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direttore Paolo Pagliaro

“L’ARTE DELLA GUERRA”
AI TEMPI DEL DONBASS

“L’ARTE DELLA GUERRA” <BR> AI TEMPI DEL DONBASS

A una manciata di giorni dal quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, dai campi di battaglia dell’Europa orientale ancora una volta si ha la conferma del fatto che l'evoluzione della conflittualità umana non è un processo lineare, ma procede per strappi violenti, dove l'innovazione tecnica agisce come un solvente che scioglie i vecchi dogmi tattici. La linea di contatto tra i due schieramenti è diventata il laboratorio di quella che appare come la più radicale mutazione dell'“Arte della Guerra” dai tempi dell'introduzione dell'aviazione nelle dinamiche strategiche. Se Sun Tzu ammoniva che la velocità è l'essenza del conflitto, l'avvento dei droni e dei sistemi autonomi ha ridefinito in questi quattro anni non solo la rapidità dell'azione, ma la natura stessa della trasparenza nella “kill zone”. Per comprendere la portata di un simile mutamento, è necessario osservare la storia militare come una sequenza di rotture tecnologiche. In tale ottica, ad esempio, il passaggio dalla rigidità della falange greca alla flessibilità della legione romana non fu solo un cambio di formazione, ma la vittoria di un sistema adattivo su uno statico. Allo stesso modo, durante la guerra civile americana, l'introduzione della canna rigata nei fucili nonché la comparsa delle prime corazzate, come il Monitor e il Merrimack, segnarono il tramonto dell'era napoleonica.

È indubbio che la guerra civile che devastò il Nordamerica dal 1861 al 1865 segnò il punto di non ritorno per la tattica militare classica. L'introduzione della canna rigata e della pallottola Minié (che per ironia della storia venne alla ribalta nella guerra di Crimea scoppiata nel 1853) triplicò di colpo la gittata utile e la precisione dei fanti: se prima un soldato poteva sperare di colpire un bersaglio a cinquanta metri, ora poteva farlo a trecento. Eppure, i generali dell'epoca continuavano a ordinare cariche in colonna e schieramenti serrati, tattiche nate per l'epoca dei moschetti a canna liscia. Il risultato fu un'asimmetria letale: la fanteria che avanzava allo scoperto non andava più incontro a una scarica imprecisa, ma a un fuoco mirato e devastante che trasformava ogni carica in un suicidio di massa. Parallelamente, la nascita delle prime corazzate introduceva un ulteriore squilibrio: se da un lato il fante diventava più vulnerabile a causa della rigatura delle armi, dall'altro la tecnologia iniziava a cercare nel ferro e nell'acciaio un guscio per proteggere la potenza di fuoco. Questa dicotomia tra l'estrema fragilità della carne esposta a proiettili precisi e la nuova invulnerabilità delle macchine corazzate creò un vuoto dottrinale. Fu il preludio al massacro tecnologico della prima guerra mondiale, dove l'impatto della mitragliatrice (evoluzione estrema della canna rigata) e la protezione dei bunker resero la linea di contatto un cimitero a cielo aperto, costringendo l'umanità a interrarsi nelle trincee per sopravvivere a una letalità che la tecnica aveva reso, per la prima volta, industriale e impersonale.

Nel secondo conflitto mondiale, fu il “boom” dell'aviazione a trasformare lo spazio aereo nel terzo dominio indispensabile, portando la morte oltre le linee del fronte e colpendo il cuore industriale delle nazioni. Oggi, il conflitto ucraino sta compiendo un passo ulteriore: la democratizzazione della letalità aerea attraverso il drone. Nel fango del Donbass o nelle steppe di Zaporizhia, stiamo assistendo alla fine della “privacy” militare. Il drone, nelle sue varianti che vanno dai piccoli FPV (First Person View) ai grandi velivoli senza pilota marittimi, ha reso il campo di battaglia “iper-trasparente”. Non è più possibile concentrare mezzi corazzati o truppe senza essere individuati istantaneamente da un occhio elettronico che costa poche centinaia di dollari. È una rivoluzione che ricorda l'impatto della canna rigata: chiunque può essere colpito con precisione millimetrica da distanze precedentemente impensabili, ma con la differenza che oggi il proiettile ha una propria “intelligenza” e capacità di inseguimento. Questa evoluzione ha prodotto effetti politici e industriali che collegano il fronte ucraino alle dinamiche di Washington. Lo “schiaffo” parlamentare subito nella notte italiana tra mercoledì e ieri da Donald Trump alla Camera, dove sei repubblicani hanno votato contro i dazi al Canada, evidenzia una tensione tra isolazionismo e necessità di mantenere catene di approvvigionamento tecnologico integrate. Kiev ha compreso che il futuro della sua sopravvivenza non risiede solo nei grandi pacchetti di aiuti americani, ma nella capacità di costruire un'industria della difesa autonoma, capace di produrre migliaia di droni al mese in collaborazione con le industrie europee.

Del resto, è un dato di fatto che la resistenza ucraina non si affidi più solo al coraggio individuale, ma anche a una complessa rete di sensori e algoritmi. La capacità di neutralizzare la flotta russa del Mar Nero senza possedere una vera marina militare, utilizzando esclusivamente sciami di droni marittimi, è l'equivalente moderno del colpo di genio tattico che permise alle legioni romane di superare la staticità macedone. È il trionfo dell'asimmetria: un mezzo economico e sacrificabile che distrugge un asset strategico da milioni di dollari. Tuttavia, come ogni rivoluzione militare, anche quella dei droni porta con sé il rischio di una nuova staticità. Se entrambi i contendenti possiedono una visione totale del campo di battaglia, ogni movimento diventa un rischio suicida, portando a una sorta di “guerra di trincea elettronica” dove vince chi ha la capacità industriale di saturare lo spazio aereo più a lungo dell'avversario. È qui che l'Europa sta cercando di giocare un ruolo chiave, spostando i propri investimenti dalla produzione di armi pesanti tradizionali verso la creazione di poli tecnologici condivisi con Kiev, cercando di colmare il vuoto che le oscillazioni politiche statunitensi potrebbero lasciare. Appare dunque evidente che questo quarto anniversario ci consegnerà un conflitto che ha riscritto i manuali senza mandare in soffitta quanto già detto da Sun Tzu nel sesto secolo avanti Cristo sull'inganno e sulla conoscenza di sé e del nemico: un’affermazione che adesso trova nel drone la sua massima espressione tecnica. La tragedia Ucraina ci insegna che, come accadde con la mitragliatrice o l'aviazione, chi non saprà adattarsi a questa nuova trasparenza letale è destinato a soccombere sotto il peso di una tecnologia che ha reso l'invisibilità l'unico vero scudo rimasto sul campo di battaglia. (13 FEB - deg)

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