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direttore Paolo Pagliaro

IRAN, NOBEL IN CARCERE
CONDANNA DI USA E UE

IRAN, NOBEL IN CARCERE <BR> CONDANNA DI USA E UE

Il panorama dei diritti umani in Iran si è ulteriormente aggravato con la recente condanna inflitta al Premio Nobel per la Pace 2023, Narges Mohammadi (NELLA FOTO). Secondo quanto riferito ieri dal suo legale, la donna è stata condannata a sei anni di carcere per "associazione a delinquere e collusione contro la sicurezza nazionale" e a ulteriori 18 mesi per "attività di propaganda". Questa sentenza si aggiunge a un lungo curriculum di detenzioni che l'attivista ha affrontato negli anni. La situazione clinica della reclusa, 53 anni, desta particolare apprensione: ha recentemente interrotto uno sciopero della fame durato sei giorni, intrapreso per protestare contro l'isolamento e il divieto di comunicare con la famiglia e gli avvocati. Le sue condizioni di salute sono state definite "preoccupanti" dai medici del centro di detenzione di Mashhad, dove è stata ricondotta dopo un breve ricovero ospedaliero.

Sul fronte interno, questa condanna si inserisce in un clima di rinnovata repressione contro le voci dissenzienti. Le autorità di Teheran continuano a stringere la morsa su attivisti e figure riformiste, spesso accusandole di legami con potenze straniere per delegittimare il movimento di protesta che, seppur silenziato dalla forza, continua a covare sotto la cenere della società civile iraniana. Il divieto di espatrio per due anni, imposto alla Mohammadi a corredo della sentenza, conferma la volontà del governo di neutralizzare ogni sua possibile influenza internazionale.

Spostandoci sul fronte diplomatico, la tensione internazionale resta altissima. Le cancellerie occidentali hanno espresso ferma condanna per il trattamento riservato alla Nobel, definendo il processo privo di garanzie legali. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea stanno valutando l'estensione delle sanzioni mirate contro i vertici del sistema giudiziario iraniano. Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno nuovamente sollecitato il rilascio immediato dei prigionieri politici, sottolineando come la detenzione arbitraria sia diventata uno strumento sistematico di controllo politico.

Parallelamente, Teheran sta cercando di rafforzare il proprio asse strategico con Mosca e Pechino. Le recenti dichiarazioni diplomatiche indicano un rafforzamento della cooperazione militare e tecnologica con la Russia, vista come un contrappeso necessario alle pressioni occidentali. Al contempo, il dialogo con le potenze regionali rimane ambiguo: se da un lato si tenta una de-escalation formale con i vicini del Golfo, dall'altro la retorica contro Israele e il sostegno ai gruppi alleati nella regione rimangono punti fermi della politica estera iraniana, alimentando il rischio di un allargamento dei conflitti in Medio Oriente.

L'instabilità economica interna, aggravata dalle sanzioni e da una gestione delle risorse contestata, funge da ulteriore catalizzatore per il malcontento popolare, rendendo la situazione iraniana un vero "test di resistenza" sia per il regime che per l'opposizione democratica. La vicenda di Narges Mohammadi rimane il simbolo di questa lotta diseguale tra la richiesta di riforme civili e la rigidità teocratica dello Stato.

BRUXELLES E LE NUOVE SANZIONI. A Bruxelles, il dibattito sulle nuove sanzioni contro l'Iran ha subito una drastica accelerazione nelle ultime settimane, culminando in decisioni che segnano una svolta profonda nei rapporti tra l'Unione Europea e Teheran. Non si tratta più solo di misure simboliche, ma di un attacco mirato al cuore economico e operativo del regime. Il fulcro della discussione attuale ruota attorno alla recente decisione dei ministri degli Esteri dell'UE di designare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) come organizzazione terroristica. Questo passaggio, a lungo dibattuto e ora formalizzato sotto la spinta di una repressione interna giudicata intollerabile, apre la strada a restrizioni finanziarie molto più severe, equiparando l'IRGC a gruppi come Daesh o Hamas. L'obiettivo è colpire l'immenso impero economico controllato dai Pasdaran, che spazia dall'energia alle costruzioni, prosciugando le risorse utilizzate per finanziare la sorveglianza interna e le operazioni regionali.

Parallelamente, il Consiglio ha varato un nuovo pacchetto che colpisce 15 individui e 6 entità direttamente coinvolti nella repressione violenta dei manifestanti e nell'apparato di censura. Tra questi figurano il Ministro dell'Interno Eskandar Momeni e il Procuratore Generale Mohammad Movahedi-Aza. Le nuove misure includono il congelamento dei beni e il divieto di viaggio, ma si spingono oltre colpendo aziende di software e autorità di regolamentazione dei media come la SATRA, accusate di oscurare internet e utilizzare strumenti digitali per identificare e perseguitare i dissidenti.

Un altro pilastro fondamentale della strategia di Bruxelles riguarda il settore tecnologico-militare. Le autorità europee hanno esteso i divieti di esportazione verso l'Iran includendo una lista molto più ampia di componenti a duplice uso, essenziali per la produzione di droni e missili balistici. Questa mossa risponde direttamente al sostegno militare fornito da Teheran alla Russia; colpendo entità come la Khojir Missile Development e la Sahara Thunder, l'UE tenta di inceppare la catena di montaggio che alimenta sia il conflitto in Ucraina sia l'instabilità nel Mar Rosso.

Queste sanzioni non sono isolate, ma si inseriscono in un quadro di "Smart Intervention" che cerca di massimizzare la pressione sul regime riducendo al minimo l'impatto sulla popolazione civile. Tuttavia, la tensione a Bruxelles resta alta: mentre alcuni Stati membri premono per una rottura diplomatica totale, altri sottolineano come l'accumulo di sanzioni debba essere bilanciato da canali di comunicazione che evitino un'escalation militare incontrollata nella regione. (9 FEB – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)