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IRAN, I RAID AMERICANI
SEMPRE PIU’ PROBABILI

IRAN, I RAID AMERICANI <BR> SEMPRE PIU’ PROBABILI

L'improvvisa accelerazione diplomatica e logistica delle ultime ore ha trasformato il timore di un'escalation della crisi Usa-Iran in una preparazione tangibile al peggio. Il segnale più nitido non è giunto dai tavoli negoziali, ormai deserti, ma dagli uffici consolari attraverso ordini perentori che non lasciano spazio a interpretazioni burocratiche: Pechino e Gerusalemme hanno emesso direttive quasi simultanee, esortando i propri cittadini a lasciare immediatamente il territorio della Repubblica Islamica. Se per Israele si tratta di una prassi consolidata di sicurezza nazionale legata a una conflittualità storica, il monito cinese rappresenta un punto di rottura sistemico. La Cina, partner commerciale e strategico fondamentale di Teheran, raramente espone pubblicamente le vulnerabilità del proprio alleato, a meno che l'intelligence non indichi un punto di non ritorno imminente e inevitabile. Va ricordato che già il 23 febbraio anche l’India aveva esortato i propri concittadini a lasciare l’Iran.

L'ANALISI: SEGNALI DI UN ATTACCO IMMINENTE? Il ritiro dei civili stranieri è storicamente il preludio al silenzio della diplomazia e al fragore delle armi, un indicatore che spesso precede l'attivazione dei protocolli d'attacco. Per lo Stato ebraico, l'ordine di evacuazione non è solo una misura cautelativa per i propri connazionali, ma agisce come un messaggio operativo rivolto al mondo intero. Indica che la finestra per un’azione preventiva o ritorsiva contro le infrastrutture strategiche iraniane si sta chiudendo, lasciando spazio alla forza cinetica. La percezione prevalente è quella di una minaccia che ha superato il livello di guardia, rendendo necessario neutralizzare le basi di lancio e i centri di comando prima che possano essere utilizzati. Parallelamente, la cautela di Pechino suggerisce che la Repubblica Islamica potrebbe non essere più in grado di garantire la sicurezza nemmeno nei propri centri nevralgici. La Cina teme che un eventuale attacco possa innescare una reazione a catena tale da destabilizzare l'intera regione, mettendo a repentaglio anni di investimenti infrastrutturali e rotte energetiche vitali per l'economia asiatica.

IL FRONTE AMERICANO: TRA PRESSIONE E CONTENIMENTO. A Washington, il Pentagono ha incrementato la propria presenza nel Golfo Persico, spostando assetti aerei e navali in posizioni di scatto tattico. La narrativa d'oltreoceano si concentra ora sulla necessità di proteggere le rotte commerciali e gli alleati regionali da una possibile risposta iraniana asimmetrica che potrebbe incendiare lo Stretto di Hormuz. Non si discute più della possibilità di una ritorsione iraniana, ma ci si interroga sulle modalità e sulla tempistica di un evento che appare ormai scontato. Le autorità americane mantengono una linea di ambiguità strategica calcolata, assicurando ufficialmente di non cercare una guerra aperta ma avvertendo, contemporaneamente, che ogni aggressione ai propri asset o a quelli dei partner incontrerà una risposta proporzionata ma capace di paralizzare le capacità belliche dell'avversario.

LA RISPOSTA DI TEHERAN: LA FORTEZZA ASSEDIATA. All'interno dell'Iran, il clima è di mobilitazione permanente e sospetto diffuso verso ogni movimento esterno. La leadership politica e militare descrive gli avvisi di evacuazione stranieri come parte di una complessa guerra psicologica orchestrata per seminare il panico tra la popolazione e provocare il collasso dell'economia interna. Tuttavia, nei fatti, le Guardie della Rivoluzione hanno innalzato il livello di allerta dei sistemi di difesa aerea e spostato batterie missilistiche mobili in siti sotterranei fortificati. Teheran continua a ribadire che la propria dottrina militare rimane strettamente difensiva, ma avverte che i confini nazionali rappresentano linee rosse il cui superamento comporterebbe una reazione totale. La strategia iraniana sembra puntare sulla saturazione difensiva, cercando di rendere troppo oneroso un eventuale attacco nemico attraverso la minaccia di colpire simultaneamente diversi punti sensibili in tutto il Medio Oriente.

IL RUOLO DI MOSCA: L’EQUILIBRISTA ARMATO. La Russia osserva l'evolversi della crisi con una miscela di preoccupazione geopolitica e cinico calcolo delle opportunità. Un conflitto totale in Medio Oriente distoglierebbe inevitabilmente l'attenzione e le scarse risorse occidentali da altri teatri caldi, ma la distruzione delle infrastrutture iraniane danneggerebbe un partner logistico e militare ormai cruciale per il Cremlino. Mosca ha intensificato i contatti tecnici con Teheran, probabilmente fornendo intelligence satellitare avanzata e sistemi di disturbo elettronico per complicare i piani di volo di eventuali incursori. La posizione russa rimane ferma nel considerare qualsiasi attacco unilaterale contro l'Iran come una violazione del diritto internazionale, avvertendo che le conseguenze globali di una simile azione sarebbero imprevedibili e potenzialmente catastrofiche per l'intero equilibrio eurasiatico.

CRONACA DI UN’ATTESA SNERVANTE. Mentre i voli civili in uscita da Teheran registrano il tutto esaurito e le cancellazioni delle compagnie aeree internazionali si moltiplicano, il Medio Oriente si ritrova in una condizione di sospensione bellica quasi surreale. Gli indicatori critici da monitorare nelle prossime ore includono lo spostamento dei gruppi d'attacco delle portaerei verso il Mar Arabico settentrionale e l'eventuale annuncio di preghiere straordinarie o discorsi alla nazione da parte della Guida Suprema iraniana. Si osserva inoltre un aumento esponenziale dei tentativi di sabotaggio informatico contro le reti elettriche e idriche, segnali che spesso fungono da preludio silenzioso all'attacco fisico. La domanda non è più se la crisi sia entrata in una fase critica, ma se esista ancora uno spiraglio politico per evitare che il modello di evacuazione civile si trasformi definitivamente in un bollettino di guerra. La partenza dei cittadini cinesi, in particolare, segna il tramonto della fiducia nella stabilità dell'area sotto la crescente pressione delle potenze contrapposte. (27 FEB – deg)

 

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