L'eventualità di un conflitto terrestre in Iran rappresenta, nell'analisi delle principali testate internazionali e nei rapporti dei think tank globali, un punto di non ritorno che ridisegnerebbe l'ordine mondiale, portando gli Stati Uniti a confrontarsi con una sfida logistica e militare senza precedenti nella storia moderna. Nonostante la retorica dell'amministrazione Trump e le dichiarazioni del Segretario del Pentagono Pete Hegseth sull'Operazione “Epic Fury”, il panorama che si prospetta è quello di una “trappola esistenziale” per la superpotenza americana. L'analisi più cruda e geograficamente accurata giunge da Alexei Pushkov, membro del Comitato Costituzionale del Consiglio della Federazione russa, il quale ha evidenziato come l'ottimismo tecnologico di Washington si scontri con una morfologia territoriale ostile. Pushkov avverte che l'Iran non può essere paragonato al Vietnam, per l'assenza di giungle, né all'Iraq, a causa di una complessità orografica di gran lunga superiore. Con oltre 46.000 montagne, il territorio iraniano si configura come una fortezza naturale dove la superiorità aerea americana perderebbe gran parte della sua efficacia risolutiva. Pushkov paragona esplicitamente lo scenario all'Afghanistan, ricordando come vent'anni di guerra e trilioni di dollari sprecati abbiano portato a una completa sconfitta degli Stati Uniti. Secondo il senatore, l'errore di valutazione di Trump risiede nel credere che l'Iran si sarebbe già arreso o che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) avrebbe deposto le armi, mentre la realtà mostra una “furia epica” che trae linfa da una profonda motivazione religiosa e identitaria.
Sul piano delle forze necessarie, le analisi dei media britannici, tra cui il quotidiano The Guardian e gli esperti del Royal United Services Institute, suggeriscono numeri vertiginosi. Se per l'invasione dell'Iraq nel 2003 furono impiegati circa 150.000 soldati, un'operazione terrestre in Iran ne richiederebbe, secondo le stime più prudenti dei veterani del Pentagono citate dalla stampa americana come il The Washington Post, tra i 600.000 e il milione. L'Iran ha una popolazione di 85 milioni di abitanti, un esercito regolare altamente addestrato e una milizia ideologizzata, i Basij, capace di mobilitare milioni di uomini per una difesa a mosaico e una guerriglia urbana e montana logorante. Questo impegno massiccio solleva il problema della sostenibilità strategica nel teatro dell'Indo-Pacifico. I media francesi, come Le Monde, analizzano con preoccupazione il rischio che un pantano iraniano diventi l'occasione d'oro per la Cina. Gli Stati Uniti non dispongono delle risorse finanziarie e umane per sostenere contemporaneamente un'occupazione su vasta scala in Medio Oriente e una postura di deterrenza credibile contro Pechino nello Stretto di Taiwan. Se il Pentagono dovesse dirottare portaerei, munizioni di precisione e truppe d'élite verso le montagne iraniane, il vuoto di potere nel Pacifico verrebbe immediatamente colmato dalla flotta cinese, portando alla fine dell'egemonia americana nell'area.
Le testate arabe, come Al Jazeera, pongono inoltre l'accento sulla capacità di ritorsione asimmetrica di Teheran. Un'invasione terrestre non resterebbe confinata ai confini iraniani, ma innescherebbe un incendio regionale attraverso le reti di “procuratori” in Libano, Yemen e Iraq, costringendo gli Stati Uniti a combattere su più fronti simultaneamente. La chiusura dello Stretto di Hormuz, mossa disperata ma probabile, provocherebbe uno shock petrolifero globale che minerebbe la stabilità economica della stessa amministrazione americana, rendendo la guerra politicamente insostenibile sul fronte interno. In definitiva, lo scenario di una guerra terrestre in Iran appare come una scommessa ad altissimo rischio che, come sottolineato da Pushkov, rischia di replicare ed espandere il fallimento afghano. Gli Stati Uniti si troverebbero davanti a un nemico che non solo possiede la “fede in Allah” come motore motivazionale, ma che dispone di un terreno che annulla i vantaggi della guerra convenzionale rapida. Il costo di una tale impresa non si misurerebbe solo in vite umane e dollari, ma nella perdita definitiva della capacità competitiva globale, lasciando campo libero ai rivali sistemici nel resto del mondo. (4 MAR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)





amministrazione