di Paolo Pagliaro
Ha vinto il no, ma c’è ancora molto da fare per difendere la Costituzione nella legislatura che l’ha messa nel mirino. Il prossimo passaggio riguarderà il Parlamento e la sua capacità di rappresentare il Paese attraverso le elezioni. Nel 1953, una riforma elettorale che assegnava un premio di maggioranza a chi avesse superato il 50,1% dei voti fu bollata come "legge-truffa" e affossata dall'indignazione popolare. Era stato il giurista e costituente Piero Calamandrei a battezzarla con quel nome, anche se secondo Indro Montanelli la primogenitura spettava al ministro dell'Interno Mario Scelba, che a De Gasperi aveva detto: “L'idea del premio di maggioranza è buona, ma se noi proponiamo una simile legge questa sarà chiamata "truffa" e noi saremo chiamati truffatori”. Fu buon profeta. Ma chissà cosa direbbero Calamandrei e Scelba oggi, davanti a una riforma elettorale che per assegnare la maggioranza assoluta dei seggi si accontenta che una coalizione raggiunga il 40% dei voti. Presentata a nome del centrodestra dal senatore Malan, la nuova legge stravolge il principio della rappresentanza. Calcolando astenuti e voti dispersi, il Centro italiano studi elettorali è giunto alla conclusione che una coalizione potrebbe ottenere il 52% dei seggi avendo ricevuto il consenso di appena un cittadino su cinque. Mentre una coalizione votata dal 48% si trasformerebbe in una maggioranza parlamentare vicinissima al 60%, soglia molto rilevante, perché è quella che permette di eleggere autonomamente i giudici della Corte Costituzionale. La riforma prevede anche l’abolizione dei collegi uninominali, dove oggi occorre schierare candidati con un profilo competitivo, sostituiti da collegi plurinominali proporzionali con liste bloccate. L'ordine degli eleggibili, così come quello degli eletti grazie al premio di maggioranza, sarà alla fine deciso interamente dalle segreterie di partito. Per arrestare questa deriva avremo presto bisogno di un altro corale NO.
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