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IL DL ELEZIONI E’ LEGGE
NO VOTO PER FUORISEDE

IL DL ELEZIONI E’ LEGGE <br> NO VOTO PER FUORISEDE

Con 87 voti favorevoli, 58 contrari e un astenuto, il Senato ha approvato in via definitiva la conversione in legge del decreto Elezioni, che disciplina lo svolgimento del referendum del 22 e 23 marzo e delle elezioni amministrative del 2026. Il provvedimento, nato come testo di natura tecnica per garantire l’organizzazione delle consultazioni, si è trasformato nel corso dell’esame parlamentare in un terreno di scontro politico, in particolare sulla mancata estensione del voto ai fuorisede per la consultazione referendaria riguardante la riforma della giustizia che prevede, tra le altre cose, la separazione delle carriere. Al centro del confronto la decisione di non replicare, per il referendum, le sperimentazioni che nel 2024 e nel 2025 avevano consentito agli elettori domiciliati in un comune diverso da quello di residenza di votare senza rientrare. Una scelta difesa dal governo per ragioni tecniche e organizzative, ma contestata dalle opposizioni. Per l’esecutivo, è intervenuta in Aula la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, che ha respinto le accuse di voler limitare la partecipazione: “Nessuna paura rispetto al voto e nessun retropensiero. Siamo davanti a una materia molto tecnica, per la quale bisogna garantire organizzazione, trasparenza e sicurezza”. Ferro ha ricordato che le sperimentazioni precedenti – una nel 2024 e una nel 2025, estesa anche a lavoratori e persone fuori sede per motivi di cura – avevano richiesto finestre temporali ampie, rispettivamente di 89 e 69 giorni, e un complesso lavoro di coordinamento tra comuni di residenza e di domicilio, con la cosiddetta “cristallizzazione” delle liste elettorali e la gestione delle sezioni speciali. La sottosegretaria ha inoltre ridimensionato le stime sulla platea potenziale dei beneficiari, osservando che i numeri effettivi delle sperimentazioni sono stati “circa 30mila elettori nel primo caso, 67mila richiedenti e 53mila votanti nel secondo”, a fronte di valutazioni teoriche – contenute nel cosiddetto Libro Bianco – che parlavano di oltre 4 milioni di potenziali interessati, “non censiti da dati ufficiali”.

Ferro ha comunque aperto a una soluzione strutturale in futuro, “attraverso un censimento serio e una norma che dia regole chiare, partendo da numeri certi”.Di segno opposto le reazioni delle opposizioni. Il senatore del Partito democratico Marco Meloni ha definito la vicenda “un tema politico fin dall’inizio”, legandolo alla scelta della data ravvicinata del referendum. “Il governo ha voluto la data più vicina possibile e poi ha usato quella stessa data come giustificazione per negare, dopo le esperienze del 2024 e del 2025, il voto ai fuorisede. È platealmente una scusa: sarebbe stato tecnicamente possibile votare qualche settimana più tardi”, ha sostenuto. Per l’esponente dem si tratta di “uno schiaffo al diritto degli elettori fuori sede, studenti, lavoratori o persone in cura”, e di un atteggiamento che “motiva ancora di più a lavorare per un provvedimento che riconosca stabilmente questo diritto”. Critiche anche da Italia Viva con la senatrice Dafne Musolino, che ha parlato di “paradosso” e di decisione incomprensibile “proprio in una consultazione referendaria, massima espressione di partecipazione democratica”. La motivazione dei tempi stretti, ha affermato, “non ci soddisfa”. Musolino ha contestato inoltre l’impostazione basata sui numeri: “Il diritto di voto è imprescindibile e non può essere subordinato a una valutazione di convenienza quantitativa”. Secondo la senatrice, la scelta colpisce in particolare studenti e lavoratori provenienti dal Mezzogiorno e rischia di entrare in contraddizione con l’obiettivo dichiarato di contrastare l’astensionismo.

(Sis) 

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