Le righe che seguono sono destinate ai miei cinque lettori (i miei familiari più stretti), e quindi mi sento di esternare, almeno a loro beneficio, la mia opinione sul tema del referendum sulla giustizia.
Il primo argomento che a mio avviso è più che sufficiente a motivare il NO, senza nemmeno analizzare i tanti profili più specifici, è quello del metodo che si è voluto adottare per varare la riforma. È quasi banale osservare che quando si intende fare una riforma che non solo modifica in più punti la Carta costituzionale, ma incide sul delicatissimo equilibrio della trilogia dei poteri che risale all’illuminismo settecentesco, non si può non coinvolgere una platea molto ampia di parlamentari, comprensiva dell’opposizione e, nel caso, anche della magistratura.
Comprendo bene che nel paese e fra le forze politiche si è creata una spaccatura verticale, che di certo non fa bene alla democrazia, ma non è questo un buon motivo per fare scelte avventate. È sufficiente ricordare che la Carta costituzionale è stata scritta da famiglie politiche le cui ideologie non potevano essere più distanti: i democristiani, i comunisti, i socialisti, gli azionisti, i liberali. E non dimentichiamo che le contrapposizioni erano così aspre che i primi accusavano i secondi financo di mangiare i bambini. Cosa si vuole di più?
Ciononostante queste famiglie politiche così lontane fra loro sul piano ideologico sono riuscite a trovare il modo di scrivere insieme la “Costituzione più bella del mondo”. Basti pensare – per non andare troppo lontano dal mio campo di interesse – all’incipit della Carta: l’art. 1. In seno all’assemblea costituente vi era accordo pressoché unanime sul principio secondo cui il fondamento della nascente Repubblica dovesse essere il lavoro e non il privilegio o la partecipazione ad una casta, ma le divergenze si appuntavano sulla formula da adoperare in concreto.
Infatti una volta deciso, con espressione di consensi amplissimi, il fondamento lavoristico della Repubblica, la discussione – e fu una discussione aspra e complicata – si spostò sulla formulazione specifica. Doveva trattarsi di una “Repubblica fondata sul lavoro” o di una “Repubblica dei lavoratori”? Sono evidenti le implicazioni politico-ideologiche delle due diverse formule. La seconda (Repubblica dei lavoratori) avrebbe assimilato maggiormente il nostro modello di democrazia a quello dei Paesi della cortina di ferro, democrazie figlie del credo marxista della lotta di classe e del potere formalmente nelle mani delle classi subalterne (in realtà, come si sa, del partito).
Era quindi una formula che mai avrebbe potuto essere accettata da uno dei due principali “azionisti” della Costituente (la Democrazia cristiana) che avrebbe concesso all’altro (il Partito comunista) un credito eccessivo. Di qui la scelta per la formula della “Repubblica fondata sul lavoro”, che, al di là delle contrapposizioni ideologiche, confermava comunque la speciale considerazione data al lavoro come chiave di accesso alla cittadinanza, in contrapposizione all’idea ottocentesca che metteva al centro la proprietà (i proprietari) e non il lavoro (i lavoratori).
Ma si dirà (si dice): uno strappo alla regola della massima condivisione parlamentare per la modifica di norme costituzionali è già stato fatto nel 2001 con la riforma del Titolo V voluta dal governo di centro-sinistra. Ora – a parte la mia documentabile avversione verso questa modifica, che conta il giusto – non si comprende per quale motivo, se fu fatto un errore in quell’occasione, si debba perseverare nel medesimo, grave errore.
Ciò detto, per quanto mi riguarda il discorso per motivare il NO potrebbe fermarsi qui. Provo comunque a sottoporre a critica alcuni cavalli di battaglia di chi difende la riforma.
Ha molto spazio l’idea che questa possa migliorare l’efficienza della giustizia e soprattutto evitare errori giudiziari.
Quanto all’efficienza è fin troppo ovvio che il problema non è la separazione delle funzioni, ma le risorse investite, al pari della sanità e della scuola, per tacer d’altro. Quanto agli errori giudiziari (citatissimo il caso Tortora) il problema non si risolve istituendo “tribunali speciali”. C’è da chiedersi infatti come possa un’Alta Corte disciplinare costituita da membri sorteggiati (quelli di provenienza giudiziaria) e sorteggiati fra “eletti” (quelli di provenienza politica) raggiungere un obiettivo così ambizioso. La verità è che si dimentica che gli uomini che esercitano la difficile arte del giudicare sono fallibili, come lo è chiunque assuma responsabilità verso gli altri (dal medico al commercialista, dall’ingegnere all’avvocato). La differenza rispetto ad altri “mestieri” è però che la giustizia consente almeno tre gradi di valutazione (primo grado, appello e Cassazione) e sottopone lo stesso caso a molte autorità prima di rendere un verdetto definitivo. E proprio il caso Tortora è lì a dimostrarcelo.
Quale potrà essere l’alternativa ad una giustizia tutta umana: forse quella dell’algoritmo, come da qualche parte si propone? O quella del giudice Brigliadoca (noto personaggio del grande Rabelais) che, interpretando la parola “alea” dei processi nel suo significato letterale di dado, assegnava la vittoria alla parte che aveva conseguito il punteggio più alto, per l’appunto, ai dadi?
Lungi dal rimediare agli errori giudiziari, la separazione delle carriere, a parte i possibili sviluppi futuri di questa scelta, qui ed ora avrebbe invece un effetto nefasto sui processi penali perché trasformerebbe il PM in qualcosa di simile ad un avvocato difensore … della sua tesi, con il compito di accusare sempre e comunque. Gli mancherebbe in sostanza uno sguardo più attento alla ricerca della verità.
Non è difficile allora intravedere in filigrana nella riforma la volontà di indebolire complessivamente il potere giudiziario anche solo per la divisione del Consiglio superiore in due organismi distinti, cui non spetterà più il potere disciplinare, consegnato invece nelle mani di un’Alta Corte, depositaria della facoltà di fungere anche da giudice d’appello di sé stessa (in alternativa alla terzietà della Cassazione).
Se poi agli incrollabili sacerdoti dell’indecisione e dell’incertezza restasse ancora un dubbio, ci sarebbe sempre, come ultima ratio, la risorsa della somma algebrica. La vita ci costringe spesso a scelte radicali: o di qua o di là. E mai, in questi crocicchi dell’esistenza, tutto il male sta da una parte e tutto il bene dall’altra. Quasi sempre dobbiamo scegliere il male minore ed è inutile che dica da che parte sta per me il male minore.
L’autore è Professore Emerito di Diritto del lavoro dell’Università di Pisa
(© 9Colonne - citare la fonte)




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