I riflettori della diplomazia internazionale sono puntati su Ginevra dove, oltre al nuovo round di colloqui riguardanti l'Ucraina, si svolgerà anche una partita forse ancor più imprevedibile: il secondo giro di negoziati indiretti tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti. L'arrivo del ministro degli Esteri Abbas Araghchi (NELLA FOTO), giunto sulle rive del Lemano nella serata di ieri, segna un momento spartiacque per una nazione sospesa tra il collasso economico interno e lo spettro di un conflitto regionale su vasta scala che sembra ormai inevitabile.
Il dossier più scottante sul tavolo di Araghchi resta quello nucleare, con l'introduzione di specifiche clausole tecniche per tentare di sbloccare l'impasse. Teheran ha avanzato una proposta senza precedenti: la disponibilità a diluire una parte significativa del proprio stock di uranio arricchito al 60% — una soglia che gli esperti internazionali definiscono "a un passo dal materiale per uso bellico" — riportandolo a una concentrazione inferiore al 20%. In cambio, l'Iran esige un "cronoprogramma di de-sanzionamento" immediato, che permetta l'accesso ai fondi congelati nelle banche internazionali e la ripresa delle esportazioni petrolifere verso i mercati asiatici ed europei.
Tuttavia, l'intransigenza assoluta sul programma missilistico balistico rimane lo scoglio principale. Durante i contatti preparatori, la delegazione iraniana, che include il vice ministro Majid Takht-Ravanchi, ha ribadito che la difesa balistica rappresenta un pilastro non negoziabile. Washington, rappresentata dall'inviato speciale Steve Witkoff, ha risposto con estrema fermezza, chiedendo che ogni riduzione della pressione economica sia vincolata a un monitoraggio intrusivo e permanente dei siti militari da parte dell'AIEA, una condizione che Teheran considera una violazione della sovranità nazionale.
La crisi diplomatica si intreccia indissolubilmente con un'escalation militare regionale che Israele sta seguendo con la massima allerta. Da Tel Aviv, le reazioni ai colloqui di Ginevra sono di estrema ostilità. Il governo israeliano ha intensificato la pressione diplomatica sugli Stati Uniti, avvertendo che qualsiasi accordo basato sulla "semplice diluizione" dell'uranio è insufficiente e pericoloso. Il Primo Ministro Netanyahu ha ribadito che Israele mantiene la "piena libertà operativa" e che nessuna intesa diplomatica potrà impedire azioni preventive contro i siti missilistici iraniani qualora venisse rilevata una minaccia imminente. Questa posizione è stata accompagnata da un rafforzamento delle manovre militari nel Mediterraneo orientale, inviando un segnale inequivocabile sia ai negoziatori che alla leadership iraniana.
Teheran ha risposto con toni bellicosi, annunciando l'integrazione di mille nuovi droni d'attacco nel proprio arsenale e avvertendo che un eventuale attacco israeliano trasformerebbe l'intera area, dal Golfo Persico al Mar di Oman, in un teatro di guerra totale. La minaccia iraniana di colpire le infrastrutture energetiche regionali funge da deterrente, ma al contempo isola ulteriormente il Paese sul piano internazionale. Tuttavia, è all'interno dei propri confini che il regime iraniano sta combattendo la battaglia più difficile. La crisi interna ha raggiunto livelli parossistici dopo il crollo verticale del Rial, che ha polverizzato i risparmi della classe media e scatenato un'ondata di proteste senza precedenti. Quello che era iniziato come un movimento di protesta economica si è trasformato in una sfida aperta alla leadership clericale. Le autorità iraniane hanno risposto con una repressione brutale: sebbene il governo parli ufficialmente di "sedizione soffocata" e ammetta circa 3.000 vittime, le organizzazioni per i diritti umani e fonti ONU riportano bilanci drammatici che superano i 20.000 morti tra i manifestanti.
La strategia della "mano pesante" si è manifestata anche attraverso blackout sistematici della rete internet e l'arresto di esponenti dell'area riformista che avevano tentato di mediare tra le piazze e il potere centrale. Molte attività private sospettate di aver sostenuto gli scioperi sono state sequestrate, aggravando ulteriormente un tessuto economico già logorato da anni di isolamento. È proprio questo isolamento a spingere Araghchi verso la ricerca di un compromesso a Ginevra: il regime ha bisogno vitale di ossigeno finanziario per placare la rabbia popolare, ma teme che ogni concessione sul fronte nucleare o regionale possa essere percepita come un segno di debolezza fatale dai propri avversari interni ed esterni.
Il destino dell'Iran sembra dunque legato a un filo sottilissimo. Il successo o il fallimento di questo round negoziale non determinerà solo il futuro del programma nucleare, ma sancirà la capacità della Repubblica Islamica di sopravvivere alle proprie contraddizioni interne. Mentre la diplomazia internazionale tenta faticosamente di evitare l'esplosione del Medio Oriente, le piazze di Teheran restano silenziose ma cariche di una tensione che nessun accordo firmato in Svizzera sembra, al momento, in grado di dissipare definitivamente. (16 FEB – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)





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