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Agon, opera prima di Giulio Bertelli

Cinema
Una rubrica pensata per chi ama il cinema in tutte le sue forme, rivolta a spettatori appassionati e curiosi. Recensioni, interviste a registi e protagonisti, sguardi dietro le quinte e presentazioni delle pellicole in arrivo nelle sale. Una rubrica che dà la possibilità, ogni settimana, di conoscere grandi autori e nuove voci, per orientarsi tra le uscite e vivere il film prima e dopo la visione.

Agon, opera prima di Giulio Bertelli

Agon è un film che ci costringe a spostare lo sguardo, a guardare le cose alle spalle, ad affacciarsi da quel punto dal quale non si sporge mai nessuno. «Io cerco di analizzare le cose da una prospettiva diversa», dice il regista Giulio Bertelli, velista professionista e cineasta esordiente, che con questo film è alla sua opera prima.
La pellicola – presentata allo scorso Festival di Venezia - racconta la preparazione di tre atlete ai fittizi giochi olimpici di Ludoj ritraendole nella propria realtà personale, politica e sociale, analizzandone gli allenamenti, le fatiche, le frustrazioni, entrando nelle loro uniformi quasi volendosi adagiare in quel limbo impenetrabile che sempre separa l’interiorità e l’esteriorità delle cose. 
Un’immersione nella vita, quella di Bertelli, che lo porta a doversi misurare con l’ambizione più alta di cui si può caricare la finzione: cercare di rappresentare la realtà. 
Sembra quasi che l’autore voglia dare materia alla grande intuizione di Walter Benjamin e cioè che il cinema sia un’arte capace di rivoluzionare la percezione facendo vedere il mondo come se lo si mostrasse per la prima volta. 
Sono molti i temi che Bertelli affronta in questo film e, per ciascuno di essi, la lettura non è ordinaria.
Poco comune è, innanzitutto, occuparsi di donne nello sport.
Il film segue le protagoniste nella loro quotidianità più immediata, entra nelle loro ambizioni e ne analizza le aspettative, indaga il rapporto delle tre donne con i propri corpi, con la loro potenza e la loro efficacia.
È un guardare in profondità, uno sguardo indiscreto che mai si confonde con la necessità idealizzante e moralizzatrice che solitamente la società associa allo sport.
Non è un caso che Bertelli si concentri su tre discipline intrinsecamente violente quali il judo, il tiro a segno e la scherma; la categoria che l’autore sceglie per raccontare queste tre vite è l’aggressività, è il polemos nella sua accezione più antica, è lo scontro e lo spettatore non può che trovarsi davanti ad una domanda scomoda nella sua necessità: quanta di questa aggressività siamo in grado di concedere alle donne? 
«In tutte le occasioni che ho avuto per parlare di Agon mi è stato chiesto il perché di questa scelta al femminile; la ragione principale è che parlare di donne mi ha permesso di amplificare la tensione che volevo costruire tra sport, storia dello sport e violenza, passando ovviamente per l’astrazione della violenza cui abbiamo assistito nel ‘900. Nell’immaginario comune la donna ha un ruolo marginale, nella guerra come nello sport; d’altra parte, siamo abituati – assuefatti, direi - all’aggressività maschile, testosteronica. In questo senso, il modo migliore per indurre lo spettatore ad una riflessione nuova era cercare di porre l’attenzione su qualcosa su cui non ci soffermiamo mai», spiega Bertelli. «La violenza e l’aggressività femminili – continua – sono percepite in modo completamente diverso e assolutamente pregiudizievole. Anche solo l’ambizione e la determinazione nel lavoro vengono lette come caratteristiche negative nelle donne, figuriamoci pensare ad una ragazza che ha il sogno di arruolarsi o che vuole dedicare la sua vita ad eccellere in sport da combattimento. Siamo ancora vittime di un retaggio che ormai dovrebbe essere considerato antico e che sembra non voler davvero pensare la potenza femminile come un dato di fatto. Fino a pochi anni fa, per esempio, nel tiro a segno – uno degli sport protagonisti del mio film – era previsto un numero di colpi da sparare inferiore per le donne, una regola che seguiva l’assurda idea che le atlete si stancassero prima, che i loro corpi non fossero abbastanza potenti da sostenere la stessa prova dei colleghi uomini». 
Una potenza, quella cui fa riferimento Bertelli, che è accresciuta, limata e raffinata dall'equipaggiamento e, anche in questo, la finzione di Agon ci stupisce. Lo studio e l’attenzione dell’autore al vestiario e alla tecnica che lo costruisce è incredibile, l’analisi è minuziosa, attenta ad ogni dettaglio: «Sono convinto che i vestiti abbiano un ruolo fondamentale nella nostra vita, a diversi livelli. Spesso si associa alla moda, per esempio, un’idea di frivolezza e superficialità, ma quello che indossiamo è parte integrante del nostro modo di relazionarci con il mondo, i nostri vestiti ci proteggono, ma sono anche in grado di veicolare un messaggio personale. In questo, lo sport non è diverso, l’abbigliamento ha sicuramente un valore di potenziamento, ma il vestiario è anche uniforme, è anche un elemento di autodeterminazione e riconoscimento di noi stessi come afferenti ad un certo contesto, ad una certa nazionalità, ad una certa squadra». 
Ma, neanche a dirlo, se la moda sprigiona, l’uniforme rinchiude, se la moda si confronta da vicino con la sensualità – accogliendola o sedandola, a seconda dell’effetto desiderato – la divisa sembra volerla nascondere. «Nel mio film ho cercato di dare immagine a questa dualità, ciascuna delle protagoniste manifesta un rapporto diverso con il proprio equipaggiamento e, più in generale, con l’abbigliamento. Il tema dell’uniforme, poi, mi sembra quello più interessante. Siamo di fronte a decenni di studi tecnici che si sono mescolati a quelli che sono e sono stati gli archetipi classici della moda femminile, si pensi all’utilizzo della gonna come classico elemento delle divise. In quei casi si faceva riferimento ad una precisa immagine della donna, ma la si imprigionava anche in un abbigliamento che, di solito, era subìto, non scelto»
E, in effetti, la sensualità, la femminilità o mascolinità delle atlete non sembra mai appartenere loro davvero, siamo sempre di fronte ad etichette che la società attacca o stacca all’uopo, facendo di quel corpo tanto potente uno strumento quasi fragile nella sua plasmabilità. 
«Dalle mie ricerche – dice Bertelli - sono riuscito a capire che non c’è ancora un consenso generale; spesso, infatti, all’interno di questa gabbia che è l’uniforme sportiva, le ragazze cercano di trovare uno spazio per la moda corrente, sovraccaricando, magari, quei luoghi del corpo che rimangono liberi dall’equipaggiamento con piercing, orecchini o unghie vistose e colorate. Spesso le atlete passano dall'iper-femminilizzazione di alcuni elementi al voler abbracciare in pieno il codice estetico sportivo, come se non riuscissero a trovare uno spazio estetico definito».
Il corpo, poi, non è solo materia, è anche desiderio, volontà, sesso. E proprio la sessualità – che in Agon ha un ruolo solo apparentemente minore – ci riporta freudianamente alla forza che la finzione ha in questo film, finzione che non è solo l’invenzione della trama, è molto di più, è sogno, immaginazione, rappresentazione personale, è farsi un’ immagine delle cose e del mondo.
«C’è una grande differenza di percezione tra chi fa parte del mondo dello sport e lo spettatore, una spaccatura incolmabile tra il dentro e il fuori per cui gli elementi più comuni della quotidianità assumono, nello sport, un valore e un’importanza differenti, la sessualità ne è l’esempio forse più interessante», spiega Bertelli. E continua: «Il sesso ha un ruolo nella performance e nella competizione. Agli uomini viene spesso consigliato di non raggiungere l’orgasmo prima di una gara, mentre alcune importanti atlete hanno parlato dei benefici dello scaricare la tensione sessuale in vista di una competizione. Nel mio film c’è una scena di autoerotismo attraverso la quale ho voluto lasciare aperta una riflessione sul ruolo della sessualità femminile nello sport; nella scena, la protagonista si masturba dopo una squalifica e prima di una conferenza stampa, perché? Cosa sta provando? Si sente ormai fuori dalla competizione e, quindi, come un uomo, può finalmente scaricarsi, oppure sta usando la masturbazione per prepararsi ad un’altra performance, ossia la conferenza stampa?».
C’è, in questa scena, un’ulteriore tensione, la stessa che pervade tutto il film, quella tensione tra immaginazione e realtà nella quale si dispiega la vita di ciascuno di noi. Ogni quotidianità è fatta del mondo e dell’immagine che ci facciamo di esso, le due cose si mischiano, si confondono, si scontrano. Per dare un’idea della forza di questo bipolarismo di sfere che si integrano o collidono, Kant utilizzava la contrapposizione tra terra e mare, tra la terra del reale e quel mare di illusioni, sogni, motivazioni che, pur nella sua irrazionalità, nel rischio di andare alla deriva, continua inesorabilmente ad attrarci. È questo che Bertelli mette in scena e lo fa servendosi di un termine medio preciso: la tecnologia. Attraverso la realtà irreale dei videogiochi, delle nuove intelligenze artificiali applicate allo sport e agli allenamenti, la narrazione stessa diventa un continuo oscillare tra sogno e veglia: «Nel film ho cercato di tenere continuamente viva la contraddizione tra iper-realismo (quasi documentaristico) e dimensione onirica. Mi piaceva l’idea di poter condurre lo spettatore fino a luoghi remoti, irreali e, per farlo al meglio, avevo bisogno di un rimando molto forte alla realtà».
Il ricorso alle nuove tecnologie estremizza il tentativo del regista di spostare il punto di vista e il risultato è più vero del vero. I tre sport scelti da Bertelli sono un’esemplificazione dell’impulso di guerra tenuto a freno, dalle regole, dalla necessità del non nocere, dalla disciplina, ma l’allenamento di questa normalizzazione dell’istinto polemico avviene attraverso lo strumento di allenamento di guerra per antonomasia: i videogiochi. «Bisogna considerare lo sport come un elemento attraverso il quale viene veicolata una rappresentazione socio-culturale del mondo in cui viviamo» , dice Bertelli. «Se ci pensiamo, le Olimpiadi possono diventare uno strumento fondamentale di soft power, in quei mesi i diversi Stati stanno provando a definire sé stessi, è un momento in cui i leader si incontrano, un momento di scambio politico. Concentrandomi su tre sport che hanno a che fare con il combattimento e con la guerra volevo sottolineare la forza di questo aspetto e, soprattutto, aprire una riflessione sulla sublimazione della guerra attraverso la conversione di alcune discipline in sport e sulla possibile ri-conversione delle stesse ora che il tempo di pace pare avviarsi alla fine».
In altre parole: «Che rapporto abbiamo, dopo anni di pace, con la violenza? Il campione mondiale di tiro a segno potrebbe anche diventare un professionista della guerra? Le tecnologie e i videogiochi presi in prestito dalle caserme militari e utilizzate per migliorare la performance sportiva, tornerano a far parte del sistema di difesa?».
Sono molti i fili tematici e narrativi che si intrecciano in Agon, ma forse la principale sfida che Bertelli affronta con questo film è quella di provare a confrontarsi con l’uomo, senza titoli, senza genere, senza una precisa definizione. Le tre storie che animano la pellicola sono tre storie di speranza e di frustrazione, di desiderio, di rabbia, di disciplina e di caos. Certo, la dimensione agonistica non accomuna tutte le vite; per quanto la dimensione performativa sembra essere entrata a far parte della realtà più immediata, l’agone in senso stretto rimane uno spazio riservato solo ad alcune categorie umane, sociali e culturali. E tuttavia, rinchiudendosi nello spazio estremo della competizione più alta e distante, Bertelli riesce a raccontarci qualcosa che ci riguarda tutti: l’irrefrenabile desiderio di essere sempre molto di più di quello che siamo. 

Benedetta Lazzeri

(© 9Colonne - citare la fonte)