In un clima di incertezza radicale, dove le diplomazie globali sembrano muoversi su un terreno minato, il dossier ucraino registra un’accelerazione ambivalente che mescola ossigeno finanziario e azzardi geopolitici. Mentre Washington è scossa dal braccio di ferro tra il Pentagono e le Big Tech e il quadrante mediorientale resta una polveriera, Kiev incassa un sostegno economico vitale dalle istituzioni internazionali, pur restando sospesa tra la speranza di una tregua e il rischio di una resa forzata.
IL POLMONE FINANZIARIO SOTTO SCACCO: IL MAXI-PRESTITO DEL FMI. La notizia che garantisce la sopravvivenza immediata dello Stato ucraino arriva dal Consiglio Esecutivo del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che ha dato il via libera formale a un programma di aiuti da 8,1 miliardi di dollari (circa 6,86 miliardi di euro) distribuiti su quattro anni. Come riportato dai principali canali di coordinamento finanziario, la prima tranche di circa 1,5 miliardi di dollari arriverà nel “prossimo futuro”, destinata a coprire un deficit di bilancio che per i prossimi quattro anni toccherà la cifra astronomica di 136,5 miliardi di dollari.
Tuttavia, questo aiuto non è privo di ombre. Il FMI stesso ha definito i rischi associati a questo programma come “eccezionalmente elevati”, sottolineando che la stabilità economica di Kiev dipende interamente dalla prosecuzione del sostegno internazionale, oggi più che mai incerto sotto la nuova amministrazione Trump. Il prestito funge da “fulcro” per sbloccare altri 90 miliardi di euro dall'Unione Europea e i contributi del G7, ma impone a Kiev riforme interne durissime in tempo di guerra, come la controversa estensione dell'IVA agli imprenditori individuali, punto su cui la direttrice Kristalina Georgieva aveva insistito durante la sua ultima missione a Kiev.
L’AZZARDO DI ABU DHABI: UNA TRILATERALE TRA LE NEBBIE. Sul fronte diplomatico, la prudenza è d'obbligo. Il presidente Volodymyr Zelensky, nel suo consueto discorso serale, ha annunciato che i colloqui di ieri a Ginevra avrebbero aperto la strada a un possibile incontro tripartito tra Ucraina, Russia e Stati Uniti “all'inizio di marzo” ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Se confermata, si tratterebbe della prima vera apertura di un canale negoziale diretto che includa contemporaneamente Mosca e la Casa Bianca di Trump.
Tuttavia, l'ottimismo di Kiev si scontra con la realtà di un Cremlino che non ha ancora confermato ufficialmente la propria partecipazione e di un'amministrazione statunitense che preme per una chiusura rapida del conflitto, spesso a condizioni che l'Ucraina fatica ad accettare. Abu Dhabi, già sede di scambi di prigionieri in passato, offrirebbe il terreno neutro ideale, ma il passaggio dai “preparativi in fase avanzata” evocati da Zelensky a un accordo di cessate il fuoco resta un salto nel vuoto.
UNA STABILITÀ APPARENTE IN UN EQUILIBRIO PRECARIO. La strategia di Washington sembra chiara: stabilizzare l'economia ucraina tramite il FMI per evitare un collasso immediato, mentre si cerca di forzare la mano su un tavolo negoziale che permetta agli Stati Uniti di disimpegnarsi parzialmente dal teatro europeo. Ma il successo di questa manovra è appeso a un filo. La moratoria sul debito pubblico e le promesse del G7 sono garanzie fragili di fronte a un fronte bellico che continua a logorare le risorse umane e materiali di Kiev.
In questo scenario, il prestito del FMI appare meno come un investimento sulla vittoria e più come una polizza assicurativa per gestire una transizione dolorosa. Le prossime due settimane diranno se il vertice negli Emirati sarà l'inizio di una pace difficile o l'ennesimo nulla di fatto in una crisi che non sembra conoscere soluzioni indolori. (27 FEB – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




amministrazione