Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

TRUMP: RAID A SORPRESA
COME FU PEARL HARBOR

TRUMP: RAID A SORPRESA <BR> COME FU PEARL HARBOR

Come ampiamente prevedibile, l’incontro di ieri alla Casa Bianca tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e la premier giapponese, Sanae Takaichi, anziché, come da programma, svolgersi come un bilaterale nel quale discutere di scambi commerciali e sicurezza nel Pacifico, si è trasformato nell’ennesima occasione in cui il tycoon ha esternato il suo pensiero, peraltro estremamente cangiante, relativo all’escalation militare nel Golfo. Tra battute sferzanti sulla storia del secolo scorso e rassicurazioni sui prezzi del greggio, il Commander-in-Chief ha delineato quella che, a suo dire, dovrebbe essere la strategia americana per le prossime fasi di un conflitto che entra nel suo ventunesimo giorno.

IL "VETO" SUGLI IMPIANTI PETROLIFERI E IL RAPPORTO CON NETANYAHU. Uno dei passaggi più significativi dell'incontro ha riguardato il controllo esercitato da Washington sulle operazioni militari israeliane. Trump ha voluto chiarire la sua posizione riguardo alla protezione delle infrastrutture energetiche della Repubblica islamica, un tema che sta facendo oscillare paurosamente i mercati mondiali. The Donald ha dichiarato di aver parlato direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu, imponendo una linea di prudenza sugli obiettivi sensibili. “Gli ho detto di non farlo”, ha affermato Trump riferendosi agli attacchi contro gli impianti petroliferi e del gas. “E lui non lo farà”, ha aggiunto con la consueta sicurezza. Questa dichiarazione arriva sulla scia delle polemiche riguardanti il raid contro il giacimento di South Pars. Mentre Trump aveva precedentemente sostenuto che gli Stati Uniti “non sapevano nulla” dell'operazione israeliana contro il cuore della riserva di gas naturale iraniana, diverse fonti interne e della sicurezza hanno smentito tale ricostruzione nelle ultime ore, confermando che l'attacco era stato coordinato o quanto meno comunicato preventivamente. Nonostante queste discrepanze, Trump ha minimizzato eventuali frizioni tra i due governi. Nello Studio Ovale ha spiegato che gli Stati Uniti e Israele sono “indipendenti” ma che “vanno d'accordo alla grande”. Il presidente ha poi aggiunto una riflessione sulla dinamica del comando: “È tutto coordinato. Ma ogni tanto fa qualcosa che non mi piace, e quindi smettiamo di farlo”.

LA REAZIONE DI ISRAELE: IL PASSO INDIETRO DI NETANYAHU. Nelle ultime ore, è arrivata la risposta indiretta ma inequivocabile di Gerusalemme. Fonti vicine all'ufficio del primo ministro hanno lasciato intendere che Israele accetterà le restrizioni imposte dalla Casa Bianca, confermando che i prossimi obiettivi militari si concentreranno su siti prettamente bellici e di comando, evitando – almeno per il momento – di colpire ulteriormente il settore energetico iraniano. Di fatto, Netanyahu sembra essersi piegato alla volontà di Trump per preservare l'integrità dell'alleanza e garantire il flusso di forniture belliche americane necessarie per sostenere un conflitto a lungo termine.

L'AFFONDO SUL GIAPPONE: TRUMP RICORDA PEARL HARBOR. Il momento più teso e sorprendente dell'incontro è avvenuto quando i giornalisti hanno incalzato Trump sulla mancanza di coordinamento con gli alleati storici, come il Giappone, in merito alla decisione di attaccare l'Iran tre settimane fa. La risposta del Presidente ha gelato la sala stampa, utilizzando un paragone storico pesantissimo per giustificare la necessità del segreto militare. “Una cosa è non dare troppi segnali. Sapete, quando siamo entrati, siamo entrati in azione con decisione e non ne abbiamo parlato con nessuno perché volevamo l'effetto sorpresa”, ha spiegato Trump rivolgendosi alla premier Takaichi. Subito dopo, il Presidente ha rincarato la dose con una battuta che ha evocato i fantasmi della seconda guerra mondiale: “Chi meglio del Giappone sa cosa sia la sorpresa?”. Senza fermarsi, ha aggiunto guardando la delegazione nipponica: “Perché non mi hai parlato di Pearl Harbor? Ok?”. Il riferimento all'attacco del 1941, che costò la vita a oltre 2.400 americani, è servito a Trump per ribadire che la sicurezza nazionale statunitense e l'efficacia delle operazioni militari prevalgono sui protocolli di comunicazione diplomatica, anche nei confronti dei partner più stretti.

TRUPPE DI TERRA E IL "PICCOLO PREZZO" DEL PENTAGONO. Sul fronte dello schieramento terrestre, Trump ha cercato di spegnere le voci che circolano con insistenza nelle ultime 16 ore riguardo a un imminente dispiegamento massiccio di soldati americani nel teatro mediorientale. «No, non ho intenzione di inviare truppe da nessuna parte. Se lo facessi, di certo non ve lo direi, ma non ho intenzione di inviare truppe», ha dichiarato con fermezza. Nonostante questa smentita, la Casa Bianca ha ribadito che il Presidente tiene comunque "a sua disposizione tutte le opzioni", mentre è confermato che un'unità di spedizione dei Marines è già stata rischierata nella regione per scopi preventivi.

Parallelamente, Trump ha annunciato l'intenzione di richiedere una cifra monstre di 200 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti per il Pentagono. Ha definito questo stanziamento un "piccolo prezzo da pagare" per garantire la superiorità bellica degli Stati Uniti. "Vogliamo essere nella migliore forma possibile, la migliore di sempre", ha sottolineato. Sebbene abbia negato che le scorte di armamenti si stiano esaurendo a causa dei combattimenti, ha ammesso la necessità di accumulare "enormi quantità di munizioni". "Lo chiediamo per molte ragioni, che vanno anche oltre le questioni che stiamo affrontando in Iran", ha precisato, aggiungendo che l'amministrazione sta gestendo le risorse in modo "prudente".

L'ANALISI ECONOMICA: IL PETROLIO A 115 DOLLARI. Infine, l’inquilino della Casa Bianca ha affrontato il tema dei prezzi del petrolio, che stamattina hanno toccato i 115 dollari al barile per il Brent. Sorprendentemente, Trump si è detto sollevato dall'impatto economico registrato finora, sostenendo di essersi aspettato scenari molto più catastrofici. “E ho detto: sapete, se lo faccio, i prezzi del petrolio saliranno, l'economia ne risentirà un po'. Pensavo che sarebbe andata peggio, molto peggio”, ha confessato. Nonostante il balzo dei prezzi causato dai raid israeliani e dalle ritorsioni iraniane contro le infrastrutture del Kuwait, Trump ha ostentato ottimismo: “A dire il vero, pensavo che ci fosse la possibilità che la situazione fosse molto peggiore. Non è grave e finirà presto”. Interrogato su un possibile allentamento delle sanzioni per calmierare il mercato, il presidente si è limitato a rispondere che farà “tutto il necessario” per proteggere l'economia globale, pur mantenendo la massima pressione militare su Teheran. (20 MAR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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