È complicato fare politica in un contesto in cui si sono persi i punti di riferimento e tutto sembra ridursi ad uno scontro muscolare per la ricerca di qualche successo momentaneo. Così è in politica internazionale, ma anche a livello europeo e all’interno dei singoli Stati. In queste condizioni elaborare qualche strategia non diciamo di lungo periodo, ma almeno con uno sguardo più lungo di quello sul giorno dopo diventa un’impresa titanica.
Partiamo pure da un esame senza remore del quadro internazionale. Le due grandi questioni che destabilizzano il sistema delle relazioni, la vicenda Ucraina e quella di Gaza, sono piuttosto lontane dal trovare una soluzione. Per quel che riguarda la prima tutto è legato all’ostinazione di Putin di non recedere nella convinzione che le controparti non sono in grado di imporgli almeno una tregua. Il gioco è perfido. Per mettere la Russia di fronte all’insostenibilità della sua posizione sarebbero necessarie due condizioni: 1) che si desse all’Ucraina il supporto militare per mettere in crisi con tutta evidenza la debolezza di Mosca; 2) che le controparti che affiancano Kiev fossero in situazioni tali da entrare in campo con la forza di cui dispongono.
Nessuna delle due condizioni ha chance di verificarsi. Spingere il supporto militare a Kiev fino al punto di ingaggiare una guerra in profondità viene giudicato troppo rischioso perché si teme che Putin a quel punto non si tratterrà dall’escalation atomica. È quanto minacciano i portavoce russi un giorno sì e l’altro pure, ma nessuno è disposto a correre il rischio di verificare se sono vanterie da bulli o disponibilità a giocare il tutto per tutto. Quanto al problema della reale entrata in campo degli alleati europei dell’Ucraina, va tenuto presente che praticamente tutti fanno i conti con opinioni pubbliche assai poco disponibili ad assumersi l’onere di andare fino in fondo: un po’ per paura della possibile catastrofe atomica, ma altrettanto per la scarsa disponibilità ad accettare il sistema di austerità inevitabile se ci si imbarca in un conflitto di portata internazionale. Anche nel caso che non si arrivasse ai momenti più drammatici.
Quindi la guerra si trascina in modo miserevole, aumentando morti e distruzioni senza che si veda a cosa possa davvero servire. Del resto basta uno sguardo alla seconda crisi, quella innescata dalla vicenda di Hamas a Gaza con tutti gli annessi e connessi, per vedere che anche in questo caso non si è in grado di stabilizzare la situazione. E questo nonostante siamo di fronte, sulla carta, ad una vittoria che pareva schiacciante su chi aveva innescato la tragedia (Hamas e i suoi sostenitori) e ad un apparentemente ampio consesso internazionale che sembrava avere sposato la causa della stabilizzazione. In realtà il nodo della questione, che è il disarmo di Hamas e la presa di governo sulla Striscia, non è stato affatto sciolto. I miliziani che hanno posto sotto dittatura quel territorio sono ancora al potere, non intendono disarmare, non c’è nessun governo che stia prendendo in mano la ricostruzione (che è un affare complesso, altro che “rendering” pieni di grattaceli creati con la IA), i Paesi arabi o assimilati che avevano promesso di affrontare con decisione i problemi se ne stanno tranquillamente in panchina. È chiaro che in questo quadro Trump, che già di suo quanto a genio per le costruzioni strategiche non è che brilli, corre da un lato all’altro del grande palcoscenico con intemerate più o meno suggestive, certamente sempre sopra le righe: come nei peggiori spettacoli teatrali. Le difficoltà del tycoon sono molte, ha una tornata elettorale che si avvicina sempre più, ma non riesce ad uscire dalle sue pulsioni per i colpi di teatro. Poi magari qualcuno del suo staff, come di recente Marco Rubio a Monaco, prova ad esercitarsi nel classico sport del dare un colpo al cerchio e un altro alla botte, ma non riesce a trasmettere l’immagine di una amministrazione che sa quel che vuole e che può raggiungerlo in termini realistici.
Non ci si può stupire allora se nel quadro internazionale i diversi attori si muovono in un convulso balletto che unisce figure a due (passeggere ed estemporanee), tentativi di scene di gruppo per lo più mal coordinate, e recitazioni “a soggetto” da parte di ciascuno dei partecipanti con l’occhio ai più banali interessi di bottega sommati al desiderio di consolidare il ruolo che ciascuno si è autoassegnato nella confusa commedia in corso.
Che questo non si rifletta sugli andamenti di politica interna nei diversi Stati, sarebbe da considerare miracoloso, ma non avviene perché i miracoli sono un genere di interventi per cui ben pochi politici sono attrezzati. Se guardiamo in questo momento a quell’ambito che potrebbe per tradizione, prestigio e anche competenza giocare un ruolo, cioè quello dei grandi Stati europei Gran Bretagna inclusa, vediamo solo situazioni di grande conflittualità e opinioni pubbliche che si dividono fra fazioni di pasdaran di vario conio e sacche di opinione pubblica che rifiutano di essere coinvolte in una politica che non capiscono e tanto meno apprezzano.
Ciascun Paese ha le sue fratture che possiamo comprendere in questo modello generale. In Italia si accentuano per la sfortunatissima coincidenza con un referendum costituzionale su una questione che quasi nessuno accetta di esaminare apertamente (volete o no che la magistratura abbia una organizzazione la cui giusta indipendenza è scivolata negli ultimi decenni in mano ad una casta di grandi inquisitori convinti di aver titolo per essere essi i moralizzatori del sistema?). Così tutti strumentalizzano l’occasione di scontro per vedere se possono piegare quello che sarà il risultato delle urne all’acquisto di un incremento di posizione per sé stessi. Difficile non vedere che questa guerriglia di tutti contro tutti (con una quota ampia di persone che vogliono semplicemente starne fuori) renderà complicato gestire una presenza del nostro Paese a livello internazionale all’altezza di un momento che vede il mondo affrontare un drammatico passaggio storico.
(da mentepolitica.it )
(© 9Colonne - citare la fonte)




amministrazione