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direttore Paolo Pagliaro

USA E IRAN ALL’ULTIMA
CHIAMATA DIPLOMATICA

USA E IRAN ALL’ULTIMA <BR> CHIAMATA DIPLOMATICA

Si aprono oggi a Muscat, in un’atmosfera carica di elettricità e gravità, i colloqui che molti osservatori definiscono come l'ultima reale opportunità per disinnescare la bomba a orologeria del Medio Oriente. Il Sultanato dell’Oman, fedele alla sua storica dottrina di neutralità attiva, è tornato a vestire i panni del facilitatore indispensabile, ma non è solo. Questa tornata negoziale vede il sostegno silenzioso ma fondamentale di un blocco di paesi arabi che, pur con sfumature diverse, temono una deflagrazione regionale che travolgerebbe mercati energetici e stabilità interna. La mediazione araba si muove su un binario parallelo: da un lato rassicurare Teheran sulla possibilità di una convivenza se verranno limitate le attività delle milizie da lei eterodirette oltreconfine, dall'altro convincere Washington che un collasso totale del regime iraniano potrebbe generare un vuoto di potere ancora più pericoloso delle attuali tensioni.

LA LINEA DURISSIMA DELLA CASA BIANCA. A rendere il clima ancora più teso sono giunte, a poche ore dall'inizio dei lavori, le dichiarazioni della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. Con una fermezza che non lascia spazio a interpretazioni ambigue, la portavoce ha chiarito la postura dell’amministrazione statunitense: l’obiettivo finale rimane, senza sconti, la “capacità nucleare zero” dell’Iran. Leavitt ha sottolineato che, sebbene il presidente sia intenzionato a verificare fino in fondo la percorribilità di un accordo diplomatico per evitare spargimenti di sangue, la pazienza strategica di Washington non è illimitata. Leavitt ha esplicitamente avvertito che gli Stati Uniti mantengono sul tavolo “molte opzioni” oltre alla diplomazia, un riferimento non troppo velato ai piani di contingenza militare (dagli attacchi mirati alle operazioni di cyber-warfare passando per il blocco navale) e al potenziamento delle sanzioni che potrebbero colpire i settori vitali del regime, a partire dalle esportazioni petrolifere verso Pechino.

LA STRATEGIA DEL "DOPPIO BINARIO" DI WASHINGTON. Le parole della Leavitt delineano una strategia del “doppio binario”: la mano tesa a Muscat è accompagnata da un pugno di ferro pronto a colpire. Washington esige garanzie non solo sulla cessazione dell’arricchimento dell'uranio, ma anche sullo stop definitivo al supporto alle reti dell'asse della resistenza, dal Libano allo Yemen. La Casa Bianca ha fatto capire che non verranno accettati “accordi ponte” o soluzioni temporanee che permettano a Teheran di guadagnare tempo mentre prosegue il rafforzamento delle proprie difese interne. Per l'amministrazione americana, i negoziati di oggi in Oman rappresentano un test di sincerità per la leadership iraniana, chiamata a scegliere tra la sopravvivenza economica e l'isolamento totale, con il rischio concreto di un intervento cinetico volto a neutralizzare le infrastrutture critiche.

LA VULNERABILITÀ DI TEHERAN E LA PRESSIONE DELLA PIAZZA. Dal canto suo, l’Iran arriva al tavolo di Muscat in una condizione di fragilità estrema. L’economia è paralizzata da un'inflazione galoppante e dalla svalutazione della moneta, fattori che alimentano una rabbia sociale difficile da contenere anche con la repressione più dura. Le recenti rivolte, che hanno scosso le fondamenta del potere religioso, pesano come un macigno sulle decisioni della delegazione iraniana. I negoziatori di Teheran devono barcamenarsi tra la necessità di ottenere una boccata d'ossigeno finanziaria e l'esigenza di non apparire “con le mani in alto” agli occhi delle frange più oltranziste delle Guardie della Rivoluzione, che vedono nel programma nucleare l'unica garanzia di sopravvivenza dello Stato. Il ruolo dei mediatori arabi qui diventa cruciale: essi agiscono evidentemente anche come garanti di una possibile “uscita onorevole” per il regime, cercando di costruire un quadro di sicurezza regionale che non preveda la distruzione dell'avversario ma il suo contenimento controllato.

IL DISPIEGAMENTO MILITARE COME SOTTOFONDO NEGOZIALE. Mentre a Muscat si discute di protocolli e ispezioni, nel Golfo Persico e nel Mar Arabico la presenza militare resta ai massimi livelli. La portaerei USS Abraham Lincoln e il suo gruppo d'attacco continuano a pattugliare le acque internazionali, fungendo da monito visibile dietro ogni parola pronunciata dalla portavoce Leavitt. La dottrina della “pace attraverso la forza” viene applicata letteralmente: ogni sessione negoziale in Oman è scandita dai rapporti dell'intelligence sui movimenti dei missili iraniani e sui test di droni. Gli alleati regionali, pur sostenendo la mediazione, hanno alzato il livello di allerta, temendo che un fallimento dei colloqui possa innescare una reazione a catena immediata, trasformando il tavolo di Muscat nel preludio di un conflitto aperto.

L’ESITO? IMPREVEDIBILE. Impossible non concludere con un punto interrogativo. Se la diplomazia dell’Oman riuscirà a trovare una sintesi tra la richiesta di “capacità nucleare zero” ribadita con forza da Karoline Leavitt e la necessità iraniana di preservare la propria sovranità tecnologica e militare, si potrà parlare di un miracolo geopolitico. Tuttavia, la distanza tra le parti appare oggi più ampia che mai. La giornata odierna segnerà il destino di milioni di persone: da un lato la speranza di una stabilizzazione mediata dai vicini arabi, dall'altro lo scenario di un attacco mirato che, come avvertito dalla Casa Bianca, resta un’opzione tragicamente concreta e pronta per essere attivata. (6 FEB – deg)

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