di Paolo Pagliaro
La procura di Milano ha deciso di dare un nome ai cittadini italiani che pagavano per fare il tiro a segno dalle alture sulla gente inerme di Sarajevo. Una pratica , quella dei safari umani , condivisa con i militari serbo-bosniaci e che tra il 1992 e il1996 causò la morte di mille civili, compresi duecento bambini.
Uccidere un bambino per divertimento prevedeva un sovrapprezzo rispetto alla tariffa base, mentre non era previsto alcun ulteriore addebito per chi sparava a un anziano.
Chi fossero i turisti del cecchinaggio da diporto, nome e cognome, era noto solo in alcuni casi – il più celebre quello di Eduard Limonov – ma che ci fossero, entusiasti e numerosi, era risaputo, e ai distratti lo ricordò comunque nel 2022 il documentario sloveno Sarajevo Safari.
La pratica su cui oggi indagano i magistrati di Milano era peraltro ben nota anche in Italia. Con un ritardo di trent’anni va dato atto ad Adriano Sofri di averla raccontata in tempo utile ai lettori dell’Unità e agli ascoltatori di radio Radicale. In una corrispondenza da Sarajevo del 17 maggio 1995 Sofri spiegava come il cecchinaggio e la partecipazione venatoria internazionale non venissero nascosti, ma anzi ostentati dalla televisione serbo bosniaca, e raccontava la storia di quel volontario giapponese che diceva di essere venuto a sparare sui passanti per guarire da una delusione amorosa.
Tutti sapevano, giornalisti e cittadini comuni. Anche noi – dirimpettai a un’ora di volo.





amministrazione