I progetti finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza sono circa 550mila secondo l'esecutivo. Di questi, 416mila risultano conclusi o in via di completamento. A pochi mesi dalla conclusione del piano circa un quarto dei progetti finanziati è ancora lontano dalla conclusione mentre la quota di risorse già spese si attesta al 52% delle risorse assegnate. Non tutto però dovrà essere erogato entro il 2026. Restano ancora da conseguire 209 scadenze. Con la sesta revisione del Pnrr il governo ha modificato ben 173 misure. Pur mantenendo invariata la dotazione complessiva, il governo ha riallocato circa 13,4 miliardi di euro. Lo si legge in un report della Fondazione Openpolis – nell’ambito del suo progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, - in base alla settima relazione del governo sullo stato di attuazione del Pnrr, trasmessa al parlamento a fine 2025 ricordando che “le riforme e la gran parte degli interventi finanziati dovranno concludersi entro l’estate, con l’ultima parte dell’anno che sarà dedicata alla fase di assessment”. “Secondo l’esecutivo, con il conseguimento delle scadenze legate alla settima e ottava rata, risultano completati 366 fra milestone e target. Si tratta del 64% rispetto al totale delle scadenze previste dal piano. Le risorse già incassate dall’Italia ammontano a 153,2 miliardi di euro, pari a circa il 79% dei 194,4 miliardi complessivi assegnati. Per quanto riguarda gli interventi finanziati, i progetti che risultano attivi sono oltre 550mila. Tale numero è più che raddoppiato rispetto all’inizio dell’anno”. “L’esecutivo attribuisce questo incremento principalmente al progressivo completamento da parte dei soggetti attuatori delle attività di registrazione e aggiornamento delle opere in corso. I progetti conclusi risultano essere circa 384mila. A questi se ne aggiungono circa 32mila in fase di completamento. Sebbene tale percentuale possa apparire tutto sommato contenuta, è doveroso ricordare che ci troviamo ormai a pochi mesi dalla conclusione del piano e che tutte le opere dovrebbero essere ormai in dirittura d’arrivo. Considerando, peraltro, che molti progetti sono stati tagliati dal piano proprio per il rischio che non si concludessero in tempo”. Inoltre, per quanto riguarda la spesa già sostenuta, a novembre 2025 ammontava a circa 101,3 miliardi di euro. Si tratta di poco più del 52% delle risorse complessive del Pnrr. Sebbene la spesa non sia un indicatore significativo ai fini della rendicontazione del piano, si tratta comunque di un dato utile per valutare lo stato di avanzamento degli interventi. Va inoltre ricordato che a seguito della sesta revisione diverse risorse sono state dirottate su strumenti finanziari. Per queste cosiddette facility sarà sufficiente assumere impegni giuridicamente vincolanti entro il 2026. La realizzazione concreta degli interventi selezionati invece potrà avvenire anche successivamente. Si tratta di una delle soluzioni che la Commissione europea aveva suggerito agli stati in difficoltà nell’attuazione del proprio Pnrr per non rischiare di perdere una parte delle risorse”.
Il report evidenzia che “il nostro paese finora è riuscito a incassare tutte le risorse previste dalle prime 8 rate (oltre 150 miliardi di euro) solo ricorrendo a diverse modifiche del piano. Cambiamenti che hanno spesso comportato rinvii o revisioni al ribasso degli obiettivi inizialmente previsti”. In particolare “tra il 2023 e il 2025 l’Italia ha inviato a Bruxelles 6 diverse richieste di modifica del proprio Pnrr. Una dinamica che evidenzia chiaramente tutte le difficoltà che il nostro paese ha incontrato nella realizzazione del piano. Difficoltà solo in parte attribuibili a fattori esterni come l’inflazione, l’aumento del costo di materie prime ed energia o l’invasione dell’Ucraina. Tuttavia quasi tutti i paesi europei hanno incontrato i medesimi ostacoli. Per questo motivo la Commissione europea, con la comunicazione NextGenerationEU – La strada verso il 2026, ha invitato gli Stati a rivedere i propri piani per garantire il completamento degli interventi senza proroghe. È in questo contesto che si inserisce la sesta e ultima richiesta di modifica presentata dall’Italia. Il governo ha scelto di mantenere invariata la dotazione finanziaria complessiva ma è intervenuto su ben 173 misure. Si è proceduto con una generale opera di semplificazione delle descrizioni con l’obiettivo di ridurre l’onere amministrativo legato alla valutazione del conseguimento di milestone e target. Laddove possibile inoltre c’è stata una definizione più puntuale degli elementi probatori utilizzati per la verifica del raggiungimento degli obiettivi. All’interno di questo quadro generale, per 83 misure la revisione ha comportato esclusivamente interventi di semplificazione, senza modificare né gli obiettivi di politica pubblica né le dotazioni finanziarie. Per un altro gruppo di misure, invece, la revisione ha avuto una natura più sostanziale. In 52 casi, oltre agli interventi di semplificazione, si è provveduto a individuare modalità alternative e più efficaci per il conseguimento degli obiettivi, talvolta accompagnate da una rimodulazione delle risorse finanziarie. Infine, per alcune misure si è reso necessario un ridimensionamento dei target, motivato da circostanze oggettive emerse durante l’attuazione. Dal punto di vista finanziario, queste scelte si sono tradotte in una rimodulazione complessiva di 13,4 miliardi di euro. In particolare, alcuni investimenti hanno visto un parziale definanziamento in virtù di una domanda inferiore alle attese o di difficoltà strutturali nella realizzazione degli interventi. Tali risorse sono state riallocate su 7 misure già esistenti che hanno dimostrato una maggiore capacità di assorbimento e su 8 di nuova introduzione. Tra le misure depotenziate in maniera più consistente possiamo citare Transizione 5.0 (-3,8 miliardi), comunità energetiche (- 1,4 miliardi), misure contro il rischio di alluvioni e idrogeologico (-910 milioni) e politiche attive del lavoro (-876 milioni). Per quanto riguarda gli investimenti con incremento di risorse invece da segnalare Transizione 4.0 (+4,7 miliardi), fondo rotativo dei contratti di filiera (+2 miliardi) e la riforma riguardante la gestione delle infrastrutture ferroviarie (+1,2 miliardi). Un elemento rilevante è il già citato ricorso crescente agli strumenti finanziari. Questa soluzione ha riguardato diverse misure nei settori dell’energia, delle infrastrutture idriche, dell’agroalimentare, dell’housing universitario e del sostegno agli investimenti privati: sono 23,5 i miliardi di euro del Pnrr che saranno gestiti tramite strumenti finanziari, con possibilità di completare le opere anche dopo il 2026. Con l’ultima proposta revisione il governo è intervento anche sulla programmazione di milestone e target. Il numero totale di scadenze è infatti passato da 614 a 575, una diminuzione che deriva soprattutto da semplificazioni e accorpamenti di obiettivi simili e dall’eliminazione di alcuni target intermedi considerati non essenziali per le ultime richieste di pagamento. Il riequilibrio ha riguardato in particolare le scadenze collegate alle ultime tre rate. Per queste, gli obiettivi complessivi da raggiungere sono passati da 284 a 241. Con tale nuova impostazione l’ottava rata risulta ora composta da 32 scadenze anziché 40, la nona da 50 e la decima da 159. In alcuni casi gli obiettivi sono stati anticipati o semplificati, perché già sostanzialmente raggiunti o in fase avanzata. In altri sono stati ripensati o posticipati alla luce di ritardi oggettivi. C’è stata poi l’introduzione di nuovi target finali per definire in maniera più puntuale gli obiettivi da raggiungere. Da ricordare che l’Italia ha già ottenuto i fondi relativi all’ottava rata e ha inviato la nona richiesta di pagamento lo scorso dicembre. Dopo la sesta revisione il Pnrr ha 39 scadenze in meno. (26 feb – red)
(© 9Colonne - citare la fonte)





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