di Paolo Pagliaro
Esiste un modo per misurare la salute di un sistema sanitario che va oltre i reparti, i medici e le liste d'attesa. È il modo in cui un Paese decide di pagarlo — chi lo fa, in quale misura, e con quali conseguenze per chi non può permetterselo. I dati pubblicati ieri dall'Ufficio Parlamentare di Bilancio raccontano, con la precisione impietosa dei numeri, una storia che l'Italia preferisce non vedere: quella di un sistema sanitario che si sta lentamente privatizzando, non per scelta dichiarata, ma per inerzia finanziaria. Il confronto europeo è impietoso. La spesa sanitaria italiana si attesta all'8,4 per cento del prodotto interno lordo, mentre Francia, Germania e Regno Unito superano abbondantemente la soglia del 10 per cento. Ma la vera anomalia non sta nel totale: sta in chi paga. Nell'Unione europea la copertura pubblica copre in media l'80 per cento della spesa sanitaria complessiva. In Italia ci si ferma al 73 per cento. Quel sette per cento di differenza non è una cifra astratta: è il peso che ricade sulle spalle delle famiglie, costrette a sobbarcarsi il 23,6 per cento della spesa totale — quasi nove punti percentuali in più rispetto alla media europea.
A rendere il quadro ancora più opaco ci pensano le detrazioni fiscali. Nel 2023 hanno sottratto all'erario circa 4,6 miliardi di euro per spese sanitarie private. L'Upb è esplicita: i benefici risultano «tendenzialmente crescenti all'aumentare del reddito». In altre parole, chi guadagna di più risparmia di più sulle cure. Il sistema fiscale, invece di correggere le disuguaglianze, le amplifica. È però la crescita dei fondi sanitari integrativi il fenomeno più rivelatore. In dieci anni gli iscritti sono quasi triplicati: da 5,8 milioni nel 2013 a 16,3 milioni nel 2023. Le risorse erogate hanno superato i tre miliardi. Numeri che, in apparenza, raccontano una storia di modernizzazione e welfare integrativo. Ma basta guardare dentro per scoprire un'altra verità: quasi due terzi di queste risorse sono finite a coprire prestazioni di natura sostitutiva rispetto a quelle garantite dal Servizio sanitario nazionale, non aggiuntive. Non un supplemento. Un rimpiazzo. Questo è il punto cruciale che separa il caso italiano dal modello europeo più virtuoso. In Paesi come la Francia o l'Olanda, le assicurazioni sanitarie complementari completano il pubblico senza svuotarlo. In Italia, invece, il privato entra dove il pubblico non arriva più — nei tempi di attesa insostenibili, nelle specialistiche introvabili, nei pronto soccorso che non ce la fanno. Chi può permettersi una polizza o accede a un fondo tramite il contratto di lavoro bypassa il Ssn. Chi non può, aspetta.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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