Cosa rischia l’Italia con la crisi in Medioriente? L’approvvigionamento energetico è il rischio più immediato. Lo Stretto di Hormuz è chiuso da ieri, in risposta all'attacco di Stati Uniti e Israele. Attraverso quel corridoio di 54 km passa il 30% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto. In poche ore il Brent ha guadagnato oltre 13 punti percentuali, portandosi intorno a 82 dollari al barile. Per l'Italia questo è un colpo diretto: il Qatar è il secondo paese fornitore di GNL all'Italia, coprendo il 33,6% dell'import totale di GNL e tutto quel gas passa per Hormuz. Un blocco dello stretto riduce l'offerta mondiale di petrolio e di GNL, generando spinte al rialzo dei prezzi dell'energia con un significativo impatto recessivo. Sul fronte pratico: diesel e benzina potrebbero salire di 10-15 centesimi al litro, e il prezzo del gas potrebbe aumentare del 20%, passando da circa 35 a 42 euro/MWh. Anche il Made in Italy è a rischio. Le aziende italiane – spiega Confartigiano Imprese - esportano prodotti manifatturieri nell'area del Medio Oriente per circa 27,9 miliardi di euro, pari al 4,6% dell'export manifatturiero totale. I settori più esposti sono macchinari, gioielleria, mobili, occhialeria. L'aumento dei costi energetici rischia di trasferirsi rapidamente sui prezzi finali al consumo. Secondo Unimpresa, il rincaro dei prezzi energetici potrebbe tradursi in un aumento dell'inflazione tra lo 0,3% e lo 0,5%, con un impatto diretto sul potere d'acquisto delle famiglie italiane. Le misure del Decreto Bollette approvato a febbraio 2026 rischiano di essere vanificate nel giro di poche settimane se lo shock geopolitico si consolida.
Ci sono poi i rischi militari e di sicurezza. Questo è un fronte spesso sottovalutato nel dibattito pubblico. L'Italia non entrerà in guerra con l'Iran — il ministro della Difesa Crosetto ha chiarito che sarebbe costituzionalmente impossibile e che non c'è la volontà politica. I rischi maggiori sono per possibili attentati in Italia alle basi USA sul territorio. In Italia ci sono circa 12.000 militari USA concentrati principalmente ad Aviano, Sigonella, Camp Darby, Vicenza, Gaeta e Napoli e queste strutture potrebbero diventare bersagli simbolici. C’è poi un frnte che riguarda i militari italiani all'estero: circa 1.100 uomini sono impegnati in Iraq e Kuwait, 1.100 militari italiani partecipano alla missione UNIFIL in Libano, e il cacciatorpediniere Andrea Doria è impegnato nella missione europea contro missili e droni dello Yemen a protezione del naviglio mercantile. Un rischio di lungo periodo spesso trascurato riguarda la spesa pubblica. Con l'accordo NATO firmato all'Aja nel giugno 2025, i paesi membri sono obbligati ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035. Per l'Italia, già gravata da un debito pubblico elevatissimo, questo significa scegliere tra tagli ad altri capitoli di spesa o ulteriore indebitamento — con il rischio di aumento dello spread sui titoli di Stato. (pap – 2 mar)





amministrazione