Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, insieme a numerosi Paesi europei e soprattutto extra-europei fra Africa e Asia partecipa al Critical Minerals Ministerial di Washington, un summit inaugurale voluto dal segretario di Stato Usa Marco Rubio per rafforzare la fornitura di minerali critici e assicurarsi un flusso vitale di risorse. L'iniziativa americana punta al contrasto del predominio cinese su una filiera cruciale per l'industria tecnologica, avendo come teatro principale della contesa l'Africa, che detiene circa il 30% delle riserve mondiali. L'obiettivo dell'incontro, che vede riuniti i delegati di cinquanta Paesi, è contrastare il predominio cinese in un settore cruciale che spazia dagli smartphone ai jet da combattimento, mitigando le dipendenze strategiche attraverso lo sviluppo di capacità estrattive, stoccaggio e innovazione tecnologica. Il titolare della Farnesina rappresenta la posizione dell'Italia che, come seconda manifattura d'Europa e quarto esportatore mondiale, da tempo sostiene la necessità di rafforzare la sicurezza e l'affidabilità delle catene del valore, presentandosi al tavolo con il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance forte di un documento d'indirizzo politico inviato alla Commissione europea insieme alla Germania. La presenza del vicepremier al fianco del segretario di Stato Usa Marco Rubio conferma quindi il ruolo attivo dell'Italia nella costruzione di canali affidabili in un teatro strategico come l'Africa, continente che detiene il 30% delle riserve globali e che vede la partecipazione di partner chiave come Repubblica democratica del Congo, Kenya e Guinea. In questo scenario di geoeconomia, l'azione di Tajani si inserisce nello sforzo occidentale per dare priorità alla sicurezza dei minerali per costruire catene di approvvigionamento indipendenti dalla Cina, cercando di bilanciare la rete che il gigante asiatico ha intessuto da anni sull'intera filiera, dall'estrazione all'export. La sfida è complessa, dato che Pechino controlla quote enormi della produzione, come nel caso del gigante Cmoc che gestisce l'80% e il 71,25% di due miniere congolesi chiave, mentre gli Usa cercano di dare priorità alla sicurezza dei minerali per costruire catene di approvvigionamento indipendenti dalla Cina. In questo contesto i Paesi africani, rappresentati da partner come Rd Congo, Kenya e Guinea, spingono per la trasformazione locale delle risorse. Carole Kariuki, amministratrice delegata della Kenya Private Sector Alliance, suggerisce infatti di “stabilire una regola secondo cui tutti i minerali saranno lavorati nel continente”, evidenziando una posizione sempre più decisa delle economie locali contro le ingerenze esterne e a favore della valorizzazione in loco di materie prime come cobalto, litio e manganese. In concomitanza con il summit, Washington ha lanciato il Project Vault, una riserva strategica da 12 miliardi di dollari finanziata da capitale privato e prestiti bancari per proteggere l'industria da eventuali interruzioni nelle forniture. (4 feb - red)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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