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BOSSI, ADDIO AL SENATÙR
CHE CAMBIO’ LA POLITICA

BOSSI, ADDIO AL SENATÙR <BR> CHE CAMBIO’ LA POLITICA

 

Si terranno domenica 22 marzo alle ore 12, presso l’abbazia di Pontida, i funerali di Umberto Bossi. Alla funzione parteciperanno le principali cariche istituzionali. Hanno già annunciato la loro presenza il presidente del Senato Ignazio La Russa, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Non è prevista una camera ardente pubblica. L'appuntamento "per il suo popolo" sarà a Pontida. Lo ha spiegato Marco Reguzzoni ex capogruppo leghista alla Camera e candidato alle ultime elezioni europee per Forza Italia, uscendo dalla villa di Umberto Bossi a Gemonio dopo aver trascorso ore con la famiglia del fondatore della Lega. "No, non ci sarà nulla. L'appuntamento sarà domenica a Pontida per il funerale, ha detto Reguzzoni . Aspettiamo tutto il grande popolo di Umberto domenica, in queste ore la famiglia chiede un po' di privacy ma domenica è molto vicina e l'abbazia di Pontida è un luogo simbolo".

È morto Umberto Bossi. L’uomo simbolo della Lega si è spento a 84 anni, lasciando un vuoto profondo in quella parte d’Italia che per decenni lo ha considerato non solo un leader, ma un vero e proprio profeta del territorio. Con la sua scomparsa, cala definitivamente il sipario su una delle figure più dirompenti, controverse e carismatiche della storia repubblicana, l'uomo che dal nulla inventò un’identità politica e territoriale — la Padania — capace di scuotere le fondamenta dello Stato centrale.

IL PEGGIORAMENTO FATALE E IL RICOVERO A VARESE. La notizia della sua scomparsa è giunta nella serata di ieri, giovedì 19 marzo, dopo ore di crescente apprensione per le sue condizioni di salute. Umberto Bossi era stato ricoverato d'urgenza presso l'ospedale di Varese a seguito di un improvviso e grave scompenso cardiaco che aveva colpito un fisico già pesantemente segnato dai postumi dell'ictus del 2004 e da successivi problemi respiratori. Nonostante il tempestivo intervento dei sanitari e il monitoraggio costante nel reparto di terapia intensiva, il quadro clinico è precipitato nel tardo pomeriggio di ieri. I medici hanno tentato ogni manovra di rianimazione, ma il cuore del fondatore della Lega ha cessato di battere intorno alle 20:30, circondato dall'affetto dei familiari più stretti che lo hanno assistito fino all'ultimo istante.

L'ANNUNCIO DELLA SCOMPARSA. La notizia del decesso è stata data ufficialmente dall'ufficio stampa della Lega e confermata quasi simultaneamente dai figli, che con un breve e commosso messaggio hanno reso noto al Paese la perdita del padre. In pochi minuti, il comunicato ha fatto il giro delle principali agenzie di stampa e delle redazioni giornalistiche, provocando un'ondata di commozione immediata che ha travalicato i confini della militanza politica, rimbalzando dai palazzi del potere romano fino alle valli prealpine che lo avevano visto muovere i primi passi.

DALLA MILITANZA ALLA FONDAZIONE DELLA LEGA. Nato a Cassano Magnago nel 1941, Bossi non era un politico di carriera nel senso tradizionale. Prima di approdare alla militanza, la sua vita era stata un mosaico di tentativi e passioni: dagli studi di medicina a Pavia alla breve parentesi come cantautore con lo pseudonimo di “Donato”. Fu l’incontro con l’autonomismo valdostano di Bruno Salvadori a fornirgli la scintilla decisiva: l’intuizione che il Nord, motore economico del Paese, fosse schiacciato da un centralismo romano inefficiente e predatore. Quell'intuizione si materializzò il 12 aprile 1984, quando in uno studio notarile di Varese fondò la Lega Autonomista Lombarda, il nucleo primordiale di quella che sarebbe diventata la Lega Nord.

L'ERA DEL SENATÙR E IL FEDERALISMO. Il “Senatùr”, come venne soprannominato dopo la sua prima elezione a Palazzo Madama nel 1987, impose uno stile comunicativo senza precedenti. Usava il dialetto, brandiva simboli ancestrali come il guerriero Alberto da Giussano e l’ampolla d'acqua del Po, e non temeva di ricorrere a un linguaggio crudo, talvolta brutale, per dare voce alla rabbia della “gente del Nord”. Il suo grido contro “Roma ladrona” non era solo un attacco alla corruzione, ma la richiesta di un nuovo patto sociale basato sul federalismo e sull'autonomia fiscale. La sua ascesa coincise con il crollo della Prima Repubblica. Bossi fu l'architetto del successo del centrodestra nel 1994, alleandosi con un altro “outsider”, Silvio Berlusconi, in un rapporto fatto di attrazioni fatali e rotture drammatiche. Celebre rimase il “ribaltone” del Natale di quello stesso anno, quando Bossi ritirò l'appoggio al governo causandone la caduta, per poi tornare a essere l'alleato indispensabile del Cavaliere nei lunghi anni dei governi successivi, durante i quali ricoprì la carica di Ministro per le Riforme.

LA MALATTIA E L'EREDITÀ POLITICA. La vita di Umberto Bossi cambiò tragicamente l’11 marzo 2004, quando un grave ictus lo colpì nella sua casa di Gemonio. Quell'evento ne minò il fisico e la voce, trasformandolo in una figura fragile ma quasi mistica per il suo popolo, che continuò a seguirlo con una devozione raramente vista in politica. Anche quando le inchieste giudiziarie del 2012 lo costrinsero alle dimissioni da segretario, e nonostante il partito sotto la guida di Matteo Salvini avesse preso una direzione nazionale e sovranista lontana dalle sue radici, Bossi è rimasto fino all'ultimo la “coscienza critica” della Lega. Stamattina, con la notizia della sua morte ormai metabolizzata dall'opinione pubblica, l'Italia intera si ferma per riflettere sull'eredità di un leader che ha trasformato il regionalismo in una forza di governo e che ha costretto l'intero Paese a confrontarsi con il tema del federalismo. Umberto Bossi se ne va lasciando un'eredità complessa: quella di un uomo che ha saputo sognare un Nord indipendente, ma che ha finito per cambiare per sempre l'assetto dell'intera nazione.

(20 MAR – deg)

 

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