“La stessa politica ci ha spiegato qual è il vero obiettivo di questa riforma: una magistratura meno indipendente. Così avremo dei cittadini, in particolare i più deboli, con minore possibilità di tutela”. Lo afferma, in una intervista a La Stampa, il presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), Cesare Parodi, sottolineando che “la Costituzione è fatta per difendere tutti in tutti i casi. E una magistratura debole, controllata — anche solo in determinati casi — da scelte politiche, sarà una magistratura che non riuscirà a garantire l'uguaglianza di tutti”. In merito al dibattito pubblico e al clima della campagna elettorale, Parodi osserva che “se analizziamo i messaggi che arrivano dalla politica, e che vengono veicolati sui social, mi pare evidente che il velo sia stato tolto. Si dice che la magistratura dovrà assecondare gli indirizzi del governo, ma la magistratura non deve assecondare nessuno. È lì per controllare gli argini di questo grande fiume: la politica è un grande fiume che porta avanti le scelte di un Paese, la magistratura rappresenta gli argini. Gli argini non condizionano il fiume, ma lo limitano se vuole esondare. La magistratura applica le leggi”. Il presidente dell'Anm esprime inoltre forti perplessità sulla parità di trattamento nei media, dichiarando che “non penso ci sia stato quell'equilibrio istituzionale che un referendum di questo tipo richiederebbe. Basta guardare la televisione: l'altra sera molti programmi erano interamente dedicati alle ragioni del Sì, senza un contraddittorio. Alcuni interventi, poi, sono stati trasmessi a notte fonda. Mi domando perché non informare i cittadini in maniera equa? È una questione morale, che mi indigna come cittadino. Così come ritengo una scelta inconcepibile non far votare i fuori sede, privando del diritto di voto chi rappresenta il futuro del Paese”. Nonostante le critiche, Parodi riconosce un aspetto positivo nel percorso intrapreso dalle toghe: “La magistratura ha imparato ad aprirsi alla società civile. Ci siamo sforzati di comunicare, di avere un linguaggio diverso, di farci capire. Questo è stato un momento di revisione profonda e di autocritica, un momento che ci ha obbligati ad aprirci, a guardarci dentro e a provare a comunicare. Spero che sia un patrimonio per il futuro”. In vista dell'esito del voto, conclude con scetticismo riguardo al dialogo con l'esecutivo: “Ci sono stati quattro passaggi parlamentari in cui non è stata cambiata una virgola e mi pare di potere avere legittimi dubbi su una volontà di effettiva e concreta di condivisione. Ma sono pronto a ricredermi. I problemi della giustizia sappiamo bene non verranno risolti il 22 e il 23 marzo e ci sarà bisogno di molta attenzione e di lavoro anche successivamente”. (18 mar - red)
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