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direttore Paolo Pagliaro

IRAN, TRUMP MUOVE
UN’ALTRA PORTAEREI

IRAN, TRUMP MUOVE <BR> UN’ALTRA PORTAEREI

Il rintocco dell'orologio della geopolitica globale ha subito un'improvvisa accelerazione nelle ultime ventiquattro ore, spostando il baricentro dell'attenzione mondiale verso le sabbie mobili del Medio Oriente. In una serata carica di tensione, l'amministrazione statunitense ha tracciato quella che appare come una nuova, drastica linea rossa, definendo i contorni di una crisi che potrebbe ridisegnare gli equilibri tra Washington e Teheran. Tuttavia, gli osservatori guardano a questo ultimatum con una cautela dettata dalla storia: non è la prima volta che la Casa Bianca utilizza una retorica incendiaria per forzare la mano al tavolo negoziale, salvo poi mostrare flessibilità. Eppure, stavolta, le parole sono accompagnate dal movimento d'acciaio delle turbine: il Pentagono ha infatti ordinato il dispiegamento di una seconda portaerei, la USS Gerald R. Ford, verso il Medio Oriente per unirsi alla USS Abraham Lincoln.

I TRENTA GIORNI. Il messaggio giunto dalla Casa Bianca è privo di ambiguità: l'Iran ha trenta giorni per piegarsi a un nuovo accordo sul suo programma nucleare, pena l'attivazione di una "fase due" che secondo le parole del tycoon per la Repubblica islamica rischierebbe di essere "molto traumatica". Il riferimento esplicito ai recenti bombardamenti di siti nucleari, presentati come un monito di ciò che potrebbe accadere su scala vasta, segnala un mutamento di paradigma. La strategia del "Demolition Man" si basa sul creare un senso di urgenza insostenibile, e l'invio della Ford — la portaerei più avanzata del mondo — trasforma la minaccia verbale in una realtà fisica visibile dai radar di Teheran. La "palla da demolizione" non è più solo una metafora diplomatica, ma assume la forma di un gruppo d'attacco navale capace di proiettare una potenza di fuoco devastante.

Questa escalation giunge dopo un primo tentativo di dialogo in Oman, che sembra aver inasprito le richieste americane. Washington punta a ottenere non solo una limitazione dell'arricchimento dell'uranio, ma una revisione totale della proiezione di potenza iraniana, includendo il programma missilistico e il sostegno ai gruppi armati regionali. Per gli Stati Uniti, un accordo che non affronti il disarmo di Teheran sarebbe insufficiente, una posizione che si scontra frontalmente con la sovranità difesa con ostinazione dalla leadership iraniana, che considera i propri missili un elemento non negoziale della sicurezza nazionale.

ISRAELE. In questo scacchiere, la voce di Israele si è alzata con una nota di profondo scetticismo. Il governo di Tel Aviv, pur coordinandosi strettamente con Washington, non nasconde i dubbi sulla reale efficacia di una soluzione diplomatica. Per la sicurezza israeliana, il fattore tempo è critico: la minaccia dei missili capaci di coprire i 2000 chilometri di distanza è una realtà quotidiana. Tuttavia, la divergenza tra la fretta di Washington e la prudenza di Tel Aviv crea un paradosso: mentre si minaccia la "fase due", si continua a ribadire la preferenza per la via diplomatica, segno che la porta del dialogo resta socchiusa nonostante i toni apocalittici.

“DISTENSIONE TATTICA”. Teheran, dal canto suo, risponde con una manovra di "distensione tattica" sul fronte interno che ha sorpreso molti osservatori. Nelle ultime ore, le autorità iraniane hanno infatti rilasciato due personalità chiave del campo riformista: Javad Emam, portavoce del Fronte Riformista, ed Ebrahim Asgharzadeh, ex parlamentare di peso. Entrambi erano stati arrestati durante le durissime repressioni seguite alle proteste di gennaio. Il loro rilascio su cauzione, confermato dai legali, viene interpretato come un tentativo del regime di disinnescare la rabbia popolare interna e di presentare un volto più ragionevole alla comunità internazionale proprio mentre la pressione militare esterna raggiunge il culmine. È una mossa classica della diplomazia persiana: mostrare flessibilità interna per guadagnare spazio di manovra esterna.

PECHINO PREOCCUPATA. Il ruolo degli altri attori globali complica ulteriormente il quadro. Se le potenze europee temono che una fiammata nel Golfo possa destabilizzare i mercati energetici già fragili, l'asse Mosca-Pechino legge la crisi come un'opportunità strategica. Per la Russia, un impegno militare statunitense in Medio Oriente significherebbe un allentamento della pressione sul fronte ucraino. La Cina, invece, agisce dietro le quinte per proteggere i propri flussi di petrolio, osservando con preoccupazione la "palla da demolizione" americana che rischia di colpire le rotte vitali del commercio globale.

La "fase due" rimane dunque l'incognita più inquietante. Se l'ultimatum dovesse scadere senza un'intesa, il mondo potrebbe trovarsi di fronte a un inasprimento del blocco economico o a attacchi mirati. La storia delle "linee rosse" di Trump insegna che spesso servono a definire lo spazio di una nuova negoziazione, ma il dispiegamento della seconda portaerei suggerisce che stavolta il margine di errore sia ridotto al minimo. L'Iran si trova ora davanti a un bivio storico: sfruttare l'apertura data dal rilascio dei riformisti per avviare un dialogo reale o sfidare la potenza delle portaerei americane.

Mentre la USS Gerald R. Ford fa rotta verso est e i leader riformisti tornano nelle loro case, il tempo scorre inesorabile verso la metà di marzo. La sensazione è quella di una partita a scacchi giocata con pezzi d'acciaio e destini umani. Se il "Demolition Man" ha scosso l'Europa a Monaco, in queste ore sta mettendo alla prova la tenuta di una delle nazioni più antiche del mondo, in un equilibrio precario dove un singolo passo falso potrebbe innescare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili per l'intero ordine mondiale. (13 FEB – deg)

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