di Paolo Pagliaro
Citando tre casi concreti, Giorgia Meloni è tornata a ripetere che la magistratura spesso vanifica il lavoro delle forze dell’ordine. E’ un refrain che ci accompagnerà da qui al referendum. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia raccontano però una realtà diversa. In Italia le indagini sono dirette dai pubblici ministeri e svolte dalla polizia giudiziaria: è una collaborazione strutturale e quotidiana, non un rapporto conflittuale. Secondo le relazioni del ministero al Parlamento ogni anno i giudici emettono 80.000 misure cautelari personali, frutto dell’attività investigativa delle forze dell’ordine. Si tratta di provvedimenti autorizzati dopo una valutazione autonoma del giudice, a conferma della solidità, nella maggioranza dei casi, dell’impianto accusatorio.
Ancora più significativo è l’esito finale dei procedimenti. Le stesse relazioni ministeriali mostrano che solo il 10% delle misure cautelari risulta associato a procedimenti conclusi con assoluzione o proscioglimento. Nella grande maggioranza dei casi, quindi, le misure si inseriscono in procedimenti che sfociano in condanne o in altre definizioni di responsabilità penale. Un ulteriore indicatore è quello delle ingiuste detenzioni. Sempre secondo i dati del Ministero della Giustizia, le domande di riparazione accolte in un anno sono poco poche centinaia, dunque una quota molto limitata rispetto al numero complessivo delle misure emesse, a dimostrazione che gli errori gravi esistono ma non hanno certo carattere sistemico.
Le divergenze tra magistrati e forze dell’ordine, quando emergono, sono spesso l’effetto delle leggi vigenti: limiti alla custodia cautelare, regole probatorie, termini di durata delle indagini stabiliti dal Parlamento e applicati dai giudici. Non sono il segno di uno scontro istituzionale, ma del funzionamento delle garanzie dello Stato di diritto.




amministrazione