Il ritorno di Donald Trump al World Economic Forum di Davos, il primo in sei anni, è iniziato sotto il segno dell’incertezza, non solo politica ma anche logistica. Nella tarda serata di ieri, il volo presidenziale diretto in Svizzera è stato costretto a una brusca inversione di marcia sopra l'Oceano Atlantico. Un "piccolo problema elettrico" rilevato a bordo dell'Air Force One ha spinto l'equipaggio a rientrare alla Joint Base Andrews, in Maryland, "per estrema cautela". Il presidente ha dovuto cambiare velivolo, imbarcandosi su un Boeing 757 per riprendere il viaggio, accumulando un ritardo che tiene i leader mondiali in una sospesa attesa.
Questo intoppo sembra quasi una metafora del clima che Trump sta portando con sé in Europa. Poco prima di lasciare la Casa Bianca, il tycoon ha alimentato l'attesa con dichiarazioni ambigue: "Sarà un viaggio interessante, non ho idea di cosa succederà, ma credo sarà un grande successo". Eppure, dietro questa apparente nonchalance, si cela una strategia aggressiva che ha come perno la Groenlandia. Trump ha confermato di voler discutere l'annessione dell'isola artica proprio a Davos, definendola "imperativa" per la sicurezza nazionale e legandola al suo progetto di difesa missilistica "Golden Dome". Alla domanda su quanto sia disposto a spingersi per ottenerla, la sua risposta è stata un monito: "Lo scoprirete".
Le premesse di questo viaggio sono state scolpite in una conferenza stampa ieri alla Casa Bianca apparsa a tratti confusa e cupa. Con un tono insolitamente basso, Trump ha trasformato il podio in un palcoscenico per la sua retorica anti-immigrazione, mostrando foto di criminali espulsi e attaccando le "città santuario". Ha rivendicato successi economici che, a suo dire, non vengono percepiti a causa di una cattiva comunicazione, ammettendo che il suo messaggio "non sta raggiungendo" gli americani, mentre accusava l'amministrazione precedente di avergli lasciato un "disastro" economico.
A Davos, l'atmosfera è gelida non solo per le temperature. Il Primo Ministro canadese Mark Carney ha già lanciato un grido d'allarme, parlando di una "brutale realtà" dove le medie potenze rischiano di finire "nel menu" se non agiscono insieme contro il bullismo delle superpotenze. Carney ha avvertito che il vecchio ordine mondiale non tornerà e che siamo nel mezzo di una "rottura", non di una transizione.
Sulla stessa linea, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen hanno preparato il terreno per lo scontro. Ieri, il Presidente francese ha invocato il rispetto della sovranità contro i "bulli" della geopolitica, mentre la Presidente della Commissione UE ha avvertito che l'Europa risponderà in modo "unito e proporzionale" alle minacce di dazi e alle pretese territoriali sulla Groenlandia.
Mentre il nuovo aereo presidenziale solca il cielo verso la Svizzera, appare chiaro che quella di Trump a Davos non è una missione diplomatica tradizionale, ma un intervento di forza volto a imporre una visione del mondo fatta di fortezze contrapposte, dove la cooperazione internazionale è ormai considerata una "piacevole finzione" del passato. (21 GEN – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)



amministrazione