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direttore Paolo Pagliaro

IRAN, TRUMP: OBIETTIVI
ORMAI QUASI RAGGIUNTI

IRAN, TRUMP: OBIETTIVI <BR> ORMAI QUASI RAGGIUNTI

Niente di nuovo sotto il sole. Il discorso di venti minuti pronunciato nella notte italiana dal presidente americano Donald Trump dalla Casa Bianca ha riproposto ancora una volta la retorica, a tratti contraddittoria, del tycoon e va senz’altro inquadrato in un momento di estrema delicatezza per l’amministrazione, segnato da un calo dei consensi e da una pressione internazionale crescente. Giunti al trentaquattresimo giorno di operazioni militari in Iran, l’intervento presidenziale sembra aver risposto più a un’esigenza di politica interna che a una reale necessità di aggiornamento strategico. Il tentativo di ridefinire la narrazione di un conflitto che si protrae dal 28 febbraio appare come uno sforzo per cristallizzare i risultati ottenuti in una forma digeribile per l’elettorato, cercando di trasformare l’incertezza bellica in un’immagine di vittoria imminente e di stabilità ritrovata. 

LA RETORICA DELLA FORZA E IL PARADOSSO NEGOZIALE. Al centro della comunicazione presidenziale si pone la minaccia di un’escalation controllata, unita alla rivendicazione di un canale diplomatico sempre aperto. Trump ha affermato che gli Stati Uniti colpiranno l'Iran “con estrema durezza” nelle prossime due settimane, una dichiarazione che mira a mantenere alta la pressione psicologica su Teheran mentre si tenta di rassicurare l'opinione pubblica sulla fermezza del comando. Tuttavia, la successiva ammissione che i colloqui siano in corso delinea un quadro ambiguo: la dialettica della “massima pressione” continua a convivere con la necessità di una via d’uscita negoziale. Tra le righe, questo approccio suggerisce che la Casa Bianca stia cercando di forzare una chiusura rapida delle ostilità prima che il logoramento politico diventi irreversibile, nonostante la mancanza di una tempistica precisa per la conclusione delle operazioni indichi che il controllo effettivo sul terreno è meno assoluto di quanto la narrativa ufficiale voglia suggerire.

IL CONFLITTO COME INVESTIMENTO GENERAZIONALE. Un passaggio chiave dell'analisi riguarda il tentativo di giustificare il costo umano ed economico della guerra elevandolo a una dimensione storica. Trump ha paragonato il coinvolgimento americano contro l'Iran ai grandi conflitti del passato, cercando di spostare l'attenzione dai dubbi immediati ai benefici di lungo termine. “È molto importante che manteniamo questo conflitto nella giusta prospettiva”, ha dichiarato, aggiungendo che l'operazione contro un avversario di tale portata è stata condotta in modo “così potente e brillante” da aver sostanzialmente annullato la minaccia. Definendo l’intervento come “un vero investimento nel futuro dei vostri figli e dei vostri nipoti”, la presidenza tenta di silenziare lo scetticismo interno, trasformando un atto bellico unilaterale in un onere necessario per la sicurezza delle future generazioni, una tecnica comunicativa che mira a nobilitare una strategia ampiamente criticata per la sua imprevedibilità.

LA NEUTRALIZZAZIONE DELL'ARSENALE BALISTICO. L’attenzione si è poi spostata sulla capacità tecnologica e militare dell’Iran, in particolare sul suo arsenale missilistico, descritto dal presidente come una minaccia scoperta nella sua reale entità solo durante il conflitto. Secondo Trump, Teheran mirava a produrre il maggior numero possibile di missili con la massima gittata, possedendo “armi che nessuno credeva avessero”. L'affermazione “Li abbiamo neutralizzati. Li abbiamo neutralizzati tutti” serve evidentemente a rivendicare un successo tecnico totale, utile a giustificare l'intensità dei raid dei primi 33 giorni. Questa enfasi sulla “scoperta” tardiva di armamenti avanzati funge da giustificazione per l'imponenza dell'offensiva, offrendo una spiegazione ex post all'opinione pubblica sulla necessità di un intervento così massiccio per prevenire una minaccia che, secondo il Pentagono, sarebbe stata altrimenti letale.

IL SACRIFICIO DEI "TREDICI GUERRIERI" E IL COMPIMENTO DELLA MISSIONE. Il registro emotivo del discorso ha toccato il culmine nel ricordo dei soldati caduti. Trump ha celebrato i progressi militari legandoli indissolubilmente al sacrificio di “13 guerrieri americani che hanno sacrificato la propria vita in questa lotta per impedire ai nostri figli di dover mai affrontare un Iran dotato di armi nucleari”. Il riferimento alle visite alla base aerea di Dover e ai colloqui con le famiglie dei caduti appare con pochi dubbi finalizzato a blindare la decisione di proseguire il conflitto fino al suo completamento. Citando quelle che il tycoon ha riportato come le richieste dei parenti dei caduti — “Per favore, signore, per favore, porti a termine il lavoro” — l’inquilino della Casa Bianca ha cercato di trasformare una scelta politica in un dovere morale verso i defunti. Affermando che gli obiettivi strategici sono “vicini al completamento” e che l'America porterà a termine l'opera “molto velocemente”, Trump punta sulla prospettiva (o sarebbe meglio dire sull’illusione?) di un traguardo imminente, nonostante le complessità sul campo suggeriscano una realtà decisamente più articolata.

LA GESTIONE DELLA CRISI ENERGETICA E LO STRETTO DI HORMUZ. L'ultimo pilastro dell'intervento ha riguardato la sicurezza energetica globale e il blocco dello Stretto di Hormuz, punto nevralgico del commercio mondiale. La posizione di Trump è apparsa insolitamente pragmatica e, per certi versi, distaccata rispetto alle responsabilità dirette degli Stati Uniti nel garantire il libero passaggio. Invitando i paesi colpiti ad acquistare petrolio americano e a “proteggere” il passaggio autonomamente, il presidente ha segnalato una volontà di disimpegno dalla gestione diretta della crisi. “Andate allo stretto e prendetevelo, proteggetelo, usatelo per voi stessi”, ha esortato, sostenendo che, essendo l'Iran ormai decimato, la parte più difficile dell'operazione sia conclusa. L'idea che lo stretto si riaprirà “semplicemente in modo naturale” alla fine del conflitto appare come una semplificazione volta a preparare il terreno per un ritiro o un ridimensionamento dell'impegno statunitense, lasciando agli alleati e ai partner internazionali l'onere di gestire le conseguenze di lungo periodo della destabilizzazione dell'area. (2 APR – deg)

 

(© 9Colonne - citare la fonte)
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