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PUTIN: IL FUTURO RUSSO
SI DECIDE IN UCRAINA

PUTIN: IL FUTURO RUSSO <BR> SI DECIDE IN UCRAINA

È andata in scena al Cremlino la cerimonia di premiazione per i soldati del distretto militare del Caucaso settentrionale, trasformata da Vladimir Putin in un palcoscenico politico di portata strategica, volto a proiettare un'immagine di compattezza granitica proprio mentre il conflitto in Ucraina è entrato in una fase di estremo logoramento. Il discorso del presidente russo non è stato un semplice tributo al valore, ma una dichiarazione d'intenti rivolta tanto al fronte interno quanto alle cancellerie internazionali. Al centro del suo intervento è emersa la volontà di trasformare l'attuale sforzo bellico nel nuovo asse portante della società russa. “È qui, in prima linea, che si decide oggi la questione più importante: la protezione della nostra sovranità e del futuro dei nostri figli”, ha affermato Putin, legando indissolubilmente la sopravvivenza del suo sistema di potere all'esito delle operazioni sul campo. Queste parole delineano chiaramente la strategia russa: una guerra esistenziale che non ammette compromessi al ribasso. Elevando i combattenti del Caucaso a simboli della nazione, Putin ha cercato di chiudere definitivamente la ferita delle guerre cecene degli anni '90, integrando quelle periferie turbolente nel cuore pulsante del patriottismo imperiale.

Il tono di Putin si è fatto particolarmente incisivo quando ha parlato della missione russa: “La Russia ha dimostrato più volte di saper rispondere a qualsiasi sfida. Non permetteremo a nessuno di dividerci o di indebolire la nostra determinazione”. Un passaggio fondamentale per comprendere la logica di Mosca: la proiezione di una forza morale che dovrebbe, nelle intenzioni del Cremlino, compensare le sanzioni economiche e l'isolamento diplomatico. In questo contesto, ogni medaglia appuntata è un segnale inviato all'Occidente per dimostrare che la Russia ha risorse umane e psicologiche per un conflitto di lunga durata. Analizzando il discorso con rigore critico, emerge come la retorica del sacrificio serva a mascherare l'obiettivo di massimizzare i guadagni territoriali in vista di futuri negoziati. “Ogni vostro passo avanti, ogni metro di terra liberata – ha dichiarato Putin - ci avvicina all'obiettivo finale che ci siamo prefissati”. Questo “obiettivo finale”, volutamente vago, permette a Mosca di mantenere flessibilità diplomatica pur continuando a spingere sull'acceleratore delle offensive locali. L'idea è quella di creare “fatti compiuti” che nessuna trattativa futura potrà ignorare, cercando di forzare Kiev e i suoi alleati a riconoscere la nuova geografia del potere russa.

Un altro passaggio chiave del discorso ha riguardato la percezione dei soldati come nuova classe dirigente: “Voi siete la vera élite della Russia. Il Paese ha bisogno di persone come voi, dotate di coraggio e di un senso del dovere incrollabile, per guidare il nostro sviluppo futuro”. Con questa affermazione, il leader del Cremlino ha tentato di marginalizzare le vecchie élite liberali o tecnocratiche, sostituendole simbolicamente con una generazione di veterani legati a doppio filo alla sua visione geopolitica. È una mossa di ingegneria sociale volta a garantire la stabilità del regime anche dopo la fine delle ostilità attive. Tuttavia, sotto la superficie della celebrazione, si legge la necessità di giustificare un costo umano che continua a crescere. Quando Putin ha affermato che “il valore dei nostri eroi è la garanzia che nessuna minaccia esterna potrà mai piegare la nostra volontà”, ha implicitamente ammesso che la pressione esterna è reale e pesante. La retorica della “Russia invincibile” diventa così uno strumento di gestione del dissenso potenziale: se la guerra è un destino morale, allora le privazioni economiche e le perdite umane diventano un prezzo inevitabile da pagare sull'altare della grandezza nazionale.

La strategia di Putin, come emerge dalle sue dichiarazioni, è quella di una scommessa sul tempo. Egli confida che la coesione interna russa, cementata da queste narrazioni eroiche, durerà più a lungo della determinazione occidentale. “Sappiamo per cosa stiamo combattendo. Combattiamo per la verità e per la giustizia, e questo ci rende invincibili”, ha concluso il presidente. Questa pretesa di superiorità morale è l'arma finale con cui il Cremlino spera di stancare l'avversario, trasformando una guerra d'aggressione in una crociata difensiva agli occhi dei propri cittadini. In ultima analisi, la cerimonia del distretto del Caucaso settentrionale conferma che la Russia non stia cercando una via d'uscita onorevole, ma una vittoria di posizione. Ogni riferimento di Putin alla solidarietà e alla forza della nazione appare come un tassello di una strategia negoziale basata sulla forza bruta: convincere il mondo che la Russia non smetterà mai di combattere, obbligando così l'Ucraina a una pace dettata da chi controlla i territori sul campo. La sfida per la comunità internazionale resta quella di decriptare questa retorica, distinguendo tra la propaganda di regime e le reali capacità di tenuta di un sistema che ha scommesso tutto sul successo della sua macchina bellica. (23 FEB - deg)

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