"Un fallimento dal fondo del quale non accennano a dare segnali di vita. E’ la prima generazione seriamente svantaggiata rispetto a quelle che l’hanno preceduta, e questo imporrebbe un fastidio da condividere con vivacità. Invece niente. Mi lasciano perplesso la fatica e la svogliatezza di scendere in piazza per una questione sacra come il diritto al lavoro. Si battono per le famiglie arcobaleno, giustissimo, ma poi accettano supinamente di sottomettersi al precariato”, “anziché limitarsi a battersi per i bagni inclusivi potrebbe protestare per qualcos’altro, per esempio organizzare un bel Pride sul lavoro. Lottare per un contratto che non sia la legalizzazione del cottimo. Se negli anni ‘70 qualcuno fosse uscito con la formula dei contratti a chiamata qualche problema di ordine pubblico ci sarebbe stato. Oggi il massimo della creatività politica è proporre uno stadio per il frisbee come hanno fatto le sardine. Auguri”. Così Giuseppe Culicchia, autore del libro “Tutti giù per terra”, spaccato del precariato degli anni ‘90, in una intervista a La Nazione commenta i dati Istat secondo cui quasi la metà dei giovani in Italia vive in condizioni di deprivazione. Nel 2022, infatti, quasi 5 milioni di ragazzi fra i 18 e 34 anni hanno mostrato almeno un sintomo di deprivazione inteso come mancato raggiungimento di qualcosa: istruzione, lavoro, salute. Anche salute mentale. "La pensione del nonno non durerà in eterno, sulla casa di proprietà nessuna certezza. Per chi ha 30 anni oggi, saranno dolori” aggiunge. “La responsabilità è della politica. Della sinistra o presunta tale che in Inghilterra ha abbracciato il New Labour di Tony Blair: si prefiggeva la protezione dei lavoratori ma di fatto ha accettato il libero mercato contagiando a cascata anche la sinistra italiana. Nel 1997 con il primo governo Prodi il pacchetto Treu ha introdotto il precariato e oggi eccoci qua. Deprivato è poco per un neolaureato con master che si vede proporre stage da 600 euro al mese a Milano e accetta”. E conclude: “Sparita la fiducia nel futuro, nelle sorti magnifiche e progressive. Di qui il malessere, la violenza, la rabbia figlia della frustrazione. Pasolini aveva predetto con lucidità a cosa avrebbe portato la trasformazione antropologica dell’Italia da paese agricolo a paese del bengodi consumistico ed edonista. Omologazione culturale, comportamenti uniformi, indolenza”. (12 lug - red))
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