Nonostante il perdurare, e in molti casi l’aggravarsi, di una serie di importantissime crisi internazionali e il ritorno di una retorica protezionistica aggressiva negli Stati Uniti, la Cina ha sorpreso i mercati internazionali comunicando poche ore fa una serie di dati economici straordinari. Secondo i dati doganali rilasciati oggi, infatti, il colosso asiatico ha chiuso il 2025 con una crescita delle esportazioni che non solo supera le aspettative degli analisti, ma stabilisce un nuovo primato storico: un surplus commerciale di quasi 1.189 miliardi di dollari. Questa cifra colossale, paragonabile al PIL di un’economia del G20 come l’Arabia Saudita, rappresenta un segnale di resilienza muscolare che di fatto si traduce anche in uno schiaffo all’amministrazione trumpiana. Il superamento del tetto dei mille miliardi di dollari, già avvenuto simbolicamente a novembre, si è consolidato in un dicembre che ha visto le spedizioni in uscita crescere del 6,6% su base annua, surclassando le previsioni degli economisti che si fermavano a un modesto +3,0%.
LA STRATEGIA DI PECHINO: DIVERSIFICAZIONE E NUOVI MERCATI. Il successo dell'export cinese nel 2025 non è casuale, ma è il risultato di una manovra strategica volta a neutralizzare le barriere tariffarie imposte o minacciate dalla Casa Bianca. Con il ritorno di The Donald alla presidenza lo scorso gennaio, i produttori cinesi hanno accelerato una transizione già in atto: lo spostamento dell'asse commerciale verso il cosiddetto "Sud Globale". Per compensare la flessione o le difficoltà nel mercato statunitense, Pechino ha intensificato i flussi verso il Sud-est asiatico, l'Africa e l'America Latina. Questa diversificazione ha permesso all’ex Celeste Impero di mantenere le fabbriche a pieno regime, utilizzando l'export come valvola di sfogo per contrastare la crisi immobiliare interna e una domanda domestica che fatica a ripartire. Wang Jun, viceministro dell'amministrazione doganale cinese, ha confermato questa linea: "Con partner commerciali più diversificati, la nostra capacità di resistere ai rischi è notevolmente migliorata".
LA "GUERRA DEI DAZI" TRA PECHINO E WASHINGTON. Il cuore della tensione rimane il confronto diretto con l'amministrazione Trump, che ha impostato la sua politica economica su una nuova ondata di dazi punitivi. Vale la pena riepilogare i punti cardine della polemica che sta ridisegnando il commercio mondiale. L’obiettivo di Trump è innanzitutto quello del “Decoupling” e “Re-shoring”. Il presidente statunitense ha infatti ribadito la volontà di ridurre drasticamente la dipendenza dagli ordini cinesi, spingendo le aziende americane a spostare la produzione in patria o verso paesi alleati ("friend-shoring"). L'obiettivo dichiarato è frenare l'egemonia tecnologica e manifatturiera di Pechino. Inoltre, Washington, sostenuta in parte anche dall'Unione Europea, accusa la Cina di inondare i mercati mondiali con prodotti sottocosto (specialmente nei settori dell'auto elettrica e del green tech) grazie a massicci sussidi statali. Questo surplus record del 2025 è visto dagli USA come la prova definitiva di una strategia di "dumping" che destabilizza le economie locali. Ma la Cina respinge le accuse, definendo i dazi come violazioni delle regole del WTO e strumenti di bullismo economico. Pechino sostiene che la sua forza derivi dall'efficienza della catena di montaggio e dall'innovazione, non da pratiche sleali. Oltre alla diversificazione dei mercati, la Cina ha iniziato a colpire i settori sensibili degli USA, limitando ad esempio l'esportazione di terre rare e minerali critici necessari per l'industria high-tech americana, creando una situazione di stallo che preoccupa le catene di fornitura globali.
UN FUTURO COMPLESSO. Nonostante il trionfalismo dei dati, le autorità cinesi restano comunque caute. Lo stesso Wang Jun ha ammesso che "il contesto esterno rimane severo e complesso" e che lo slancio della crescita globale appare insufficiente. Il surplus record rischia infatti di innescare nuove reazioni protezionistiche non solo negli USA, ma anche in altri mercati preoccupati dall'eccessiva dipendenza dai prodotti cinesi. Insomma, mentre il 2026 si apre con questi numeri da capogiro, la sfida per Pechino sarà mantenere questo ritmo senza fratturare definitivamente i rapporti con l'Occidente. Per il resto del mondo, il dilemma rimane lo stesso: come competere con una macchina produttiva che, nonostante le barriere e le tensioni politiche, sembra capace di trovare sempre nuove rotte per la propria espansione commerciale. (14 GEN – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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