Il titolo non ha a che fare con l’ipocrisia o il mascheramento che costituisce il focus della nota commedia pirandelliana (o forse sì…). Certo la recente campagna referendaria, a dir poco infuocata, ha messo in bella evidenza la contrapposizione fra i primi due termini. Ad ascoltare alcuni commenti o dichiarazioni di voto è sembrato in effetti che la seconda (la bestia) avesse nettamente battuto il primo (l’uomo).
Non mi avventurerò però nei complessi – ed anche psicoanalitici – percorsi che hanno caratterizzato quel dibattito ormai affidato alla nostra storia politica. Vorrei soffermarmi piuttosto sul terzo riferimento: quello alla virtù.
Secondo Platone la virtù non è solo una qualità desiderabile, ma è la chiave per realizzare l’equilibrio fra le diverse parti dell’anima: la parte razionale, la parte emotiva e la parte appetitiva.
Ma – si dirà – che nesso c’è fra l’ideale platonico della virtù e la realtà contemporanea?
Un nesso, labile quanto volete, è rinvenibile. La versione contemporanea della virtù, a parte le implicazioni filosofiche generali, per quel che qui interessa ha un nome: si chiama codice deontologico o, se volete, codice etico. È l’imperativo morale cui si deve ispirare l’azione di chiunque, per mestiere, abbia responsabilità importanti che possono incidere sulla vita degli altri: dall’avvocato al notaio, dal medico al giudice, dall’ingegnere al politico. Tutte le professioni indicate (e sempre ammesso che quella del politico possa considerarsi “professione”) si sono munite nel tempo di rigorosi codici deontologici a garanzia della cui osservanza stanno i rispettivi ordini professionali.
Per il politico poi vale il richiamo costituzionale: l’art. 54, secondo comma della Costituzione pretende dai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche “il dovere di adempierle con disciplina e onore”.
E torniamo a Platone. Indovinate un po’ qual è, per il grande filosofo greco, quella che fra le quattro virtù cardinali riunisce tutte le altre? La GIUSTIZIA.
La giustizia è l’arte di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto (a ciascuno il suo), mantenendo un equilibrio armonioso sia nella nostra anima che nella società. C’è giustizia nel momento in cui ognuna delle tre parti dell’anima (razionale, emotiva, appetitiva) opera nel proprio ruolo senza invadere gli altri.
Se poi dall’iperuranio dei concetti platonici scendiamo sulla terra, alle nostre piccole miserie quotidiane, non è davvero troppo pretendere da chi ha incarichi di grandissima responsabilità all’interno di un Ministero che proprio dalla Giustizia prende il nome e la ragione un altissimo grado di “illibatezza e specchiatezza”.
La domanda è allora: vi ricorda qualcosa o qualcuno?
L’autore è Professore Emerito di Diritto del lavoro dell’Università di Pisa
(© 9Colonne - citare la fonte)





amministrazione