In Cina, Marco Leporati è stato a lungo il managing director della Savino Del Bene, la multinazionale italiana leader nelle spedizioni globali, con più di 6.400 professionisti in 60 Paesi e una rete capillare di oltre 320 uffici nel mondo. Dal suo osservatorio di Shanghai, dove vive da trent’anni, Leporati vede crescere attorno a sé una “certa preoccupazione da parte della Cina” per l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele soprattutto per le forniture di gas liquido e petrolifere bloccate nello stretto di Hormuz. “Sicuramente la Cina teme per questa situazione e ha chiesto da un lato l’intervento delle Nazioni Unite anche in virtù di quanto era accaduto in Venezuela due mesi orsono, dall’altro nella press conference odierna tenuta dal Ministro degli Esteri chiede a tutte le parti di cessare le ostilità. Ed è chiaro che Washington – come direste voi a Roma – ha parlato alla nuora perché suocera intenda”.
La guerra sta avendo conseguenze pesanti anche sui trasporti e dunque sui commerci. Cosa può accadere?
“L’offensiva degli Houthi aveva ridotto drasticamente il transito attraverso il canale di Suez che aveva perso il 70% dei passaggi. Si stava lavorando a una riapertura e invece ora la situazione è di nuovo precipitata, riattivando deviazioni su larga scala verso il Capo di Buona Speranza, con impatti su noli, tempi e congestione portuale in Europa. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha avuto conseguenze immediate e pesanti sui prezzi di petrolio e gas liquido. Non escludo che qualcuno possa tornare a bussare alla porta di quel grande potenziale fornitore che è la Russia di Putin. In guerra le alleanze e le opportunità cambiano in fretta”.
Il problema non riguarda solo i trasporti via mare. In Medio Oriente rischia di collassare anche il trasporto aereo.
“Sì, questo è un aspetto spesso trascurato. In ballo non ci sono solo i viaggi di centinaia di migliaia di passeggeri ma anche quelli di migliaia di tonnellate di merci. I corridoi percorribili dai carghi sono quattro, e oggi sono tutti a rischio a causa di un fattore inversamente proporzionale tra rotte autorizzate e velivoli in movimento. E’ a rischio in particolare l’hub più importante, quello di Dubai. Qui vedo un possibile vantaggio per la Cina, i cui aerei sono gli unici autorizzati a raggiungere l’Europa sorvolando la Russia. Per l’Italia ci sono 35 voli passeggeri a settimana, e per quanto riguarda il cargo gli hubs cinesi offrono spazio non illimitato ma con tariffe che tenderanno a salire”.
Gli italiani emigrati in Cina, dopo il Covid si sono un po' disamorati e in molti sono rientrati. Lei, che non è tra questi, come spiega questo fenomeno?
Ci sono due problemi oggettivi e uno soggettivo. I due problemi oggettivi sono che le aziende non vedono più la necessità di avere proprio personale espatriato in Cina per una questione anche di costi. E che c’è stata una stretta nella concessione dei visti di lavoro. Il fattore soggettivo è che oggi non c'è più quell'interesse per la Cina che forse c'era prima. Il mondo sta cambiando e in questo contesto le persone scelgono prospettive di carriera e familiari differenti”. (sab – 3 mar)





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