Un dialogo tra due artiste intorno al tema della cura, intesa come attenzione, disponibilità, accoglienza. Dal 6 febbraio al 15 marzo Palazzo Merulana, spazio espositivo sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi a Roma, gestito e valorizzato da CoopCulture, ospita la mostra a due voci “Contenuti per la cura”, con opere di Cecilia Cocco e Daniela Flores, a cura di Giovanna Zabotti, con la produzione e l’organizzazione dell’Associazione Cultura360. L’esposizione vuole sensibilizzare il pubblico sull’idea che la bellezza possa essere una forma di cura. Un binomio complesso, quello tra bellezza e cura, che apre alcuni interrogativi: possono davvero procedere insieme? In che modo la bellezza agisce come pratica di cura? Più che offrire risposte, la mostra invita a sostare in queste domande, esplorando le tensioni e le possibilità che emergono dal loro incontro. Nel lavoro di Cecilia Cocco, la cura si manifesta come un atto estetico radicale, applicato ai corpi, umani e animali, e a frammenti selezionati con estrema precisione. Capelli, schiene, posture, ornamenti, piccoli gesti o accessori diventano il centro della composizione, caricandosi di un’attenzione quasi maniacale. Qui la bellezza non è mai neutra: è un esercizio di controllo, di desiderio, di messa in scena. La pittura dell’artista si muove in equilibrio tra sogno e realtà, costruendo immagini silenziose e sospese, in cui l’intimità convive con una sottile inquietudine. “La cura, in questo caso, non coincide con il conforto, ma con l’atto stesso di guardare, selezionare, rifinire: un prendersi cura che passa attraverso l’estetica, rendendo visibile l’ambiguità del gesto e il confine fragile tra attenzione e ossessione”, spiega la curatrice Giovanna Zabotti. Cecilia Cocco sviluppa un linguaggio artistico sospeso tra sogno e realtà, dove l’ambiguità diventa strumento di suggestione. Le sue opere non raccontano, ma evocano: mondi silenziosi abitati da figure enigmatiche e oggetti fuori uso, diventati poetici proprio perché privati della loro funzione. Il passato non è per lei nostalgia, ma una fonte di grazia perduta. Oggetti e situazioni inusuali, isolati dal loro contesto, si trasformano in simboli di una realtà amplificata dove piccoli dettagli confondono l’ordinario e aprono a nuove possibilità percettive. “Non dipingo ciò che comprendo, ma ciò che mi somiglia”, afferma l’artista. Il suo lavoro vive nel contrasto tra visibile e invisibile, tra il quotidiano e il surreale. L’incomprensibile non è un limite, ma una presenza poetica che invita lo spettatore a rallentare e a lasciarsi attraversare da una bellezza sottile, misteriosa e inattesa. Nel lavoro di Daniela Flores, la cura si configura come una pratica dello sguardo e come un esercizio di attenzione consapevole. Il suo intervento nasce dall’ascolto dei luoghi e della loro memoria materiale: superfici, frammenti architettonici e dettagli segnati dal tempo vengono osservati come corpi sensibili, portatori di una storia visibile. La fotografia diventa così uno strumento di relazione, capace di rallentare l’atto del vedere e di restituire dignità a ciò che normalmente resta ai margini. Crepe, fratture e segni non sono letti come difetti da correggere, ma come tracce da accogliere. In questo senso, la cura non coincide solo con la riparazione né con l’occultamento, ma con il riconoscimento. Attraverso la fotografia l’artista indaga il tema della cura come attenzione al dettaglio, allenando lo sguardo a cogliere ciò che normalmente sfugge. Guardare il mondo da diverse prospettive, aiuta ad allargare gli orizzonti, a valutare le cose in modo diverso, ad osservare e guardare con occhi attenti, anche quelle parti che spesso sottovalutiamo. Guardare in modo diverso aiuta a trasformare le crepe, da distruzione a possibilità, ricompone i pezzi, lasciandone le giunzioni: esse sono parte della storia, parte del tempo. “La cura è proprio questo, avere la premura attraverso il silenzioso ma potente sostegno del tempo, di tutte quelle cose che basterebbe osservare con prospettiva diversa per rendersi conto di essere potenzialità, di essere nascita, di essere nuovo o semplicemente altro. Proprio come avvenne per Palazzo Merulana, da palazzo d’igiene demolito a museo, da cura del corpo a cura dell’anima. Il mondo è in continuo movimento e lo sguardo segue il viaggio”, sottolinea la curatrice Zabotti. “Contenuti per la cura”, con le due artiste Cecilia Cocco e Daniela Flores, mette in relazione due pratiche artistiche profondamente diverse, ma accomunate da uno sguardo concentrato sul dettaglio e sul tempo dell’osservazione. Due modalità autonome e originali di intendere la cura, che non si sovrappongono ma si interrogano reciprocamente. “In questa mostra la cura non si presenta come gesto risolutivo né come risposta univoca, ma come una postura dello sguardo. Tra estetica e attenzione, tra controllo e ascolto, le opere delle due artiste tracciano un loro spazio in cui la cura emerge come atto ambiguo, silenzioso, mai definitivo. È in questo spazio di relazione tra le opere che il linguaggio delle due artiste si fa esperienza: l’esplorazione di due modalità differenti, due ‘ricette’ autonome per indagare il tema della cura”, dichiara la curatrice Zabotti. Cecilia Cocco nasce il 6 ottobre 2001 in provincia di Udine. Dopo aver frequentato il corso di Grafica presso il liceo artistico della stessa città, si trasferisce a Venezia per seguire il corso di Laurea Triennale in Pittura all’Accademia di Belle Arti, dove si diploma nel febbraio 2025. Nel 2024 vince il primo premio della categoria Pittura al concorso indetto dal Comune di Venezia Artefici del nostro Tempo e l’opera vincitrice viene ospitata all’interno della 60esima Esposizione Internazionale d’Arte Stranieri Ovunque, prodotta dalla Biennale di Venezia. Attualmente le è stato assegnato uno studio presso l’Emeroteca dell’Arte di Mestre, una residenza artistica nata dalla collaborazione tra Fondazione Bevilacqua La Masa e i Musei Civici di Venezia. Ha esposto come primo artista per inaugurare lo spazio Vernice a Roma. Daniela Flores è un’artista e fotografa con base a Roma. Creativa, versatile e attenta ai dettagli, affianca alla ricerca artistica una solida capacità organizzativa e di problem solving, maturata attraverso esperienze espositive, progettuali e collaborative. Diplomata con il massimo dei voti al Liceo Artistico Donato Bramante di Roma, frequenta attualmente l’Accademia di Belle Arti di Roma, nel corso di Decorazione – Arti visive per gli spazi architettonici e il paesaggio. Il suo lavoro spazia dalla fotografia alla grafica, dalla progettazione di murales alla creazione di loghi e packaging personalizzati. Ha partecipato a diverse mostre ed eventi artistici, tra cui Identità Erranti (2024), The Vice (2025), la collettiva Oltre presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e la Rome Art Week 2024. È inoltre coinvolta in progetti interdisciplinari come NEXUSART per Manifesta Barcellona2024 e in collaborazioni con MAUPAL ARTIST e ABA Roma. (gci)
ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE “TESORI DEI FARAONI”
La mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale fino al 3 maggio prossimo, presenta 130 opere provenienti dall’Egitto e si inserisce nelle relazioni tra Italia ed Egitto, sostenuta dal Piano Mattei per l’Africa e volta alla valorizzazione culturale. Il forte legame tra Roma e Il Cairo è rafforzato dal salvataggio di Philae negli anni ’70, realizzato da Condotte d’Acqua e Mazzi Estero con un intervento ingegneristico eccezionale. “Una campagna promossa da Unesco e Ministero della Cultura egiziano - ricorda Valter Mainetti, presidente di Condotte 1880, che guida oggi l’attività della storica impresa di costruzioni - salvò Philae dopo l’allagamento causato dalla seconda diga di Assuan. Ventiquattro Paesi, tra cui l’Italia, raccolsero nove milioni di dollari. Nel 1969 fu bandita una gara internazionale per trasferire i templi sull’isola di Agilkia, vinta dalla società ‘Condotte-Mazzi Estero’. Il Dipartimento della Cooperazione del Ministero degli Esteri italiano mise a disposizione una squadra di architetti e archeologi per collaborare alla complessa operazione anche sul piano topografico e storico”. Sull’isola di Philae, a rischio scomparsa, i faraoni costruirono un santuario dedicato a Iside, seguito da altri templi in varie epoche. Situata tra Nubia ed Egitto, in un’area resa fertile dalle piene del Nilo, fu arricchita anche dai Romani con nuove costruzioni e decorazioni. Dopo secoli di abbandono, Philae tornò d’interesse nel ‘700 durante l’occupazione napoleonica, quando studiosi francesi catalogarono reperti e trasferirono molte opere a Parigi. “Il valore archeologico del complesso monumentale di Philae - rileva Mainetti - esigeva la massima attenzione nei lavori di smontaggio e ricostruzione dei 45mila blocchi in cui vennero sezionati i templi dell’isola. Il processo di identificazione per ciascun blocco prevedeva precise indicazioni. In particolare, vennero elaborati in sito, durante lo smontaggio, numerosi disegni, nonché scattate circa 11mila fotografie per documentare la situazione originale da ripetere fedelmente nella ricostruzione. Lo stesso smontaggio faceva attenzione a percorrere a ritroso il sistema originario con cui erano stati costruiti i templi, per poi ripercorrerlo all’inverso in fase di ricostruzione”. Per riposizionare le 95 strutture smontate fu usata una rete geodetica di alta precisione con distanziometro a raggi infrarossi. Lo smontaggio risultò agevole poiché i blocchi di pietra, non legati da malta, erano semplicemente accostati. I blocchi (28.000 tonnellate) furono trasportati su chiatte motorizzate attraverso il Nilo fino all’area di stoccaggio di Shallal, dove vennero ordinati per monumento e filare. Da qui furono poi ricollocati nella nuova sede, oggi meta molto ambita dai turisti. In tal senso, sottolinea il presidente di Condotte 1880: “Prima dello smontaggio, poiché i monumenti erano parzialmente sommersi, fu costruito un invaso di 35mila metri con una diga circolare di 800 metri. Il bacino venne prosciugato e mantenuto asciutto con pompe durante tutto il lavoro. Il trasferimento del complesso da Philae, iniziato nel 1974, durò oltre sei anni, soddisfò le autorità egiziane e rimase nella memoria come motivo di orgoglio per tutti i partecipanti”, conclude Valter Mainetti. (gci)
PROROGATA AL 15 FEBBRAIO “GIORGIO ARMANI ARCHIVIO CSAC”
È stata prorogata fino al 15 febbraio all’Abbazia di Valserena (Parma) la mostra “Giorgio Armani Archivio CSAC”: il genio e la creatività di Giorgio Armani in un tributo a tutto tondo firmato da Università di Parma e CSAC - Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Ateneo. L’esposizione raccoglie oltre cento opere originali selezionate tra gli oltre 8.000 materiali che compongono il Fondo Giorgio Armani, donato personalmente dallo stilista allo CSAC negli anni Ottanta. Disegni, bozzetti e materiali progettuali appartenenti al vasto patrimonio custodito nella sezione Media-Moda del Centro, un nucleo eccezionale di testimonianze che consente di ripercorrere gli anni formativi e l’evoluzione del linguaggio creativo di una delle figure più iconiche della moda italiana nel mondo. All’esposizione dei materiali originali si aggiunge una rassegna stampa selezionata dedicata alla fulminea ascesa di Armani nel panorama internazionale della moda e ai suoi primi rapporti con Hollywood. In mostra sono presenti anche i manifesti dei due film che segnarono in modo decisivo la consacrazione dello stilista nel mondo del cinema: Io e Annie di Woody Allen, con cui Diane Keaton vinse l’Oscar nel 1978 indossando per la prima volta un completo Armani, e American Gigolò di Paul Schrader, il film che nel 1980 rivoluzionò l’immaginario della moda maschile grazie al guardaroba creato dallo stilista per il protagonista interpretato da Richard Gere. Con questa mostra CSAC prosegue l’omaggio alla figura di Giorgio Armani, scomparso lo scorso 4 settembre, offrendo al pubblico la possibilità di scoprire l’origine di uno stile destinato a influenzare generazioni. I disegni esposti – figurini, schizzi e studi preparatori realizzati con tecniche miste – restituiscono l’essenza del talento di Armani attraverso le sue prime produzioni conservate dall’Archivio e datate tra il 1975 e il 1980. La rappresentazione della figura femminile e la scelta dei materiali esprimono una nuova attitudine, che unisce libertà di movimento, eleganza e consapevolezza. Linee morbide e tessuti fluidi si alternano a materiali più strutturati, in un equilibrio di contrasti che caratterizzerà tutta la produzione dello stilista. Dal segno grafico di Armani scaturiscono figure femminili longilinee, ispirate alla cultura figurativa degli anni Trenta e alla sensibilità grafica di illustratori come Guido Crepax; abiti concepiti come strutture fluide, dove tessuti scivolati dialogano con materiali più corposi; la nascita del celebre tailleur femminile e della giacca destrutturata, destinati a diventare simboli della nuova eleganza Armani. Il percorso vuole anche rivelare la trasformazione della moda maschile: linee più morbide, tessuti lontani dalla rigidità classica in una visione innovativa che anticipa la quasi intercambiabilità tra guardaroba maschile e femminile, dove i codici di genere s’intrecciano e si ridefiniscono. (gci)
“BELONGING”: A MILANO LA PERSONALE DI FRANCESCA DIMINA
SITEROOM presenta “Belonging”, la prima mostra personale a Milano di Francesca Dimina, giovane artista torinese nata nel 2000. In esposizione, dallo scorso 22 gennaio fino al 22 marzo, oltre venti opere che raccontano un modo di guardare il mondo fondato sulla presenza, sull’attenzione e sulla forza percettiva del colore. Il lavoro di Francesca Dimina nasce prima di tutto da una decisione cromatica. Il colore non accompagna la forma, ma la precede: è un atto immediato, istintivo, che apre uno stato, una condizione emotiva. Come osserva la curatrice Rischa Paterlini, “il colore arriva come una decisione già presa; il disegno segue, come un secondo tempo”. Nei suoi lavori viola, verdi, blu e rossi non cercano armonia, ma attivano lo sguardo, interrompono l’automatismo della visione e restituiscono intensità all’esperienza del quotidiano. Oggetti, figure e frammenti di vita ordinaria convivono senza gerarchie: una tazza, una sedia, una fragola, un paio di scarpe possiedono la stessa dignità visiva. Non c’è narrazione, non c’è simbolismo, ma una restituzione diretta della presenza delle cose. Come scrive Paterlini, Dimina “non costruisce uno spazio né racconta una scena: apre uno stato”. Ogni immagine esiste per ciò che è, sottratta alla funzione e riconsegnata alla percezione. Il disegno è essenziale, rapido, privo di esitazioni. Le forme emergono con naturalezza, come appoggiate sul foglio o trattenute nel colore in una condizione di equilibrio instabile. Nulla è decorativo, nulla è superfluo. Disegnare non significa accumulare immagini, ma liberarle: lasciare che rimanga solo ciò che insiste, ciò che continua a farsi sentire nella memoria e nello sguardo. La scelta del pastello ad olio accompagna questo processo diretto e fisico. Il segno registra il tempo della mano, senza possibilità di ripensamento. I fogli, piccoli e immediati, funzionano come appunti visivi, frammenti di attenzione. Paterlini parla di “fogli piccoli e provvisori, come appunti”, sottolineando come questa pratica restituisca peso allo sguardo in un’epoca dominata dallo scorrimento veloce delle immagini. In “Belonging” il colore non interpreta il mondo: lo riattiva. In questo senso risuona, in modo lontano ma preciso, il pensiero di Renato Birolli quando affermava che “il colore non è materia, è nucleo emozionale”. Anche per Francesca Dimina la cromia non è descrizione, ma necessità: una forza capace di sottrarre le cose alla neutralità funzionale che le rende invisibili. La mostra parla di appartenenza come esperienza percettiva. Appartenere significa riconoscere valore a ciò che è ordinario, concedere attenzione agli oggetti e ai gesti minimi, accettare che il mondo possa tornare a mostrarsi senza sovrastrutture. Come suggerisce Rischa Paterlini, questi lavori “non chiedono spiegazioni, ma una disponibilità”. Guardarli significa rallentare, sospendere il giudizio, lasciarsi attraversare dalle immagini. “Belonging” è un invito a sostare, a riconoscere l’essenziale nelle cose semplici, a restituire al quotidiano la sua potenza visiva ed emotiva. (gci)
PARMA, “EDUCAZIONE E PACE" PROROGATA FINO AL 31 MARZO
È stata prorogata fino al 31 marzo la mostra “Educazione e Pace”, composta dai disegni che Gianluca Foglia, in arte “Fogliazza”, ha tratto dalla lettura di “Educazione e Pace”, la raccolta di conferenze di Maria Montessori dedicate al tema della pace. La mostra è a cura del Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali - Unità di Educazione e della Biblioteca di Psicologia e Socio-Pedagogica dell’Università di Parma con il patrocinio dell’Opera Nazionale Montessori. L’esposizione è visitabile nella Biblioteca di Psicologia e Socio-Pedagogica del Plesso di borgo Carissimi da novembre, mese in cui si ricorda l’approvazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza (20 novembre 1989). Il pubblico partecipante è invitato a osservare le immagini, leggere testi selezionati e intervenire sui passe-partout di cartone bianco che incorniciano le opere con disegni, espressioni personali suscitate dall’incontro con la mostra o frasi tratte dai testi di Montessori, libri e cancelleria disponibili sul posto. L’iniziativa è aperta a tutte le persone interessate e a pedagogiste/i, professioniste/i dell’educazione anche con l’obiettivo di creare un’opportunità di riflessione condivisa tra chi opera attivamente nei contesti e chi sta costruendo la propria professionalità pedagogica durante gli anni di studio universitari. (gci)
A NAPOLI “WARHOL VS BANKSY”
Andy Warhol, Banksy e il percorso innovativo e rivoluzionario di questi due grandi artisti che hanno cambiato il modo di vivere l’arte degli ultimi 50 anni, sono al centro della mostra “Warhol Vs Banksy. Passaggio a Napoli”, a Villa Pignatelli di Napoli, dallo scorso 22 gennaio fino al 2 giugno. Curata da Sabina de Gregori e Giuseppe Stagnitta, l’esposizione propone un confronto inedito tra due personalità artistiche apparentemente lontane ma unite da una straordinaria capacità di trasformare l’arte in un fenomeno globale, un confronto tra due personalità apparentemente distanti: da un lato il mondo iconico, riprodotto e celebrato di Warhol, artista simbolo della Pop Art e della cultura di massa; dall’altro l’universo provocatorio e anonimo di Banksy, capace di rendere la street art un evento mediatico planetario. Da una parte, dunque, l’americano Warhol e le sue opere diventate un prodotto di consumo e il suo nome un vero e proprio brand, e dall’altra il britannico Banksy grande esperto di comunicazione, che continua a far parlare di sé trasformando il vandalismo di strada in un evento internazionale da prima pagina, capace di raggiungere l’intero pianeta, usando il suo anonimato per diventare icona, e dunque brand, allo stesso modo di Warhol. Le opere esposte sono oltre 100, provenienti da famose collezioni private di tutto il mondo e da importanti gallerie d’arte. Dalla Marilyn Monroe realizzata da Warhol dopo la morte dell’attrice nel 1962 ai famosi ritratti di Mick Jagger, Keith Haring, Joseph Beuys, Liza Minelli, Mao, Lenin e Kennedy di Warhol e la Regina Vittoria di Banksy. La mostra investiga in parallelo gli obiettivi e gli intenti dei due artisti che più hanno lavorato sulla propria immagine pubblica. Due artisti geniali, capaci di creare un cocktail potente di celebrità, satira e voyerismo e che hanno saputo trasformare la loro arte in un evento straordinario. Tema comune a entrambi in particolare la musica con l’esposizione della famosa banana del 1967 della copertina di The Velvet Underground & Nico, simbolo di una generazione musicale, in dialogo con l’opera di Banksy dal titolo Pulp Fiction, in cui John Travolta anziché la pistola ha in mano la banana iconica di Warhol e di oltre 50, tra vinili di Warhol firmati e cd con le copertine realizzate da Banksy. “Passaggio a Napoli” è anche il racconto di un legame profondo con la città partenopea: a distanza di trent’anni, entrambi gli artisti hanno subito il fascino irresistibile di Napoli, di Pompei, del Vesuvio e dell’energia mediterranea di una capitale culturale capace di ispirare linguaggi artistici diversi e rivoluzionari. “Passaggio a Napoli” vuole essere il racconto di come, a trent’anni di distanza, i due più noti artisti del pianeta hanno subìto il fascino irresistibile di Napoli, di Partenope, di Pompei, del Vesuvio, e della forza mediterranea e globale di questa grande capitale culturale. La mostra - patrocinata dal Ministero della Cultura e dal Comune di Napoli, prodotta e organizzata da Metamorfosi Eventi, con il sostegno di Enel e di Romeo Collection - offre una lettura del legame speciale che entrambi hanno avuto con Napoli, e alcuni elementi di approfondimento scientifico sulla cosiddetta Madonna con la pistola di Banksy a Piazza Gerolomini. (red)
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