L’architettura del conflitto in Medio Oriente sembra ormai aver subito da ieri la tanto temuta mutazione definitiva, segnando il passaggio da una tensione latente alla conferma di un allargamento regionale che nei fatti si era già tragicamente verificato. Se le schermaglie dei giorni scorsi potevano ancora essere interpretate come segnali di avvertimento di Teheran ai paesi limitrofi, le ultime ventiquattr’ore hanno certificato che la geografia della guerra non conosce più confini. La prova plastica di questa deriva è rappresentata dall’incidente che ha coinvolto la Turchia, bersagliata indirettamente da un missile della Repubblica islamica fuori controllo, un evento che rischia di trascinare ufficialmente un pilastro della NATO nel cuore della tempesta mediorientale.
LA NOTTE DEI MISSILI: TEHERAN E IL FRONTE INTERNO. Mentre il Pentagono e l'intelligence israeliana (IDF) consolidano i piani per una campagna aerea di almeno altre due settimane, con uno schieramento che ha già visto l'impiego di oltre 5.000 bombe, il regime iraniano ha risposto con una prova di forza balistica. Dalle 21 di ieri, l'IDF ha confermato il lancio di una pioggia di missili verso il territorio israeliano, una rappresaglia diretta per l'ondata di attacchi che ha sventrato la zona ovest di Teheran e Karaj. In questo clima di “resa dei conti”, un diplomatico iraniano ha lanciato un monito brutale: “Molte bare torneranno negli Stati Uniti” se Trump deciderà per l'invasione di terra, un messaggio che mira a scardinare il consenso interno del Presidente in un momento di fragilità politica.
GOLFO E LIBANO. Nel Golfo, la tensione ha toccato il picco quando l’Arabia Saudita ha comunicato di aver intercettato e abbattuto diversi droni d'attacco in entrata nel proprio spazio aereo. I vettori stavano sorvolando il territorio saudita verso obiettivi non dichiarati. In risposta alla crescente minaccia, il Qatar ha ordinato l’evacuazione d'urgenza di tutti i residenti nelle zone adiacenti all'ambasciata statunitense a Doha, per timore di ritorsioni o attacchi terroristici contro obiettivi diplomatici occidentali. Sul fronte libanese, le forze israeliane hanno condotto un'operazione mirata notturna che ha portato all’uccisione di un alto funzionario di Hamas in Libano. L'attacco conferma la strategia di decapitazione dei vertici delle milizie alleate di Teheran. La situazione umanitaria nel sud del Libano è precipitata: l'IDF ha rinnovato l'ordine di evacuazione immediata verso nord, con una stima di oltre 300.000 persone in fuga dalle aree di confine per evitare il coinvolgimento nei bombardamenti sistematici contro le postazioni di Hezbollah. Il coinvolgimento non si ferma qui: l’Arabia Saudita è dovuta intervenire direttamente per intercettare droni d'attacco in transito nel proprio spazio aereo, mentre il Qatar, in una mossa senza precedenti, ha ordinato l’evacuazione dei residenti nelle zone limitrofe all'ambasciata statunitense a Doha. È la certificazione che nessun attore dell'area può più considerarsi spettatore.
DESTABILIZZAZIONE TOTALE. La strategia dei “colpi progressivamente più in profondità” teorizzata dal Capo di Stato Maggiore congiunto americano sta trovando applicazione pratica, ma al costo di una destabilizzazione totale. Con i repubblicani che nella notte italiana hanno respinto la risoluzione per limitare i poteri bellici di Trump, il Presidente ha ora mano libera per proseguire in una direzione che, come denunciato dalla Jayapal dopo l'ultima audizione riservata, appare “molto peggio di quanto si possa pensare”. La realtà di questa nuova giornata di guerra è quella di un conflitto che non sta più solo “crescendo”, ma che ha già rotto ogni argine diplomatico e geografico regionale. (5 MAR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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