano, ma anche per plasmare relazioni e identità culturali che ancora oggi definiscono il profilo dell’Europa. Alcune seppero esercitare con intelligenza e discrezione un’influenza profonda sugli indirizzi strategici, incidendo nella politica anche sul terreno delle riforme e portando a distinguere tra potere “formale” e “informale”. Queste donne ebbero un peso nella dimensione culturale del loro tempo, molto dipendeva dalle loro origini, ma ancor di più dalla loro capacità di dare forza alla corona. Consorti influenti che, nel contesto patriarcale delle monarchie europee, furono perciò anche oggetto di calunnie e diffamazioni volte a metterne in dubbio la moralità, la sessualità o la legittimità. Aspetto centrale della mostra “Regine: trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa” è la trama invisibile delle relazioni che seppero intessere nel tempo, intrecciando storia, arte e diplomazia. Un’eredità che oggi risuona con rinnovata attualità, mentre lo spazio decisionale femminile nelle istituzioni europee si amplia e si consolida. “Le regine di cui raccontiamo le storie furono spesso considerate soltanto strumenti di alleanze politiche, pedine di un gioco dinastico che sembrava negare loro la possibilità di scegliere il proprio destino - afferma Tiziana Maffei, direttore della Reggia di Caserta e curatrice - Eppure, entro quei margini imposti dal potere, molte seppero costruire percorsi di influenza e creare spazi di cultura. La mostra invita a rileggere queste figure non solo come protagoniste, ma come artefici – talvolta consapevoli, talvolta silenziose – di una rete di scambi e di dialoghi che hanno contribuito a dare forma a una comune identità europea. Attraverso le loro vite e i segni materiali che ne restano – lettere, opere, oggetti, documenti – si riconosce la forza discreta di una diplomazia culturale femminile, capace di superare i confini dei regni e di intrecciare la storia con un filo invisibile ma tenace. In un tempo in cui l’Europa è chiamata a ritrovare il senso delle proprie radici comuni, le regine tornano a parlarci di visione, di intelligenza e di cultura come strumenti di relazioni tra i popoli”. “La mostra intende esplorare - spiega Valeria Di Fratta, storica dell’arte del Museo e curatrice - la complessità del ruolo delle Regine, evidenziando il delicato equilibrio tra doveri pubblici e vita privata tra il 18esimo e il 20esimo secolo. Le protagoniste di questo racconto appartengono a quattro dinastie che hanno attraversato la storia del Regno di Napoli fino ed oltre l'Unità italiana: a partire da Elisabetta Farnese, che progettò un regno per suo figlio Carlo di Borbone, passando per Maria Amalia di Sassonia, la prima regina borbonica del Regno di Napoli; la narrazione prosegue con la ferrea Maria Carolina d'Austria, attraversa il Decennio Francese con Giulia Clary e Carolina Bonaparte, la Restaurazione con i brevi regni di Maria Isabella di Spagna, Maria Cristina di Savoia, Maria Teresa d'Asburgo Teschen e Maria Sofia di Baviera, ultima regina di Napoli; e si conclude in piena Unità italiana con le regine della Casa di Savoia: Margherita, prima regina consorte d'Italia, Elena di Montenegro e Maria José del Belgio, testimoni del passaggio dalla monarchia alla Repubblica Italiana”. “Produrre questa mostra - spiega Giuseppe Costa, presidente e amministratore delegato di Opera Laboratori - rappresenta per noi un’opportunità unica di dialogare con la storia, mettendo in luce figure femminili che hanno esercitato un'influenza straordinaria nel plasmare il destino delle corti europee. Con l’allestimento di ‘Regine: trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa’ proseguiamo con grande soddisfazione la collaborazione con il Museo Reggia di Caserta che ci ha visti impegnati nelle mostre: ‘Frammenti di Paradiso. Giardini nel tempo alla Reggia di Caserta’ e ‘Metawork’ con l’arte di Michelangelo Pistoletto. Cogliendo le intenzioni dei curatori abbiamo cercato di creare un percorso espositivo che non solo racconti la storia di queste donne, ma anche il loro impatto culturale, politico e sociale”. “È un privilegio - afferma Christophe Leribault, presidente dell’Associazione delle Residenze Reali Europee - sostenere la mostra ‘Regine: trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa’, che mette in luce il ruolo determinante delle donne nella diplomazia delle corti reali. Questa iniziativa straordinaria, promossa dalla Reggia di Caserta, arricchisce la nostra comprensione delle relazioni che hanno plasmato la storia e il patrimonio europeo. Oggi questi legami restano particolarmente vivi grazie agli scambi internazionali che sono al centro dell’attività della nostra rete. È una vera gioia vedere esperti provenienti da tutta Europa – dall’Austria alla Spagna – unire le loro competenze per trasmettere questa storia comune”. La mostra ha il prestigioso apporto, tra gli altri, di Chateau de Versailles (Francia), Palacio Real di Madrid (Spagna), Galeria de las Colecciones Reales (Spagna), Schloss Schonbrunn (Austria), Staatliche Kunstsammlungen Dresden (Germania), Palazzo Reale di Napoli, Archivio di Stato di Napoli, Archivio di Stato di Caserta, Museo di Capodimonte, Reggia di Venaria, Musei Reali di Torino e di prestatori privati. Il progetto è finanziato dalla Regione Campania tramite l'Accordo per la Coesione. (redm)
ARTE, ESPOSTI I POSTER DI PABLO PICASSO
Fino al 1° marzo il Centro Espositivo Comunale di Cecina (Livorno) ospita una mostra di rilevanza internazionale: “Pablo Picasso - I suoi poster”, un'esposizione unica nel suo genere che presenta, in prima assoluta per l'Italia, 58 manifesti originali creati dal leggendario artista, provenienti dalla famosa Collezione Rothlisberger, universalmente riconosciuta come una delle due collezioni più complete al mondo. La mostra, curata da Alessandro Schiavetti, direttore del CEC, e realizzata in stretta collaborazione con la Kulturstiftung Basel H. Geiger, è il coronamento di un desiderio espresso dalla fondatrice della KBH.G, Sibylle Piermattei-Geiger, che rimase affascinata dalla collezione dopo averla vista a Basilea. La mostra ha aperto al pubblico domenica 7 dicembre, con una conferenza pubblica dal titolo “Pablo Picasso – I suoi Manifesti. Esegesi di una Mostra”, presso la Sala Consiliare Primetta Cipolli, Palazzetto dei Congressi e subito dopo, presso il CEC, si è tenuta l’inaugurazione. L'esposizione è un'opportunità irripetibile per ammirare e conoscere un aspetto fondamentale, eppure meno famoso, della produzione dell'artista: la sua potente opera grafica destinata alla cartellonistica. Mentre in tutto il mondo Picasso è conosciuto per essere il fondatore del Cubismo, per le sue opere surrealiste, per il "Periodo Blu" e soprattutto per essere l'autore del capolavoro Guernica, questa mostra svela il Picasso "comunicatore". Negli Anni '50 e '60, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'artista scelse infatti il manifesto come strumento per rendere la sua arte fruibile al maggior numero possibile di persone, portandola fuori dai musei e nelle strade. Frutto di oltre trent'anni di ricerca appassionata del collezionista svizzero Werner Rothlisberger, la raccolta in mostra a Cecina è un tesoro che evidenzia la potenza creativa di Picasso nel trasmettere messaggi visivi diretti e incisivi. Con circa 150 manifesti originali a suo nome, Picasso ha creato uno dei portfoli di manifesti più completi della storia dell'arte, oltre cinquanta dei quali sono opere grafiche originali. L'esposizione, che ha già affascinato il pubblico di rinomate istituzioni culturali europee, in Svizzera, Francia, Grecia e Germania, racconta l'universo grafico di Picasso in quattro sezioni tematiche. La prima, Ceramic posters, è un omaggio alla città di Vallauris, dove Picasso visse e lavorò per dieci anni, e ai suoi ceramisti. Peace posters, la seconda sezione, racconta il suo potente impegno civile nella realizzazione dei manifesti dedicati alla pace tra cui l'iconica colomba per il Congresso Mondiale di Pace di Parigi del 1949. La terza parte, Bullfighting, è dedicata a una delle più grandi passioni di Picasso: la corrida. Infine, Posters for various exhibitions, l'ultima sezione, che dimostra l’impegno per la cultura, promuovendo le sue mostre o quelle di artisti a lui vicini. I manifesti di Picasso, con i loro colori vivaci, le linee decise e una notevole semplificazione di tratti e motivi, esprimono l'audace creatività dell'artista ma anche la sua capacità di comunicare visivamente in modo sorprendente e immediato. Traendo ispirazione dalla sua esperienza personale e dagli eventi culturali e politici, Picasso usava i manifesti per entrare in contatto diretto con il pubblico, promuovendo il suo impegno per la pace e la cultura e cercando di provocare una reazione attraverso messaggi semplici e chiari. Questo approccio rappresenta l'essenza stessa del manifesto, che è, per sua natura, la perfetta interazione tra arte, design e artigianato al servizio della massima efficacia comunicativa. Secondo Werner Rothlisberger, collezionista la cui galleria a Spalenberg è specializzata in opere grafiche dal 1992, spesso un'opera grafica richiede più impegno e intenzionalità di molte opere originali. Rothlisberger sostiene che, se un progetto deve essere di qualità sufficiente per essere riprodotto, il motivo e il messaggio devono avere un impatto duraturo sull'osservatore. La mostra, promossa dal Comune di Cecina, è sostenuta e portata in Italia dalla Fondazione Kulturstiftung Basel H.Geiger, fondazione culturale con sede a Basilea diretta dal Dr. Raphael Suter. La sua fondatrice, la filantropa Sybille Piermattei Geiger (1930-2020), amava profondamente Cecina, dove ha vissuto a lungo e dove aveva già creato la Fondazione culturale "Hermann Geiger". Lo scopo della Fondazione, ovvero rendere l’arte accessibile a tutti, si sposa perfettamente con l'intento che animava Picasso stesso nel creare questi manifesti. Per tutta la durata della mostra sono previste al piano superiore del CEC, presso la Sala Consiliare, iniziative e incontri legati al mondo dell’arte e alla figura di Picasso. (red)
NELLA FOTO. Dettaglio di:
Marc Chagall: La Pace (La Paix), 1949. Collezione privata © Chagall ®, by SIAE 2025




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