Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

IRAN E UCRAINA, OGGI
I COLLOQUI A GINEVRA

IRAN E UCRAINA, OGGI <BR> I COLLOQUI A GINEVRA

Ginevra torna oggi il centro della diplomazia planetaria. Ancora una volta. A incrociarsi sono i colloqui ad altissimo livello sulle crisi ucraina e iraniana. Nel primo caso, è comunque improbabile che dal tavolo odierno esca qualcosa di dirimente, anche perché si tratterà di un “doppio bilaterale” tra la delegazione statunitense e le controparti russa e ucraina. Nel secondo caso, invece, l’appuntamento potrebbe rivelarsi decisivo per frenare, forse all’ultimo momento, un’escalation bellica che l’accumulo di potenza di fuoco americana nel quadrante mediorientale ha reso più che ipotizzabile. La città elvetica si quindi trasforma in un laboratorio di realismo politico dove la forza militare e la necessità economica dettano l'agenda. Sul fronte ucraino, il dialogo ha assunto una fisionomia che trascende i confini del campo di battaglia per addentrarsi nei dettagli di una ricostruzione che ha già il sapore di una spartizione di sfere d'influenza economica. La presenza di Kirill Dmitriev non è casuale: il capo del fondo sovrano russo ha portato sul tavolo di Steve Witkoff e Jared Kushner una proposta che punta a sbloccare gli asset russi congelati in cambio di una partecipazione attiva delle grandi corporation americane nella ricostruzione delle infrastrutture distrutte.

Mosca, attraverso i suoi canali ufficiali, ha fatto filtrare la notizia che il coinvolgimento del Russian Direct Investment Fund (RDIF) rappresenterebbe la condizione necessaria per garantire una stabilità finanziaria post-conflitto. Il piano discusso a Ginevra prevederebbe la creazione di zone economiche speciali in cui il capitale privato statunitense potrebbe operare con garanzie sovrane russa e ucraina. Si tratterebbe – se confermato – di un approccio transazionale mirante a trasformare la “carneficina” citata da Trump nel suo discorso sullo Stato dell'Unione in un'opportunità di investimento. La logica appare brutale: l'economia deve correre più veloce delle armi per rendere la pace un'opzione redditizia per tutte le parti coinvolte.

Sul versante ucraino, Rustem Umerov sta cercando di bilanciare questa spinta economica con la necessità di mantenere l'integrità delle infrastrutture energetiche. Kiev chiede che la ricostruzione parta dal settore elettrico e siderurgico, ma la delegazione statunitense preme per un controllo rigoroso dei flussi finanziari, subordinando ogni dollaro a riforme strutturali che garantiscano la trasparenza. Questo “doppio bilaterale” può essere  dunque paragonato a una partita a scacchi a tre dove l'Ucraina cerca sicurezza, la Russia persegue l’obiettivo della fine delle sanzioni economiche e Washington punta alla chiusura del conflitto evitando oneri eccessivi per i propri contribuenti.

Parallelamente, il dossier iraniano brucia su tempi molto più brevi. L'arrivo del ministro degli Esteri Abbas Araghchi (NELLA FOTO) a Ginevra avviene sotto l'ombra dei cacciabombardieri americani pronti al decollo. Le minacce di Trump sono state esplicite: l'Iran deve accettare un accordo “eterno” che rimuova definitivamente ogni possibilità di arricchimento dell'uranio. Non si parla più di scadenze a dieci o quindici anni, come nel precedente JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, noto in Italia come Accordo sul nucleare iraniano del 2015), ma di una rinuncia perpetua alla tecnologia del ciclo del combustibile nucleare. Teheran ha portato a Ginevra una controproposta tecnica che i media di Stato iraniani definiscono come “il massimo sacrificio possibile per la sovranità nazionale”. L'Iran sarebbe disposto a congelare l'arricchimento al 60% e a riportare le scorte a livelli minimi, ma in cambio esige la rimozione immediata delle sanzioni che strangolano l'industria petrolifera. Tuttavia, il punto di rottura resta la richiesta americana di smantellare le centrifughe avanzate e di accettare ispezioni senza preavviso in ogni sito militare, condizione che i Pasdaran continuano a definire inaccettabile.

L'Iran ha inoltre tentato di scorporare la questione nucleare da quella dei missili balistici e del sostegno alle milizie regionali, ma Kushner e Witkoff sono stati irremovibili. La visione di Washington è olistica: non ci sarà alcuna riduzione della pressione militare se l'Iran non cesserà di essere un “esportatore di instabilità”. Le minacce di The Donald di lanciare un attacco preventivo questa volta non sembrano retorica da campagna elettorale, ma una realtà operativa che si riflette nello spostamento di asset navali e aerei verso basi nel Golfo. In questo contesto, il ruolo di Israele è quello di osservatore armato. Da Tel Aviv giungono segnali di una disponibilità a concedere spazio alla diplomazia ginevrina solo se i risultati saranno tangibili e immediati. Ogni esitazione di Teheran viene letta come un tentativo di guadagnare tempo per superare la “soglia nucleare”, una linea rossa che l'amministrazione Trump ha promesso che la Repubblica islamica non varcherà mai.

Ginevra, quindi, non sta ospitando semplici colloqui, ma sta definendo il perimetro di un nuovo equilibrio basato sulla forza. In Ucraina si negozia sui resti di un conflitto che Trump vuole chiudere “a ogni costo” per risparmiare quelle 25.000 vite al mese che pesano come un macigno sulla reputazione internazionale delle superpotenze. In Iran, invece, si cerca di evitare che un nuovo fronte si apra, trasformando il Medio Oriente in un incendio globale. La diplomazia del “business deal” applicata alla geopolitica sta affrontando la sua prova più difficile: convincere attori con interessi ideologici e di sopravvivenza che la pace, per quanto amara, è l'unico investimento sicuro rimasto sul tavolo ma la risposta degli attori coinvolti appare tutt’altro che scontata e il mondo attende di capire se prevarrà il realismo dei numeri o la logica delle armi. Il tempo a disposizione è pochissimo, e la finestra di opportunità aperta oggi a Ginevra potrebbe essere l'ultima prima che i motori dei jet americani e le batterie missilistiche russe e iraniane tornino a parlare con voce definitiva. (26 FEB - deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)