L’architettura di una possibile guerra terrestre contro Teheran sta assumendo contorni sempre più definiti, ma emerge da un paradosso strutturale: una pianificazione tattica che corre veloce sui binari di una profonda improvvisazione strategica. Se da un lato il Pentagono affina i piani per un coinvolgimento delle milizie curde in un’offensiva non più esclusivamente aerea, dall’altro l’amministrazione Trump sembra muoversi senza una visione di lungo periodo, reagendo agli impulsi del momento più che guidando un processo geopolitico coerente. Questa dicotomia è stata squarciata dalle dichiarazioni della deputata democratica Pramila Jayapal, la quale, uscendo da un briefing riservato sull’Iran a Washington, ha gelato i cronisti affermando: “È molto peggio di quanto pensiate; la Casa Bianca non ha assolutamente idea di dove stia andando e non c'è una strategia a lungo termine”.
LO SCUDO REPUBBLICANO E IL VUOTO LEGISLATIVO. La conferma politica di questa spinta bellicista è arrivata con precisione cronometrica. Nella notte italiana, i repubblicani al Senato hanno ufficialmente respinto una risoluzione che avrebbe obbligato Donald Trump a richiedere l’autorizzazione del Congresso per qualsiasi futura azione militare contro l’Iran. Il voto, avvenuto mentre a Washington era sera, ha di fatto blindato il potere decisionale della Casa Bianca, impedendo al ramo legislativo di esercitare il proprio controllo costituzionale proprio mentre la tensione raggiunge il punto di rottura. Si tratta di un nodo focale: nonostante l’opposizione di ampi settori del Paese, il fronte lealista ha deciso di concedere al Presidente un “assegno in bianco” bellico.
LA CARTA CURDA: TRA MOSSAD E CIA. In questo vuoto strategico, l’ipotesi del coinvolgimento dei curdi in un’offensiva terrestre guadagna terreno per ragioni di sopravvivenza politica interna. Trump, tormentato da una popolarità in calo e consapevole che la sua base elettorale non tollererebbe un nuovo massiccio dispiegamento di truppe americane, vede nelle milizie curde lo strumento ideale. Delegare l’invasione terrestre a forze locali permetterebbe agli Stati Uniti di limitare le perdite americane a piloti e specialisti, evitando le immagini delle bare che rientrano alla base di Dover.
Tuttavia, il coinvolgimento curdo è molto più profondo di un semplice accordo tattico. Secondo fonti di intelligence citate da CNN e Axios, le fazioni curdo-iraniane sono sostenute attivamente dal Mossad e dalla CIA. L'obiettivo, nato da un'idea di Benjamin Netanyahu, è conquistare territori specifici nel Kurdistan iraniano per ispirare una rivolta nazionale. La dinamica è già in moto: sei giorni prima del conflitto, cinque gruppi dissidenti hanno formato la “Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano”. Centinaia di combattenti si sono già spostati dal lato iracheno a quello iraniano della frontiera. Sebbene il Segretario di Stato Marco Rubio abbia dichiarato al Congresso che gli USA “non armeranno i curdi”, ha aggiunto un sibillino “con gli israeliani non si sa mai”. Il rischio, denunciato da funzionari statunitensi, è che queste milizie finiscano come “carne da cannone” in una fase cinetica brutale, nonostante le promesse israeliane di sostegno politico per una futura regione autonoma.
LA RETORICA DEL PRESIDENTE E LA REALTÀ DEL CAMPO. Mentre i preparativi fervono, le basi logiche dell'escalation poggiano su una retorica che l'intelligence stessa non supporta. Trump ha ribadito poche ore fa: “L'Iran è una nazione fuori controllo, ci avrebbero attaccato”. Ma, come riportato dal New York Times, i rapporti dei servizi segreti non confermano l'imminenza di un piano d'attacco iraniano, suggerendo una forzatura della narrativa per giustificare il conflitto. L’operazione è già entrata in una fase calda: i caccia israeliani hanno colpito postazioni iraniane al confine e la città di Bukan è stata pesantemente bombardata. Nonostante ciò, regna l'incertezza: se da un lato Axios riferisce di telefonate domenicali tra Trump e i leader curdi Barzani e Talabani, dall'altro le stesse fazioni curde (KDP) frenano, dichiarando all'emittente del Kurdistan iracheno Rudaw di non essere ancora entrate in territorio iraniano e di attendere il "via libera" formale di Washington.
L’ESCALATION "PROGRESSIVA" E IL BIVIO DI WASHINGTON. Il Capo di Stato Maggiore congiunto ha confermato che le forze USA sono istruite per “colpire progressivamente più in profondità” l'Iran. Questa strategia di bombardamenti a tappeto dovrebbe spianare la strada alle milizie curde, ma la mancanza di una “exit strategy” denunciata dalla Jayapal trasforma tutto in una scommessa pericolosa. La stampa internazionale, da Al Jazeera al Financial Times, mette in guardia: l'uso dei curdi potrebbe provocare la reazione della Turchia e il collasso dei mercati energetici. Brutalmente, da una simile contingenza emerge un dato più che inquietante, ovvero che gli Stati Uniti si trovano attualmente in una condizione dove un solo uomo, basandosi su presupposti ambigui e contestati da larga parte della sua stessa popolazione, può comunque ordinare un'invasione tramite proxy. La strategia perseguita da Washington del coinvolgimento dei curdi è la maschera tattica di un'amministrazione che cerca la vittoria militare per coprire fragilità politiche, ignorando l'avvertimento che risuona dal Campidoglio: “Non sanno dove stanno andando”. (5 MAR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)





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