Alla fine, il presidente americano Donald Trump è atterrato a Davos, giungendo in elicottero dall’aeroporto di Zurigo. Nel frattempo, un vero e proprio braccio di ferro geopolitico, segnato da imprevisti tecnici e sgarbi diplomatici che delineano una frattura profonda tra le due sponde dell’Atlantico ha caratterizzato l’attesa dell’arrivo de tycoon al World Economic Forum. Mentre l’Air Force One toccava il suolo elvetico con ore di ritardo — ufficialmente a causa di un guasto elettrico che ha costretto il Presidente a un cambio di velivolo — il clima sulle Alpi svizzere è diventato infatti rovente. Non è stata solo la logistica a saltare: il tanto atteso bilaterale con il Cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato cancellato, ufficialmente per motivi di agenda, ma per molti osservatori si sarebbe trattato di un preciso segnale politico. L’annullamento dell’incontro con Merz suona molto come una "volontaria umiliazione" verso Berlino. Il Cancelliere, giunto a Davos con l'intento di fare da pontiere e disinnescare la minaccia dei dazi, si è così ritrovato isolato, ignorato da un Trump che sembra non avere alcun interesse a negoziare con chi difende la sovranità della Groenlandia e la centralità della NATO. Questa mossa ha spiazzato la diplomazia tedesca rafforzando, per contrasto, la linea durissima scelta da Bruxelles.
Ursula von der Leyen, infatti, ha già abbandonato Davos, rifiutando ogni contatto con the Donald. Nel suo ultimo discorso prima del rientro, la Presidente della Commissione ha dipinto un quadro crudo di un "mondo senza legge" dominato dal potere assoluto, esortando l’Europa a dotarsi di leve di potere proprie. Le ha fatto eco Antonio Costa, Presidente del Consiglio dell'UE, che ha lanciato un monito solenne: l'Unione Europea ha la forza e gli strumenti per difendere i propri cittadini e le proprie imprese da ogni forma di "coercizione" tariffaria. Per Costa e von der Leyen, il futuro della Groenlandia appartiene solo ai groenlandesi, e la minaccia dei dazi è semplicemente "sbagliata" perché finirebbe per favorire gli avversari strategici comuni. In questo scenario di scontro frontale, si apre però il "giallo" della posizione italiana. A differenza del presidente francese Emmanuel Macron, che ha già formalizzato il suo netto rifiuto ad aderire al controverso "Board of Peace" — l’organismo con cui Trump vuole scavalcare l'ONU — l'Italia mantiene un silenzio prudente che sta scatenando feroci polemiche. Non sono ancora giunte conferme ufficiali di un "no" definitivo da parte di Roma, e questa ambiguità è letta con sospetto dai partner europei. C’è chi teme che l'Italia possa cercare una via d'uscita separata per proteggere il Made in Italy dalle ritorsioni americane, e chi accusa il governo di non avere il coraggio di allinearsi alla compattezza franco-tedesca.
Il dibattito interno in Italia è infuocato: le opposizioni incalzano il governo affinché si schieri senza ambiguità con Bruxelles, mentre i settori industriali guardano con terrore alla possibilità di finire nella lista nera della Casa Bianca. Gli esponenti dei partiti di minoranza hanno insistito, inascoltati, affinché la premier Giorgia Meloni riferisse su quale posizione terrà domani al Consiglio europeo straordinario. Inevitabile dunque chiedersi se questa paralisi decisionale non rischi di trasformare la penisola nel ventre molle della resistenza europea proprio nel momento in cui Trump si appresta a presentare la sua "nuova dottrina" globale. Insomma, mentre l’inquilino della Casa Bianca “affila il coltello” in vista del suo discorso ufficiale, previsto per domani, l’Europa si riscopre più che mai divisa tra chi ha già scelto la rottura e chi, come Merz o il governo italiano, si trova incagliato tra il desiderio di mediazione e la realtà di un’amministrazione americana che non sembra più disposta a concedere sconti a nessuno. (21 GEN – deg)
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