Il 7 febbraio 2018 veniva approvata all’unanimità dalla Commissione parlamentare antimafia la relazione più corposa mai redatta in passato (550 pagine) “sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali anche straniere”. Relatrice era stata l’on. Rosy Bindi che della Commissione era anche Presidente. Suggerisco la (ri)lettura di questo importante documento ed in particolare il capitolo “Il peso dell’economia criminale: la mafia entra nel PIL?” perché la quantificazione dei proventi di origine illecita e mafiosa che entrano nella nostra economia è da tempo oggetto di studi da parte di istituti di ricerca pubblici e privati. Un contributo importante fu dato nel 2012 dalla Banca d’Italia che basandosi sulla domanda di contante integrata da informazioni sulle denunce per droga e prostituzione rapportate al PIL, attribuì all’economia criminale, nel periodo 2005-2008, un valore pari al 10,9% del PIL, aumentato al 12,6% nel 2008.
Nel 2014, poi, per effetto di una decisione delle autorità europee di statistica si è consentito che nel calcolo del PIL nazionale venissero contabilizzati anche i proventi (stimati) del commercio di sostanze stupefacenti, della prostituzione e del contrabbando di tabacchi lavorati. Si trattava di una possibilità concessa dall’UE agli Stati membri per rispondere meglio “al criterio dell’esaustività” e con l’”obiettivo di accrescere la compatibilità internazionale delle stime”. La realtà, comunque, è che il nuovo PIL include, da diversi anni, la ricchezza rilevante per le mafie, come il commercio di droghe, la prostituzione e il contrabbando di sigarette (quest’ultima attività sempre intensa come evidenziato poco più di un mese fa con il sequestro alle porte di Roma di un opificio clandestino che produceva giornalmente quattro milioni di sigarette e, alcuni giorni fa, con il sequestro nel porto di Genova di oltre nove tonnellate di sigarette di contrabbando).
Pienamente condivisibili sono le osservazioni della Commissione parlamentare in questione secondo cui”..sul piano statistico è come se il nostro Paese ammettesse, suo malgrado, che anche una parte dell’economia mafiosa è “buona” e, come tale, può contribuire alle ricchezza nazionale”, addirittura incrementandola dello 0,9%. Un valore che generalmente suscita un certo entusiasmo quando si parla di PIL aumentato annualmente ma con il contributo di una ricchezza sporca, direi sempre negativa “..perché è di ostacolo ad una crescita pulita e trasparente,non solo economica ma anche civile dell’Italia, degli altri Stati membri dell’Unione e dei loro cittadini” (Relazione Commissione cit.). Una ricchezza negativa perché il denaro proveniente dalle attività criminali ne sottrae una quantità pari all’attività legale e, quindi, determina un impoverimento dell’economia. Utilizzando, anni fa, l’indicatore Doing Business che offre una sintesi della qualità dell’ambiente istituzionale, si stimò che se le istituzioni italiane fossero state simili a quelle dell’area dell’euro, tra il 2006 e il 2012 gli investimenti esteri in Italia sarebbero stati superiori di quasi 16 miliardi di euro. Anche per questo la Commissione auspicava “una profonda riflessione da parte della politica” per non cedere alla suggestione di un ricalcolo del PIL apparentemente più favorevole che in realtà appare una sorta di “legalizzazione” statistica di quei proventi mafiosi che le forze di polizia sottraggono alla criminalità mafiosa. La raccomandazione della Commissione è rimasta lettera morta.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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