In un clima di crescente tensione diplomatica che riecheggia i metodi della realpolitik ottocentesca si svolgerà nelle prossime ore l’incontro che potrebbe segnare il destino dell’Artico. A Washington, il Vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance e il Segretario di Stato Marco Rubio riceveranno una delegazione di altissimo livello proveniente dal Regno di Danimarca: il Ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e la sua omologa groenlandese Vivian Motzfeldt. Al centro del colloquio non ci sono semplici accordi commerciali, ma la sovranità stessa dell’“Isola verde” (Kalaallit Nunaat), che Donald Trump è tornato a reclamare con un’aggressività che non ammette più sottintesi.
IL "GOLDEN DOME" E L'ULTIMATUM SU TRUTH. A poche ore dal vertice, il Presidente Trump ha alzato ulteriormente la posta con un messaggio incendiario su Truth Social, definendo l'acquisizione dell'isola una necessità vitale: "Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale. È vitale per il Golden Dome che stiamo costruendo", ha scritto il tycoon, riferendosi al massiccio scudo antimissilistico americano. Trump ha inoltre lanciato un monito esplicito all'Alleanza Atlantica, sostenendo che "la Nato dovrebbe farci da apripista per ottenerla" e avvertendo che, in caso contrario, il territorio cadrebbe sotto l'influenza di Russia o Cina. Per il Presidente, la sovranità statunitense è l'unico modo per rendere la Nato un deterrente efficace: "Qualsiasi cosa al di sotto di questo è inaccettabile".
DALLA "PROPOSTA ASSURDA" ALLA MINACCIA CONCRETA. Se nel 2019 l’idea di Trump di acquistare la Groenlandia era stata liquidata dal Primo Ministro danese Mette Frederiksen come "assurda", lo scenario del 2026 è radicalmente mutato. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca, culminato sabato scorso con l’operazione militare lampo che ha portato alla deposizione di Nicolás Maduro in Venezuela, ha dimostrato che la nuova amministrazione è pronta a passare dalle parole ai fatti. Come sottolineato dall’analista politico Jonas Parello-Plesner, oggi Trump non va preso solo sul serio, ma "alla lettera". La caduta di Caracas ha agito da catalizzatore: ciò che un tempo era percepito come una bizzarria geopolitica è ora visto a Copenaghen e a Nuuk come un pericolo esistenziale.
LA POSIZIONE DI COPENAGHEN E L’ORGOGLIO DI NUUK. Nonostante le pressioni di Washington, il fronte nordeuropeo appare compatto. Il Primo Ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha spento ogni speculazione con una dichiarazione drastica: "Se dovessimo scegliere tra gli Stati Uniti e la Danimarca, sceglieremmo la Danimarca". Tuttavia, la Danimarca sa di non poter ignorare le richieste dell’alleato americano senza offrire una contropartita. Il Ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, ha annunciato un massiccio rafforzamento della presenza militare nell'isola per dimostrare a Washington che la sicurezza dell’Artico è garantita anche senza un passaggio di sovranità, rispondendo indirettamente alla tesi di Trump secondo cui solo il controllo diretto statunitense può arginare le minacce esterne.
RISORSE E GEOPOLITICA. L'ossessione di Trump per l'isola si poggia su tre pilastri strategici: la posizione geografica (la "porta del Nord"), il controllo delle rotte commerciali aperte dallo scioglimento dei ghiacci e, soprattutto, le risorse naturali. Sotto il permafrost si celano giacimenti sterminati di terre rare, uranio e idrocarburi, fondamentali per la transizione tecnologica e l'indipendenza energetica statunitense.
(14 GEN – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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