Teheran mette i puntini sulle i: “Non ha senso parlare di raid ‘limitati’. Un atto di aggressione sarà considerato un atto di aggressione, punto”. Con queste parole, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha risposto oggi in conferenza stampa alle crescenti pressioni di Washington, chiarendo che Teheran non farà distinzioni tra una scaramuccia di confine e un conflitto aperto. Baghaei ha smentito le speculazioni nate dopo le recenti dichiarazioni di Donald Trump, sottolineando che “qualsiasi Stato reagirebbe con forza a un atto di aggressione in virtù del suo intrinseco diritto all'autodifesa, ed è esattamente ciò che faremmo noi”. La scintilla di questo nuovo scontro verbale è stata innescata proprio dal presidente statunitense, il quale, interrogato sulla possibilità di un attacco mirato nel caso in cui l'Iran non accettasse rapidamente un nuovo accordo sul nucleare, ha risposto in modo sibillino: “Tutto quello che posso dire è che ci sto pensando”. Questa ambiguità calcolata si inserisce in una strategia di pressione militare senza precedenti: gli Stati Uniti hanno posizionato due portaerei a portata di tiro dagli obiettivi sensibili iraniani
Per i colloqui previsti per questo giovedì a Ginevra, l'Iran ha fissato condizioni rigidissime, conscio di trovarsi in una posizione negoziale estremamente delicata. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi porterà sul tavolo la richiesta di una revoca immediata delle sanzioni economiche come precondizione per qualsiasi limitazione tecnica al programma nucleare. Teheran esige inoltre garanzie scritte che impediscano a futuri cambiamenti politici a Washington di far saltare nuovamente l'intesa, rifiutando categoricamente di includere nel negoziato il proprio programma missilistico balistico o l'influenza regionale delle milizie alleate. La posizione iraniana è chiara: nessun accordo sotto coercizione militare sarà considerato vincolante. Parallelamente, i movimenti tattici della flotta americana nel Golfo indicano una preparazione che va oltre la semplice deterrenza. Le due portaerei inviate da Washington non sono solo simboli di potere, ma centri operativi coordinati per una sorveglianza h24 delle basi missilistiche iraniane e dei siti nucleari come Natanz e Fordow. Analisti militari riportano un incremento dei voli di ricognizione e il posizionamento di cacciatorpediniere dotate di sistemi di difesa Aegis in punti strategici per intercettare eventuali lanci di ritorsione.
La flotta si trova ora a una distanza tale da poter colpire obiettivi nell'entroterra iraniano in pochi minuti, una configurazione che l'intelligence descrive come “pronta all'azione immediata”. Nonostante questo scenario di pre-guerra, la diplomazia cerca un varco a Ginevra. La delegazione americana, composta da Steve Witkoff e Jared Kushner, arriva con l'obiettivo di ottenere una “capitolazione” diplomatica che Trump ritiene inevitabile. Witkoff ha recentemente espresso stupore per la resilienza iraniana, ma Teheran risponde con la propria storia: il portavoce Baghaei ha ribadito che il suo popolo non ha mai accettato di arrendersi sotto minaccia. Anche l'Unione Europea osserva con apprensione. Kaja Kallas, pur invocando una soluzione diplomatica, ha notato che “l'Iran è nel suo punto più debole di sempre”, un'analisi che sembra voler spingere Teheran verso un pragmatismo forzato. Nel frattempo, l'India ha già esortato i suoi 10.000 cittadini a lasciare il Paese, segno che il rischio di un errore di calcolo militare è considerato altissimo. Giovedì a Ginevra si deciderà se la forza dei cannoni lascerà ancora una volta il posto alla forza della parola o se il Golfo diventerà teatro di un conflitto aperto. (23 FEB - deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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