Bangkok - L’export verso il Sud-Est asiatico cresce rapidamente, ma le imprese sarde rischiano di restare ai margini di uno dei mercati più dinamici al mondo. È quanto emerge dal report di Confindustria Sardegna “Il Sud-Est asiatico e le imprese sarde: stato dell’export e prospettive di espansione”, realizzato dal Centro Studi e presentato in concomitanza con la recente missione imprenditoriale in Thailandia, che ha visto un gruppo di aziende sarde confrontarsi direttamente con gli operatori locali. Il documento analizza il peso crescente dell’area ASEAN nell’economia globale e mette in evidenza, al tempo stesso, la debolezza della presenza sarda in questa regione strategica. La Sardegna infatti non tiene il passo e l’export regionale verso i Paesi ASEAN resta marginale e discontinuo, privo di una struttura stabile. Mentre le esportazioni complessive italiane verso l’ASEAN crescono ininterrottamente e a un ritmo medio del 10% annuo, quelle sarde oscillano senza continuità, passando dai 38 milioni del 2022 a un minimo di 9,6 milioni nel 2023, per poi risalire a 15,8 milioni nel 2024, e scendendo nuovamente nel primo semestre del 2025. “Un andamento delle esportazioni così instabile - avverte Andrea Porcu, direttore di Confindustria Sardegna - indica la mancanza di relazioni strutturate e di canali distributivi consolidati”. Il report sottolinea inoltre un elemento particolarmente critico: settori in cui la Sardegna risulta sufficientemente competitiva sui mercati globali – come l’agroalimentare, i prodotti in metallo, i materiali per l’edilizia e la cantieristica navale – appaiono poco presenti, o addirittura assenti, nei flussi verso i Paesi ASEAN. “L’ASEAN sarà uno dei principali terreni di competizione del prossimo decennio – conclude Porcu – Per questo è fondamentale che le istituzioni accompagnino con continuità l’internazionalizzazione delle imprese sarde. La recente missione in Thailandia, realizzata con il contributo dell’Assessorato regionale all’Industria, è un passo importante, ma non ci si può fermare qui: senza politiche stabili e investimenti mirati, rischiamo di rinunciare a opportunità concrete in un’area destinata a ridisegnare gli equilibri del commercio mondiale”. (9colonne)
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