L’operazione "Epic Fury", l’imponente offensiva aeronavale e tecnologica scatenata dall’asse Washington-Gerusalemme, sta ridisegnando non solo la mappa del Medio Oriente, ma anche le gerarchie di consenso all'interno dei due paesi attaccanti. Se l'obiettivo militare dichiarato era la neutralizzazione delle capacità strategiche dell'avversario, l'obiettivo politico sembra aver imboccato binari divergenti, quasi opposti, per Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Mentre il “King Bibi” israeliano sembra aver trovato nelle fiamme del conflitto l’elisir per una sopravvivenza politica che appariva impossibile solo pochi mesi fa, il tycoon della Casa Bianca si ritrova stretto in una morsa che i critici iniziano a chiamare, con crescente insistenza, la “Trappola di Netanyahu”.
IL BIVIO DEI CONSENSI: ASCESA E DECLINO. I dati parlano chiaro e fotografano una realtà spiazzante. Netanyahu, il leader che l'opinione pubblica israeliana sembrava aver rigettato dopo il trauma del 7 ottobre e le lacerazioni della riforma della giustizia, sta vivendo un “rimbalzo” nei sondaggi che ha del prodigioso. Con un gradimento che ha riagganciato quota 41% e la proiezione di una coalizione di governo nuovamente solida, Netanyahu ha trasformato “Epic Fury” nel palcoscenico della sua resilienza. Per lui, la guerra non è solo una necessità di sicurezza, ma un polmone d’acciaio politico: finché i caccia sono in volo, la questione dei suoi processi e delle colpe del passato viene silenziata dal fragore delle esplosioni. Al contrario, Donald Trump sta pagando un prezzo altissimo per aver avallato un coinvolgimento così profondo. Entrato trionfalmente alla Casa Bianca nel gennaio 2025 con un consenso superiore al 50%, il Presidente USA ha visto la sua popolarità scivolare verso un pericoloso 43%. Il paradosso è tutto qui: Trump, l'uomo dei “no more forever wars”, si ritrova oggi protagonista dell'operazione bellica più vasta dell'ultimo decennio. L’elettorato indipendente americano, che lo aveva scelto per la promessa di un isolazionismo muscolare ma votato alla prosperità interna, sta voltando le spalle, terrorizzato dallo spettro di un nuovo pantano mediorientale che prosciuga risorse e capitale politico.
LA “TRAPPOLA DI NETANYAHU” E IL FANTASMA DEL PANTANO. Si fa strada tra gli analisti di Washington un'ipotesi inquietante: quella di una trappola politica magistralmente orchestrata da Gerusalemme. Netanyahu, consapevole che la sua sopravvivenza dipendeva dalla “verticalizzazione” dello scontro, avrebbe spinto Trump verso un punto di non ritorno. Il rischio per Trump era ben presente: già in tempi non sospetti, il tycoon aveva espresso il timore di ritrovarsi “invischiato” in una guerra lunga, consapevole che un conflitto di logoramento in Medio Oriente è storicamente la tomba delle ambizioni dei presidenti americani (da Carter a Bush jr). Tuttavia, Netanyahu sembra essere riuscito a convincere la Casa Bianca che “Epic Fury” sarebbe stata una “guerra lampo” tecnologica. La realtà di questo marzo 2026 racconta una storia diversa: un conflitto – giunto oggi al suo diciottesimo giorno - che si allarga a macchia d'olio, che richiede un supporto logistico ed economico statunitense senza sosta e che aliena i giovani elettori americani (fermi al 9% di gradimento per le politiche belliche). Trump è caduto nel paradosso di voler apparire il leader più forte del mondo, finendo per diventare il finanziatore della strategia di sopravvivenza di un alleato che, in questo momento, trae vantaggio dalla durata del conflitto, esattamente ciò che Trump doveva evitare.
IL FRONTE OPPOSTO: IL PARADOSSO DEL RAFFORZAMENTO DEL REGIME. Ma l'analisi non sarebbe completa senza guardare dall'altra parte della trincea. Se l'intento di “Epic Fury” era quello di provocare il collasso del regime avversario tramite una pressione militare senza precedenti, i risultati sul terreno suggeriscono l'esatto contrario. Storicamente, l'aggressione esterna funge da collante patriottico, e il fronte nemico non fa eccezione. Invece di una rivolta interna o di un indebolimento dei vertici, si osserva quello che gli esperti chiamano “compattamento difensivo”. L'aggressione israelo-americana ha permesso ai falchi del regime di silenziare le voci dissidenti interne con l'accusa di tradimento in tempo di guerra. La narrazione della “resistenza contro l'invasore” ha ridato fiato a un apparato che appariva logoro, trasformando una crisi di legittimità in una lotta per la sopravvivenza nazionale. Invece di cadere, il regime si sta blindando, utilizzando le macerie di “Epic Fury” come fondamenta per una nuova, e ancora più radicale, coesione ideologica.
VERSO UNA VITTORIA PIRRICA? Tutto ciò detto, l'operazione “Epic Fury” si sta rivelando un prisma che riflette luci diverse a seconda di chi la guarda. Per Netanyahu, è lo scudo che ha fermato la sua caduta libera. Per il regime attaccato, è il veleno che ha paradossalmente rinvigorito il suo controllo sociale. Per Donald Trump, invece, rischia di diventare la zavorra che affonda la sua promessa elettorale. Il rischio per il Presidente americano è quello di aver scambiato la visione strategica con un tatticismo a breve termine che favorisce l'alleato ma distrugge la propria base. Se il conflitto non troverà una via d'uscita rapida, la “Trappola di Netanyahu” potrebbe trasformarsi nella cronaca di un suicidio politico annunciato per l'inquilino della Casa Bianca, lasciandolo prigioniero di una guerra che non voleva e di un alleato che non può più controllare. (17 MAR – deg)
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