L'anniversario di oggi, che segna l’avvio del quinto anno di guerra in Ucraina, non è solo una ricorrenza simbolica, ma il consolidamento di due visioni del mondo ormai inconciliabili. Mentre i leader europei rendono omaggio a Kiev recandovisi in prima persona, la macchina comunicativa del Cremlino sta utilizzando questa data per blindare il consenso interno attraverso una narrazione che dipinge il conflitto come una lotta per la “sopravvivenza della civiltà russa” contro un Occidente dipinto come moralmente in declino. Secondo le analisi più recenti sull'opinione pubblica russa, dopo quattro anni di ostilità il Cremlino è riuscito a normalizzare lo stato di guerra. Il coro dei media della Federazione, dalle agenzie di stampa alla tv di stato passando per i quotidiani e i siti “privati” d’informazione (nella stragrande maggioranza dei casi allineati alle posizioni dell’establishment) martellano quotidianamente sul concetto che la Russia stia combattendo non contro l'Ucraina, ma contro l'intera NATO, elevando lo scontro a una questione esistenziale.
Questa postura è alimentata costantemente dalle voci più influenti del panorama intellettuale e politico moscovita. Dmitry Medvedev, Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, ha recentemente ribadito che “l'esistenza stessa dell'Ucraina è mortalmente pericolosa per gli stessi ucraini”, definendo lo Stato vicino come un “cancro” creato artificialmente dall'Occidente per distruggere la Russia. Sul fronte ideologico, il filosofo Alexander Dugin ha descritto il conflitto come una “guerra santa contro il regno dell'Anticristo”, sostenendo che la Russia ha il compito messianico di guidare una rivolta globale contro l'egemonia liberale occidentale. Non meno drastico è stato il politologo Sergey Karaganov, il quale ha suggerito che, per spezzare la volontà della NATO, la Russia dovrebbe considerare l'uso di armi nucleari come “strumento di deterrenza attiva”, affermando che “l'Occidente deve capire che siamo pronti a tutto pur di difendere il nostro spazio vitale”.
Vale la pena soffermarsi un attimo sulla “filosofia” di questo dottor Stranamore in salsa orientale anche perché non è una figura di terzo piano, trovandosi a capo del Consiglio di politica estera e della difesa, un istituto che si occupa di analisi della sicurezza, fondato da Vitalij Šlykov. È inoltre preside della Facoltà di Economia Mondiale e Affari Internazionali presso la Scuola Superiore di Studi Economici dell'Università di Mosca. Ebbene, come accennato, secondo la dottrina di questo politologo, per costringere la NATO a fare un passo indietro in Ucraina e prevenire una terza guerra mondiale, la Russia dovrebbe abbassare drasticamente la soglia di utilizzo dell'atomo. I punti cardine del suo pensiero prevedono la teoria dell’attacco preventivo. In tal senso, Karaganov suggerisce che la Russia dovrebbe colpire con armi nucleari tattiche obiettivi in Europa (citando spesso la Polonia) per dimostrare la propria risolutezza e “curare” l'Occidente dalla sua presunta follia strategica. Tale mossa sarebbe giustificata dalla convinzione del capo del Consiglio di politica estera e di difesa sul fatto che Washington non risponderebbe a un attacco nucleare russo limitato all'Europa per non rischiare la distruzione di città americane come Boston o Chicago. Karaganov ha definito più volte l'uso dell'arma atomica come una “scelta difficile ma necessaria” per salvare l'umanità da un conflitto globale prolungato, definendo l'arma stessa come un dono di Dio per evitare l'autodistruzione della specie.
A rincarare la dose è intervenuto direttamente il Ministero degli Esteri russo, che attraverso la sua portavoce Maria Zakharova ha liquidato la presenza di Ursula von der Leyen e António Costa a Kiev come un “pellegrinaggio coloniale nel vuoto”. Il Ministero ha diffuso una nota ufficiale in cui accusa i vertici europei di voler “prolungare l'agonia di un regime fantoccio” pur di non ammettere il fallimento strategico di Bruxelles. Secondo Mosca, queste visite cerimoniali servono solo a mascherare le crepe di un'Europa che sta “sacrificando la propria sovranità economica sull'altare degli interessi di Washington”. Il Cremlino ha inoltre avvertito che qualsiasi ulteriore impegno della “Coalizione dei volenterosi” sarà considerato come una prova del coinvolgimento diretto dei paesi occidentali nelle ostilità, alzando ulteriormente la temperatura del confronto diplomatico.
Appare chiaro che una simile retorica serva a giustificare i sacrifici economici di 144 milioni di persone: sebbene il settore civile russo sia in stagnazione, l'economia militare è in crescita esponenziale, diventando il volano di un sistema che non può più permettersi la pace senza rischiare il collasso industriale. La propaganda sfrutta il tema della “decadenza occidentale” per presentare la Russia come l'ultimo baluardo dei valori tradizionali, contrapponendo la “fermezza” russa alla presunta volubilità delle democrazie europee e americane. Il paradosso di questo quinto anno di guerra è che, mentre la Russia si è trasformata in uno stato-caserma pronto a un conflitto decennale, l'Occidente si interroga sulla sostenibilità del proprio sforzo, rendendo i prossimi mesi decisivi non solo per i confini dell'Ucraina, ma per la tenuta dell'intero blocco atlantico. (24 FEB - deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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